De Anima

Sguardi e silenzi

Mi guarda ed io guardo lei.

Mi siede di fronte con la schiena appoggiata alla sedia.

La luce le illumina la parte destra del viso.

Sembra rilassata.

Indossa un lungo abito nero che le lascia scoperte le braccia e le sfiora le caviglie. È scalza.

I capelli le accarezzano il collo, poi scivolano ordinati fino al seno.

Le sue mani sono curate.

Mi guarda ed io guardo lei.

In silenzio.

Esistono due silenzi.

Il silenzio di chi non ha nulla da dire è pesante, vuoto.

Grida graffiandoti l’anima. Lascia le impronte dei pugni sui muri mentre rilassato tu lo ignori. Smania e scalpita, poi si getta a terra e lentamente si lascia andare al nulla.

Dall’altra parte, seduto su una sedia a dondolo, attende il silenzio di chi ha troppo da dire. Picchietta con il piede contro il pavimento e si mangia le unghie nervoso. Pensa, pensa e basta. Apre la bocca per parlare e poi la richiude, dondolando veloce.

La guardo, aspettando che parli.

Mi guarda, aspettando che parli.

-Sembri stare bene-  dice.

-Sto meglio-  le rispondo.

Le braccia smascherano le ferite accumulate negli anni, ma lei indossa quelle cicatrici con lo sguardo fiero di chi ha cullato il dolore, fino ad addormentarlo.

– So come stai. Lo so sempre –

-Pechè sei qui?-  chiedo, spinta dal silenzio che alzatosi di scatto mi si getta contro e mi stringe la gola, facendo uscire le parole.

-Perché sono qui?- mi scruta. Pronuncia quelle parole con  lo stesso strazio pacato del violino a cui Jhon Williams ha dato voce.

– Perchè, mi chiedi? Guardami, Silvia. Mi hai affidata a braccia che anziché proteggermi, mi hanno gettata nel nulla. Mani che credevi mi avrebbero accarezzata, mi hanno presa a schiaffi. Sguardi nei quali hai visto amore, si sono spostati altrove ad una mia richiesta d’aiuto. Hai lasciato che tutti i miei talenti marcissero. Per quanto tempo mi hai privata di penna e colori? Per quanto tempo mi hai odiata? Quanto male mi hai fatto? Adesso tu,  mi chiedi perché sono qui?-

-Perché solo adesso?- continuo.

-Perché adesso, io, sono forte-

-Non volevo farti del male. Non è mai stata  mia intenzione. Ho provato a salvarti, tante volte, in tanti modi – piego il busto verso le ginocchia, la voce mi trema.

-Continui a mentirmi, a mentirti-

– No- dico velocemente -ho smesso.-

–Lo dici ogni volta. Tu la ricordi la prima volta che mi hai ferita?-

Sospiro, sospira.

-Aavevamo sei anni- dice – Sofia non voleva giocare con noi. Tu la pregavi. Volevi essere sua amica più di qualsiasi altra cosa. Disse che l’unico modo, era andare da Andrea e dirgli che lo amavi. Lui non ti piaceva per niente. Ricordi quante volte ti aveva presa in giro? Per l’apparecchio, per gli errori di grammatica, perché non sapevi correre, perché non ricordavi le battute durante le recite, perché eri cicciottella. Tu Andrea lo odiavi, però sei andata lo stesso. Quanto ti sei umiliata? Quanto mi hai umiliata? Ci ha giocato, poi, con te?-

La guardo, mi guarda.

-rispondimi. Ci ha giocato con te?-

-No. Mera solo delle bambine- aggiungo scuotendo la testa.

-Anche tu-  

La guardo, mi guarda.

Sospira.

I ricordi sono come le fotografie. Quelle mosse, sistemate nell’ultima pagina dell’album a volte le dimentichi. Restano lì al buio, finché a qualcuno non cade l’album, e allora si sparpagliano sul pavimento e tornano al loro posto, tra i ricordi felici. Quando le tieni di nuovo tra le mani ti chiedi come sia stato possibile dimenticarsi proprio di quella foto, proprio di quel momento.

Io i ricordi brutti credevo di averli nascosti bene, ma lei, aveva appena lanciato l’album contro il muro.

-E tu?- le chiedo – ricordi di quella volta in cui sedute sulla panchina fuori da scuola, mentre aspettavamo papà, abbiamo conosciuto Salvatore? Anche sua mamma aveva tardato, quel giorno. Stavamo dondolando un fiorellino viola vicino alla panchina con la punta del piede, annoiate. Si avvicinò e ci disse che quello era un “non ti scordar di me”. Lo ascoltammo affascinate. Salvatore sapeva un sacco di cose, era come un libro. Fu il nostro primo amico-

Sorrise, sorrisi.

Era un bambino basso, Salvo. Con i capelli biondissimi e gli occhiali rotondi. Portava sempre la camicia abbottonata fino al collo ed era il più bravo della classe.

Con gli anni divenne più alto e cambiò la montatura ma rimase un ragazzo biondissimo con la camicia abbottonata fino al collo. Soprattutto, rimase mio amico.

-Si, mi ricordo- dice sorridendo ancora – ricordo tutto-

Mi guarda, la guardo.

Di nuovo il silenzio.

Rilassata, sfoggia i segni dei nostri ricordi più tristi.

Sedevo di fronte a lei, come un’onda davanti alla sabbia, consapevole che neppure il segno più marcato sarebbe rimasto inciso per sempre.

È il giorno del mio ventiduesimo compleanno, sono le sei e quarantacinque, la stanza in penombra contiene solo una scrivania, due sedie e una lampada.

Seduta di fronte a me, la mia anima mi guarda ed io, guardo lei.

 

Anima ricorda

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