La vera follia.

Dove eravamo rimasti?

Scegliete un nome: Andrea (75%)

Negazione

Lucrezia stringe il foglietto che le ha dato Carlo. Mentre inizia a leggere la poesia, una canzone esotica si diffonde dagli angoli del locale. Qualcuno colpisce inavvertitamente la sua sedia, un bambino strilla e le cameriere filano veloci.

Quando respiri sento un brivido,

quello del mondo che si incrina ansimando

Se giaci nel sonno sento un tremore,

è sempre il mio mondo, che vacilla nell’equilibrio reale

Se mi pesi sul corpo,

falci il mio cielo con  lama carnale

Quando mi scivoli umido e pieno nel grembo

è il nostro turbamento ad annientare la dimensione reale

 Solleva lo sguardo incredulo sull’amico: “Come puoi pensare che Ivan abbia scritto una cosa simile?”.

Carlo estrae dalla cartella il suo tablet. Dopo averlo consultato velocemente, dice: “Non lo penso infatti, ma l’ha lasciato nella mia scrivania esattamente il 13 febbraio, lunedì scorso. Con le lacrime agli occhi”.

“Mio fratello sa dire a malapena quando si è cacato addosso. Di certo l’ha raccattato da qualche parte”, conclude lei posando il foglio sul tavolo.

“Durante la seduta piangeva e stringeva compulsivamente quel pezzo di carta. Sono certo che lui ne sappia qualcosa”.

“Beh, allora spiegami cosa. Sei tu lo psichiatra” la ragazza inizia a perdere la pazienza. Persistere a parlare della follia del fratello le dà la sensazione di trovarsi ancora in quella casa maledetta.

Carlo si acciglia, ma la voce civettuola della cameriera bionda spezza la tensione: “Carlo, vuoi ordinare?”.

“Tesoro”, Lucrezia si sporge verso di lei mettendole sotto gli occhi il décolleté: “Portaci un buon vino”, poi le sorride con malizia distendendosi sullo schienale. La biondina si attarda qualche secondo, attratta dal magnetismo di quella bruna che porta i colori delle terre calde dalla testa ai piedi: “Sì”, e fila dimenticandosi di Carlo e di portar via lo sguardo per qualche secondo.

 “Sei così potente”, mormora Carlo con voce bassa, fissando l’amica. Poi scuote il capo: “Ma torniamo alla poesia. Cosa ne deduci?”.

Lucrezia la riprende in mano. Nota il corsivo regolare e tondeggiante, e qualche linea retta a segnare dei refusi: “Mai vista prima. Però chi ha scritto è una persona sincera. Vedi che non ha cancellato del tutto questi errori?”.

Carlo annuisce divertito: “Molto arguto. Oppure ha fiducia completa nella persona a cui è destinata la poesia. O, ancora, ha la coscienza sporca ma vuole mostrare di non avere segreti. Se no…”

“Ok ok!”, ride lei “Ci ho provato. Come ho detto prima, sei tu lo psichiatra”.

“Speravo arrivassi alle mie stesse conclusioni”, Carlo indica i versi scritti “Ti pare una cosa recente?”.

“No, affatto. La carta è ingiallita e l’inchiostro sbiadito. Poi il foglio sembra sia stato strappato da una di quelle agendine da borsetta che non vanno più da decenni”.

“Già, credo risalga agli anni 80”, conclude Carlo. “Circa dieci anni prima che tu nascessi, e anche Ivan”.

La cameriera bionda posa sul tavolo una brocca di rosso e due calici, lanciando un timido sguardo a Lucrezia. Lei ricambia in silenzio.

Quando la ragazza si allontana, Carlo riprende: “Forse è opera di Carmen. Sembra scritto da una donna”.

Lucrezia strabuzza gli occhi e poi esplode in una risata: “Non sai quel che dici. Quella stronza trent’anni fa reggeva una bottiglia di liquore, non certo una penna”, con tre dita afferra lo stelo del calice e manda giù un sorso. “Ecco perché mio fratello è nato così”.

Carlo annuisce: “Devo parlarti di qualcos’altro che riguarda Ivan”.

“Non mi importa niente. Voglio solo laurearmi e andarmene portandomi via un po’ di dignità. E mio padre”.

Lui rigira il foglietto tra le dita, sembra leggere qualcosa, poi lo infila nuovamente nella cartella. Infine solleva lo sguardo sull’amica. Lucrezia nota l’intenso fascino della sua espressione assorta, chiedendosi: “A quante donne hai rapito il cuore, amico mio?”.

Invece dice: “Ordiniamo qualcosa da mangiare. Tu poco eh, vedo che hai messo su la pancetta”.

In quel mentre il rumore di un passo familiare fa salire il cuore in gola a Lucrezia. Si gira e vede i noti anfibi a mezza gamba, la fine figura, i capelli pixie cut del colore del cielo: “Andrea”.

“Disturbo?”, la voce di Andrea ha un’inflessione profonda, quasi virile.

Lucrezia fa per alzarsi, ma Carlo la precede: “Carlo, piacere”.

“Piacere mio, Andrea”, la sua mano affusolata con le unghie azzurre stringe quella vigorosa di Carlo, ma gli occhi d’ambra si spostano su Lucrezia. Si guardano per alcuni istanti, sino a quando una ragazzina tira Andrea per un braccio: “Sister, stavamo andando via!”

Lei riesce comunque ad accostarsi all’amica: “Domattina in biblioteca?”

Lucrezia fa cenno di sì. 

Mentre le due sorelle escono dal ristorante, Carlo si risiede: “Che occhi la tua amica. Peccato le sia esploso un Puffo in testa”.

Lucrezia non gli bada. Si sente ancora fremere, come ogni volta che quella donna le rivolge la parola. Mentre lei prova a cancellare Andrea dalla sua mente, Carlo la osserva poi prende a scrivere qualcosa nel tablet.

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