L’anello di vetro

Oltre la torre del castello

Dalla torre in cui si trovava poteva vedere ben poco. La finestrella della sua stanza era poco più piccola dello straccio che usava per pulire e oltre il vetro opaco, c’erano delle sbarre di ferro, come se da lì potesse essere in grado di fuggire. Dalla luce bianca che penetrava era piuttosto evidente che fuori il tempo fosse ottimo per una cavalcata e che l’estate stava per inondare le rigogliose pianure di Taurissia, sempre ricche di grano. S’allontanò dal vetro e si lasciò cadere sul materasso di paglia dura, coperto da un liso lenzuolo giallognolo. Roteò gli occhi verdi per l’angusta stanza disordinata e sbuffò. Avrebbe fatto meglio a lavare e ripulire anche lì o presto le pulci sarebbero diventate le nuove inquiline.

«Ghunter!» gridò la voce possente di un uomo dal piano di sotto. Il ragazzo emise un grugnito e si passò una mano sul viso. Il padrone era tornato più presto del previsto e già sapeva che lo attendeva nel salone per una lunga ramanzina. Trovò la forza di rimettersi in piedi e lasciò il suo cantuccio, per affrontare la ripida discesa della scala a chiocciola che lo avrebbe condotto agli appartamenti dell’illustre Vernon. Arcimago di Taurissia, consigliere della Corona, Signore della Grande Pioggia e Protettore di Bulica, «vecchio scorbutico senza cuore» sfuggì dalle labbra del giovane, mentre raggiungeva il salone d’ingresso. Ai lati del portone c’erano due armature incantate che impedivano a qualunque ladruncolo di poter penetrare nel castello, mentre a terra c’era un parquet di pino, coperto da un lungo tappeto rosso che aveva ripulito il giorno prima, a dispetto delle impronte di fango fresco che ne impregnavano il velluto. Alle pareti c’erano molte armi appese come trofei su scudi di diverse casate, ricordo dei cavalieri sconfitti con l’uso delle arti arcane.

«Che stavi facendo, inutile bocca da sfamare?» lo rimproverò Vernon lasciandogli sulla spalla un pastrano di pelle scura e due stivali umidicci, dall’odore piuttosto forte. Lo fissava dal suo metro e novanta, con gli occhi scuri e sopracciglia lunghe e bianche così vicine da sembrare una cosa unica. Sotto il naso adunco una lunga barba grigia scendeva fino a raggiungergli l’ombelico. «Non mi sembra che tu abbia finito di rassettare la cucina e qua sotto. Muoviti e portami qualcosa di sostanzioso, ho fame!» ruggì prima di dargli le spalle e dirigersi verso la stanza da letto senza nascondere gli acciacchi degli anni sulla sua andatura zoppicante.

Ghunter osservò i vestiti sporchi e si chiese come avesse fatto a ridurli in quello stato. Con rassegnazione abbandonò gli stivali in un angolo e raggiunto lo sgabuzzino, o “l’ufficio” come lo chiamava il mago, abbandonò il cappotto nella tinozza della roba sporca. Attraversò la porta nel muro a fianco e la cucina fu di fronte a lui. «Sostanzioso…» mormorò, aprendo la ghiacciaia e osservando il nulla scuro del vuoto.

«Uova» decise prendendo due pezzi di legna e buttandoli nel camino, che per incanto s’accese affamato. Mentre le piastre si scaldavano prese una ciotola per preparare la pastella. Era diventato bravo a destreggiarsi tra i fornelli, lo faceva da quando a sei anni il mago aveva deciso che era abbastanza grande per poter lavorare da solo. Ruppe tre uova, versò l’impasto e mentre controllava che nulla bruciasse, buttò un occhio fuori dalla finestra. Da lì poteva vedere un prato verde, due meli e un muro alto, che ancora non aveva trovato il coraggio di scalare. Il confine della sua vita. Non era mai uscito dal castello, a lui non era concesso. L’unica porta era quella dell’ingresso sorvegliata dai due cavalieri di latta.

«Ghunter!» gridò Vernon dall’altra stanza.

Il ragazzo afferrò un piatto, vi rovesciò sopra le uova e le frittelle e, presa una caraffa d’argento piena di vino, spinse la porta con la schiena. La sala da pranzo era ampia e vuota, il caminetto spento, il tavolo lungo con un solo commensale seduto capotavola. Il mago aspettava vestito della solita casacca nera dalle maniche larghe e sotto una camicia bianca che il giovane sapeva di aver stirato due giorni prima.

«A voi, signore» fece appoggiando il piatto davanti all’uomo, prima di correre alla credenza e prendere le posate e un bicchiere. Il vecchio lo fissò contrariato finché non ebbe finito di apparecchiare. Solo allora prese in mano le posate e iniziò a mangiare.

Il ragazzo aspettava alle sue spalle, come se inconsciamente sperasse in quel complimento che non era mai arrivato. «Che fai ancora qui?» domandò il vecchio senza neanche girarsi.

Ghunter s’irrigidì. «La ghiacciaia è vuota» mormorò con un filo di voce.

Vernon gli fece cenno d’avvicinarsi. «Parla più forte, odio il tuo borbottio.»

«Non abbiamo più carne» ripeté omettendo un sospiro. Senza di lui quel mago sarebbe morto di fame.

Vernon si chiuse nelle spalle. «Arriverà un carico di roba tra pochi giorni» gli annunciò. «Vedi di non creare problemi e mettere tutto in ordine.»

Ghunter sorrise felice. Avrebbe incontrato il mondo di fuori.

Ghunter avrà un assaggiò di libertà, ma cosa gliela farà conquistare?

  • La parola (38%)
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  • La vista (50%)
    50
  • La forza (13%)
    13
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40 Commenti

  1. Questa storia mi piace sempre di più 🙂
    Hai unito magnificamente le due opzioni. La ragazza che getta via il suo salvatore, poi, è un tocco di classe 😀
    Lo scudo magico è una ficata. La bestia secondo me è una lince. Ghunter seguirà la Saggia perché adesso ha bisogno di cure e di riposo. Però lo farei tentennare 😉

    Ciao 🙂

  2. Ciao! Premetto che non sono una grande fan del genere fantasy però questa storia mi ha colpito ed interessato notevolmente. Aspetto volentieri il secondo episodio. Ho scelto la vista, proprio perché sono curiosa di vedere come continua la storia.
    Anche io ho iniziato un racconto. Se ti va puoi leggerlo e commentare. Si chiama Luce. Grazie mille in anticipo e buona fortuna ! 🙂

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