Il lavoro è l’oppio dei popoli

Dove eravamo rimasti?

Qualcosa porta Dante alla decisione di cambiare una zona dell'azienda che non aveva mai visto (62%)

l’azienda

Nonno Manolo dice sempre di non temere né la morte né l’inferno, perché tanto non potranno mai essere peggiori del giorno di ritiro pensioni alle Poste. In realtà è evidente che si crogioli nelle stesse lamentele da oltre cinquant’anni, perché oggi per ritirare la pensione basta spendere pochi attimi a controllare l’app del proprio Holophone. Per cui i dipendenti delle Poste non vivono più l’angoscia di quel momento, in un certo senso si potrebbe dire che la tecnologia abbia contribuito a creare il timore della morte. Eppure il nonno non ha tutti i torti, perché nel pieno comfort delle creazioni ingegneristiche moderne, il dipendente delle Poste dovrà comunque fare quello che non gli va di fare: lavorare.

Ero intento nella mia profonda riflessione mentre aldilà delle ultime quattro lampadine scorsi la figura longilinea di Matilda, la figlia del capo di questa luminescente baracca. Se ne stava lì, con il suo caschetto biondo e la sua camicetta di seta, ad osservare i macchinari con finto interesse. Eravamo in classe insieme alle elementari, io e Matilda, peccato che il suo destino professionale fosse ben diverso. Il programma l’aveva decretata “Fashion blogger”, che non so neanche se si possa considerare un lavoro, non che lei avesse bisogno di guadagnarsi da vivere. Eravamo migliori amici due decenni addietro, quando i nostri pomeriggi si dividevano in maratone di realtà virtuale e divertenti ricerche di lucertole. A quindici anni c’era scappato anche un bacio, ad una festa di compleanno dove non conoscevamo il festeggiato, c’eravamo persi in piscina dopo un paio di mojto. Poi niente, semplicemente abbiamo iniziato a camminare dai lati opposti della strada. In fondo adesso è come se non ci fossimo mai conosciuti, come se la memoria fosse solo mia e la sua fosse stata cancellata.

“Dante! Puoi venire un attimo?”

Già temevo la richiesta.

“Dimmi”

“Puoi tenermi questa lampadina così?” mimò il gesto con un braccio alzato e la lampadina dritta sulla sua testa.

“Dai Matilda devo lavorare”

“Solo un attimo”

Fu così che estrasse l’Holophone dalla sua borsetta firmata e se lo puntò per un selfie con la mia mano che reggeva una lampadina sulla sua testa. Sperava che gli ologrammi dei suoi outfit venissero proiettati davanti al pc della gente più influente della moda.

Tornai al lavoro, in quella stanza costellata di silenziosi macchinari e asettici  vetri. Conoscevo ogni singolo angolo di quell’azienda, le pareti bianche degli uffici d’amministrazione, l’open space dove si confrontavano gli ingegneri, i vetri che circondavano noi del controllo e soprattutto la scrivania in mogano del big boss, un antico reperto del 2012, si diceva fosse appartenuta a Montezemolo, a me sembrava solo fuori luogo rispetto al resto.

Aldilà del vetro gesticolando due colleghi mi invitarono ad un pausa, annuii, li avrei seguiti. Ogni tanto in pausa riuscivo anche a leggere. Di recente nell’ebook reader avevo caricato l’Alchimista di Paolo Coelho, me l’aveva consigliato nonno Manolo. Disse che un suo collega delle Poste dopo averlo letto aveva mollato tutto era andato in Africa. Nel libro il protagonista Santiago vende tutte le sue pecore per intraprendere il viaggio, così l’amico del nonno ritirò il tfr e partì, senza pensarci troppo, perché alla fine se ci rifletti finisce che vengono fuori milioni di problemi. “Tu perché non l’hai fatto?” chiesi quella volta al nonno. “Perché l’Alchimista l’ho letto troppo tardi” mi rispose lui ridendo. La realtà è che è un fifone ipocondriaco, come del resto suo nipote.

Il lungo corridoio terminava con una grande porta metallica che si apriva su una terrazza. I colleghi mi offrirono il caffè, consumammo la nostra pausa con qualche commento calcistico e una manciata di pettegolezzi. Quando rientrarono mi affacciai alla terrazza, era molto bassa, meno di un primo piano. Notai, al di sotto, una porta che non avevo mai visto, senza cartelli. Tornai indietro, scesi. Dovevo aprirla. C’era un lungo corridoio, simile a quello del piano superiore. Pian piano, mentre lo percorrevo, il grigio perla delle pareti si faceva via via più usurato, scrostato. Sembrava infinito, poi arrivai davanti ad una porta di legno. Di legno? Non ne avevo mai viste cosi. L’aprì. Era un appartamento, l’arredamento era di almeno sessant’anni fa ma molto ben tenuto. C’era una cucina bianca che troneggiava su un lato della parete, un divano color crema, un tappeto persiano e un tavolo al centro della stanza, uno di quei soggiorni-cucina in voga nel passato. Lì per lì non mi sembrò così assurdo, quel megalomane del capo poteva essersi fatto ricostruire la casa dei suoi genitori per trascorrerci qualche nostalgica ora. Strano solo che non fosse chiusa a chiave e soprattutto che nessuno avesse mai visto quell’ingresso sotto la terrazza. C’era un’altra porticina sulla destra, forse la camera da letto o il bagno. L’aprì ed ecco che me la trovai di fronte, pensava di nascondersi ma evidentemente non l’aveva fatto bene.

“Maltilda!”

“Ehm ciao Dante”

Cosa fa Matilda?

  • Dice solo c'ho che le serve per sfruttare l'amico d'infanzia (13%)
    13
  • Racconta tutto e chiede l'aiuto di Dante (53%)
    53
  • Mente e va via (33%)
    33
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32 Commenti

  • Ciao Silvia, ho letto in un soffio questi capitoli ed effettivamente non ti ho mai letto prima che io ricordi.
    Una storia che prevarica l’ironia, è un sarcasmo quello che nasconde la tristezza per la situazione che stiamo vivendo. Ho votato che racconta tutto e chiede (pretende?) l’aiuto di Dante. Ti seguo.

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