Al dente, por favor

Dove eravamo rimasti?

Dove mangeremo nel prossimo episodio? In un posto lontano, da sola. (75%)

Gran Vía de Ortaleza, 69

“Grazie per aver scelto Italo.”


Sistemo la tracolla del borsone, stringo la sciarpa attorno al collo. Scale mobili, gente puzzolente, non mi soffermo nemmeno a guardarmi intorno, voglio solo arrivare a casa, e in fretta.

Mi ripeto che non devo essere sempre così negativa nei confronti di questo posto, che devo integrarmi, come ho fatto tutte le altre volte, mentre metto il borsone in macchina.

Parcheggio, male. Chiamo l’ascensore, nell’attesa controllo la buca delle lettere. Ma suppongo che se Batman volesse contattarmi userebbe il proiettore, e i Jedi avrebbero già provveduto facendomi trovare un droide in salotto.


“Oh, Glo’, controlla WhatsApp.” In effetti non ce lo vedo Batman a fare una cosa del genere, manco Obi Wan.

Quattro mandate, e a casa. I divani tigrati del cui confezionamento la padrona di casa si vanta manco fossero un pezzo di modernariato, miagolano felici al vedermi arrivare.

Ancora devo capire se questa casa mi piace o no, e ci abito già da quasi otto mesi. Cioè, è bella, il complesso residenziale è tranquillo, c’è il giardino, i vicini non danno troppo fastidio -tranne la Signora Chessuccede che, appena sente un fruscio dopo le nove di sera, comincia a bussare sul muro e a urlare “Ué, che succede?” con quell’accento orribile.

Dicevo, è una bella casa. Però, cazzo, i divani tigrati. E la moquette. Moquette color avana. Terribile. E la Signora Chessuccede.



“Sì, vorrei una cotto e funghi senza pomodoro, per favore, e una Coca in lattina. Tra mezz’ora? Perfetto, grazie.”



Agli integralisti, i crociati del cornicione alto, i difensori della pummarola, dico sempre che la pizza è come il sesso: se è buona, è buona, se non lo è, è pur sempre pizza. È ciò che mi ripeto ogni volta che la ordino dall’egiziano qui vicino. So già che arriverà fredda, avrà iniziato a diventare gommosa, e c’è sempre la possibilità che l’ordine sia sbagliato e mi ritrovi con una gamberi e rucola e una lattina di Heineken, che è l’unica birra che proprio non mi va giù.



Suona il campanello, pago velocemente, per fortuna è tutto giusto. Sì, la pizza è fredda, ma non troppo. Apro la Coca Cola nel lavandino della cucina, butta fuori giusto un po’ di schiuma, faccio la prima sorsata. Da piccola, mia madre non mi permetteva di berla, nemmeno ai compleanni dei miei amichetti. Giusto quando abbiamo fatto la festa prima di tornare da Madrid ha chiuso un occhio.



Era l’estate di sedici anni fa. Avevo un vestito arancione con la gonna a balze, e una palla di felicità, tristezza, paura e disorientamento piantata sulla bocca dello stomaco. Dopo tre anni passati a cercare di integrarmi, di non essere “la straniera”, di capire se quel posto sarebbe diventato o meno “casa mia”, stavamo finalmente facendo le valigie per tornare a Tarquinia. Era spiazzante. Credo che sia una sensazione simile a quella che provano le persone nel vedere uno dei genitori cambiare molti partner dopo il divorzio. Non sai se quell’ennesima persona che entra in casa tua è il tuo nuovo papà o la tua nuova mamma.


Ecco, io stavo iniziando ad abituarmi solo allora all’idea che quell’appartamento in Gran Vía de Ortaleza fosse la mia nuova casa. E invece no, un altro trasloco.



Ha continuato ad andare avanti così, finché non mi sono dovuta trasferire per l’ennesima volta, a Milano, e forse è per questo che non riesco ad affezionarmi a questo posto: è come quando soffri tanto per amore e, quando poi ti trovi a fare sesso con un’altra persona, ti imponi di non lasciarti andare perché sai che prima o poi starai di nuovo male.


So che a vent’anni dovrei aver voglia di girare il mondo, di andare alle feste e vederle fallire, ma almeno per adesso sto molto meglio così: sul divano tigrato, con la pizza tiepida e quella che ormai è solo mezza lattina di Coca.


Non credo che mi sentirò mai vicina a Drugo Lebowski più di ora.



Mi alzo di scatto, senza pensarci troppo, prendo una latta dalla dispensa, ne taglio il contenuto a tocchetti, torno al divano. Mi guardo intorno per essere certa che nessuno, nemmeno i divani, mi stiano guardando. Poi lo faccio: metto le tre fette di ananas che ho appena tagliato direttamente sulla pizza.



Quando stavo a Madrid c’era un posto in centro dove andavamo a mangiare la pizza con l’ananas. Non ho idea di dove fosse, né se sia ancora aperto o meno, ma quella pizza mi era sempre sembrata l’idea del secolo, il perfetto bilanciamento di consistenze, sapori e temperature, il salato del prosciutto, il dolce dell’ananas, e l’umami dei funghi.

Che poi ho scoperto cosa si intende a livello tecnico con il termine “umami” solo un paio di mesi fa. Però, pur ignorandone il significato, è una parola che mi è sempre piaciuta molto.


La mia mente la pronuncia come se fosse una chola messicana, coi capelli cotonati e l’eye-liner esagerato, che si mette la mano sul petto ed esclama deliziata “Uh-Mami!”.



U M A M I.

Cosa succederà adesso?

  • Lui (sì, quello dei racconti precedenti) viene a trovarmi a Milano: spaghettata? (33%)
    33
  • Un altro viaggio, ma breve: agnolotti? (0%)
    0
  • Conosco qualcuno di speciale: risotto? (67%)
    67
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17 Commenti

  1. Ciao Umami,
    …che ho appena scoperto cosa significa fra l’altro…dopo il tuo accenno nell’ultimo capitolo ho dato anche un’occhiatina a Goggole 😉
    Mi piace l’idea di un racconto eno-gastronomico, chiamiamolo così, che si muove nell’atmosfera intima e passionale del cibo cucinato a casa…e mi è piaciuto in particolare questo terzo capitolo, dopo la lettura consecutiva di tutti e tre (fantastico l’accostamento pizza/sesso!!!).
    Però fatico ad inquadrare la trama a dire la verità….perciò spero che nel prossimo capitolo prenda forma…
    Ero indecisa tra lui e qualcuno di speciale: siccome preferisco il riso agli spaghetti alla fine ho optato per qualcuno di speciale (che spero comunque sia un lui!!).
    A presto!

  2. Ciao! Questo tuo incipit mi è piaciuto davvero, davvero molto. Genuino, sincero, allegro. Mi ha fatta davvero sorridere!
    Senza contare che mi ha fatto venir voglia di carbonara, ma non ho tempo per prepararla, sigh.
    Comunque, davvero bello, complimenti, l’idea è davvero originale, raccontare una storia attraverso dei piatti.
    Ho votato per “cucina lui”, sono curiosa di sapere cosa accadrà!

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