Duath

Bosco Dorato

Il mio primo ricordo sono le grandi chiazze di luce che filtravano tra i rami degli alberi. Sembravano enormi laghi, fatti d’un filo d’acqua splendente posata sul muschio soffice. Il bagliore argenteo delle case affusolate, addossate ai solidi tronchi di conifere antichissime. Ricordo il volto di mia madre. Un filo di disappunto attorcigliato sulle sopracciglia bionde. Le lunghe orecchie a punta.

“Perché le mie sono tonde?”

Ricordo. Avevo appena pestato uno dei molti cugini. Curiosamente tutti gli abitanti del Bosco Dorato erano imparentati. Forse è normale, quando impieghi secoli per crescere e millenni per crepare. Non piacevo a nessuno, da quelle parti. Solo a mia madre. Forse.

“Perché un giorno sarai un uomo, Duath.”

È buffo. Sebbene conosca il senso di quella frase, non posso ricordare in che lingua fu pronunciata. La sua voce era acuta, cristallina. La cadenza musicale degli elfi era sempre la stessa, qualunque lingua lei parlasse. Dolce. La amavo di quell’amore dovuto ed innocente: l’amore che si deve alla mano che ti nutre, alla coperta che scalda gli inverni. Era bellissima.

“Io voglio essere come voi.”

A ben pensarci, ho molti di questi ricordi. Una zuffa con qualche giovane elfo, nocche e labbra sanguinanti, il disappunto. Andava sempre a finire così. I cugini si vantavano di avere chi ottanta anni, chi cento. I miei cinque, o sei, sembravano essere sempre un gran problema. Un orrendo difetto. Suppongo che il mio odio per le questioni razziali venga proprio da qui. Io non sono come loro, non ne ho mai fatto una ragione di razza, dimensioni delle orecchie, lunghezza della barba. Io no. Ho sempre odiato tutti con lo stesso garbo.

L’unica cosa che mia madre pretendeva da me, era che io imparassi una lingua ancora più antica di quel che già si parlava. Sebbene ebbi modo d’imparare la lingua delle orecchie tonde e quella delle lunghe, di questo idioma antico non compresi mai una sola parola. Eppure, continuava ad affermare lei, la veggente del villaggio era più che sicura che avessi un vero talento per quel genere di cose.

Mia madre si convinse infine che l’Aruspice fosse giunta alla demenza. Di certo era tanto vecchia d’aver visto nascere e crescere gli alberi al centro del Bosco, ma vi dirò: non perse mai una sola oncia del suo dono.  È l’amore delle madri per i figli a renderle cieche, perché imparai dopo che non tutta la Magia viene parlata nella lingua antichissima. Non erano ancora il momento, né il luogo, giusto.

Quando raggiunsi i dodici anni, i miei amati ed eternamente giovani parenti iniziarono a prendersi gioco della peluria che, abbondante, prese a crescere sul mio corpo. Esplose come la più violenta delle primavere. Loro erano splendidi: eternamente glabri, perennemente marmorei. Scolpiti nella carne e nelle ossa più perfette di tutto il creato. Splendidi e alti, leggiadri e saggi.

Un umano di dodici anni è, invece, una orrenda palla di grasso messo nei posti sbagliati, pelurie arruffate ed odori sgradevoli. Mi spuntarono degli orrendi baffetti sottilissimi, e l’olezzo delle mie ascelle al termine di un pomeriggio di giochi avrebbe potuto stendere un bue a duecento passi di distanza. Gli Elfi, invece, loro non hanno mai odore. Profumano solamente dell’essenza che desiderano indossare.

Con il senno di poi non avrei mai dovuto rispondere alla domanda della cugina Irisu. Duecento anni, tra gli Elfi, non erano abbastanza per scoprire dove gli umani nascondessero i peli sotto la cintura delle brache.  Se non avessi ceduto alla bravata, ora sarei un vecchio quieto e pasciuto. Non avrei visto guerre ed orrori inimmaginabili. Molta più gente sarebbe ancora viva, molte donne ancora illibate. Molti orfani giocherebbero con le proprie famiglie. Ma tutta questa vita sarebbe stata una gran noia.

Sebbene Irisu non parve particolarmente dispiaciuta della scoperta, quel gioco costò la mia permanenza tra le genti del bosco. Venne sua madre a bussare alla nostra porta, forse l’unica madre a potersi permettere di guardare la mia dall’alto al basso.

“Vieni, dobbiamo parlare.” Ordinò, senza degnarmi di alcuna attenzione. Solo mia madre mi guardò: nei suoi grandi occhi verdi tempestati di pagliuzze dorate ho il primo, profondo, ricordo della tristezza e dell’impotenza. Uno sguardo, decisi in quel momento, che non avrei mai voluto avere.

Uscirono, ed una terza donna venne a sedersi al mio fianco. Mi sorrise, e baciò con labbra secche e sottili la mia fronte. Mi passò una mano tra i capelli. Sognai laghi dorati ed isole di muschio, ed il profumo del gelsomino che sbocciava sulla parete sud della nostra casa. Sognai cervi fatti d’argento al pascolo su nubi rigonfie di petali di rosa.

Mi svegliai che Bosco Dorato era ormai perduto, e tutto puzzava di piscio.

Dove si risveglierà Duath?

  • Un carro di schiavi destinati al mercato. (0%)
    0
  • La foresteria del Tempio d'una divinità benevola; (33%)
    33
  • Un villaggio di contadini appestato dalla miseria; (67%)
    67
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11 Commenti

  1. Ciao Duath. Ho visto che mi seguivi e ho deciso di venirti a trovare. Ma purtroppo è una storia per adulti e io ho solo 10 anni (ti giuro che nn l’ho letta). Ho letto la trama e ti faccio i miei complimenti (e tu dirai:-chissà che complimenti da una di 10 anni). Devo dirti la verità: nn ho capito molto dalla trama e questo mi incuriosisce a leggere la storia ma non posso, però scrivi davvero bene. Complimenti!!!!!! 😀 😀 😀 !
    Gili 😛

  2. Tentando la fuga, anche se non subito.

    Questo racconto mi ha colpito; crudo ma senza scadere nel volgare; non deve essere facile crescere tra gli elfi però, a quanto pare, qualcosa da loro ha preso, visto che lui tratta gli altri allo stesso modo in cui gli elfi trattavano lui 😉

    Non so ancora dove vuoi andare a parare, ma provo a seguirti 🙂

    Ciao 🙂

  3. Avverto tanta rabbia nella narrazione del tuo personaggio. Ammetto che trovarsi nella cruda realtà da lui descritta sia difficile, ma è una conseguenza a ciò che ha dovuto affrontare.
    Scusami ma con parole così dure ho quasi sussultato. E questo vuol dire che forse stai riuscendo nel tuo intento di catturarci a modo tuo nella sua storia.
    La narrazione in prima persona, però, è sì più semplice da scrivere, tuttavia è la più complicata da comprendere, perché devi riuscire ad entrare in sintonia con il protagonista e non tutti ci riescono.
    Per quanto mi riguarda, in questa storia ancora non trovo un feeling con lui, ma forse perché non ho ancora compreso bene le sue intenzioni.
    Per una storia così piena di suspence, ho scelto la possibilità dove Duath attende l’arrivo di Elkhadra. Ci sarà sicuramente tempo per una lotta, però partire subito a combattere mi sembra troppo esagerato per un racconto che già di per sè avrà molti colpi di scena.
    Un saluto,
    Fant

  4. Ciao! Io dico che si ritrova in un comune villaggio che versa in una sfortunata situazione socio-economica (aka “miseria”).
    E’ sempre un piacere leggere una storia scritta in italiano corretto, senza errori di punteggiatura e sintassi. Questo sarebbe già un buon motivo per seguirti: il fatto che il tuo protagonista mostri già una personalità interessante è comunque un ottimo bonus.
    Il piccolo umano cresciuto tra gli elfi non è proprio una cosa inedita, ma le circostanze che hanno portato alla sua cacciata mi fanno pensare che questo racconto riserverà più di una sorpresa.

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