Duath

Dove eravamo rimasti?

Dove si risveglierà Duath? Un villaggio di contadini appestato dalla miseria; (67%)

Borgo K’Ar

Borgo K’ar era l’angolo più odiato dell’intero Universo. Ancora oggi, questa è la miglior descrizione che possa fornirne. Un antenato della misera gente che lo abitava doveva aver offeso almeno un centinaio di divinità diverse, e contemporaneamente, per allontanare dal proprio villaggio la benevolenza di tutti gli Dei.

Ogni due anni di raccolto giungevano orrende siccità, ed Ekatn la Lucente mai posava il proprio pietoso sguardo sui contadini. Le mandrie subivano l’assalto delle più orrende Pesti, e l’onnisciente Ryr aveva sempre qualcos’altro a cui pensare. Forse solo l’Oscuro Ntake donava al Borgo un po’ della propria attenzione, ma era l’ultimo Dio di cui il villaggio avrebbe avuto bisogno.

Le case erano addossate l’una all’altra. Cenci di pietre sbeccate e legno malconcio raggrumati sulla sommità di una collina sulla quale, tanto era arida, pareva crescessero proprio i sassi. Mi risvegliai lì, tra il puzzo di urina e l’olezzo di una capra talmente magra da essere quasi trasparente. Col senno di poi, avrei dovuto lasciare Irisu nell’ignoranza.

Venni affidato alle severe, ma giuste, cure del Sacerdote. Un umano di quarantacinque anni con una incrollabile fede nel vino e nelle cinghiate, alto ed allampanato. La Follia Rossa aveva già coperto la sua intera mano sinistra di chiazze vermiglie. Da lì a dieci anni il morbo sarebbe risalito lungo l’intero braccio, fino a toccare la radice del cervello. Consolò la mia prima notte di pianto con dodici sferzate.

“Una cinghiata per ogni anno d’età, e ringrazia la dolce Ekatn.”

Sembrò molto soddisfatto della mia precoce, seppur incompleta, istruzione. Abbastanza almeno da tenermi con sé e nutrirmi. Gli indimenticabili banchetti del Borgo: dodici piccole patate a pranzo, dodici a cena. Ben poca roba cresceva nella terra di K’Ar.

“Una patata per ogni anno d’età, e ringrazia la magnanima Ekatn.”

Imparai ben presto ad avere sentimenti contrastanti sui miei compleanni. Due insegnamenti importanti, però, K’ar me li lasciò: il primo, fu di odiare la povertà con tutto me stesso. Ogni mese il Sacerdote curava le esequie di un qualche corpicino nato troppo tardi, o morto troppo presto; non faceva una gran differenza. Provavo dolore nell’osservare dal suo fianco i volti distrutti dei genitori, e quelli affamati tra i parenti un poco più distanti. Affamati. Giurerei avrebbero mangiato anche quella minuscola carcassa. Io non sarei mai stato così.

Il secondo insegnamento, incredibilmente, venne dalle labbra stesse del Sacerdote:

“Gli Dei? Tutte balle. Devi imparare a mentire, ed a mentire bene Duath. È così che si sopravvive: guarda me, quanti sacchi di patate che ho! Ripeti una cosa abbastanza a lungo, e con abbastanza convinzione, ed un giorno qualcuno ti crederà. Il resto degli uomini lo seguirà, come una mandria di pecore.”

Pecore. A diciassette anni avrei ucciso per mangiarne una. Crescevo alto e, nonostante la fame, solido. Immerso nella misera popolazione di K’Ar, spiccavo in bellezza ed intelligenza come i migliori Angeli di Ekatn. Per questo, e per la mia superiore intelligenza, mai legai con alcuno di loro. Anzi, venivo ingiustamente perseguitato e schernito da greggi di adolescenti orrendi e contorti.

Compresi così il punto di vista degli Elfi. Provavo per la gente di K’Ar il medesimo disprezzo che i miei cugini mostravano per me. Vedevo quegli umani come la manifestazione dell’orrore più grande che l’universo avesse da offrire. Io non sarei mai stato come loro.

Fu al compimento delle due decadi di vita, mentre banchettavo con ben venti patate, che sentii per la prima volta un acuto sfrigolio nei polsi. Lo spesso osso all’interno del braccio pareva vibrare, contorcendosi di vita propria. Era l’anno della Peste Tonante, quando le vacche di K’Ar presero ad esplodere una dopo l’altra in meravigliose detonazioni gassose di sangue ed interiora. Confesso, allora, d’aver temuto non poco in quel frangente che la malattia potesse trasmettersi agli uomini.

In quel momento, giunto alla mia settima patata, bussarono tre volte alle porte del Tempio. Il Sacerdote andò ad aprire. Non lo sentii morire.

Elkhadra doveva davvero conoscere il fatto suo in materia di coltelli. Aprì la gola dell’uomo con un singolo colpo, evitando gli schizzi del suo sangue. Elfi, dannatamente agili. Avrei voluto vederla: se uccise il Sacerdote con la medesima eleganza con cui ancheggiò fino alla porticina che dava sulla nostra stanza, dovevo essermi davvero perso un gran spettacolo.

La attesi ad occhi sgranati, una patata mezza masticata ancora in bocca, ammaliato dall’ondeggiare dei lunghi capelli neri dell’Elfa. I seni abbondanti, sotto un corpetto di cuoio ben sagomato, tradivano un’origine ben diversa dal dolce Bosco Dorato. Era bellissima, almeno quanto la lama insudiciata di sangue che ancora stringeva in mano lasciando alle sue spalle, goccia dopo goccia, una lunga scia di petali cremisi.

Come reagirà Duath ad Elkhadra?

  • Attaccando preventivamente. (43%)
    43
  • Attendendo il suo arrivo; (43%)
    43
  • Tentando la fuga; (14%)
    14
Loading ... Loading ...
Categorie

Lascia un commento

11 Commenti

  • Ciao Duath. Ho visto che mi seguivi e ho deciso di venirti a trovare. Ma purtroppo è una storia per adulti e io ho solo 10 anni (ti giuro che nn l’ho letta). Ho letto la trama e ti faccio i miei complimenti (e tu dirai:-chissà che complimenti da una di 10 anni). Devo dirti la verità: nn ho capito molto dalla trama e questo mi incuriosisce a leggere la storia ma non posso, però scrivi davvero bene. Complimenti!!!!!! 😀 😀 😀 !
    Gili 😛

  • Tentando la fuga, anche se non subito.

    Questo racconto mi ha colpito; crudo ma senza scadere nel volgare; non deve essere facile crescere tra gli elfi però, a quanto pare, qualcosa da loro ha preso, visto che lui tratta gli altri allo stesso modo in cui gli elfi trattavano lui 😉

    Non so ancora dove vuoi andare a parare, ma provo a seguirti 🙂

    Ciao 🙂

  • Avverto tanta rabbia nella narrazione del tuo personaggio. Ammetto che trovarsi nella cruda realtà da lui descritta sia difficile, ma è una conseguenza a ciò che ha dovuto affrontare.
    Scusami ma con parole così dure ho quasi sussultato. E questo vuol dire che forse stai riuscendo nel tuo intento di catturarci a modo tuo nella sua storia.
    La narrazione in prima persona, però, è sì più semplice da scrivere, tuttavia è la più complicata da comprendere, perché devi riuscire ad entrare in sintonia con il protagonista e non tutti ci riescono.
    Per quanto mi riguarda, in questa storia ancora non trovo un feeling con lui, ma forse perché non ho ancora compreso bene le sue intenzioni.
    Per una storia così piena di suspence, ho scelto la possibilità dove Duath attende l’arrivo di Elkhadra. Ci sarà sicuramente tempo per una lotta, però partire subito a combattere mi sembra troppo esagerato per un racconto che già di per sè avrà molti colpi di scena.
    Un saluto,
    Fant

  • Ciao! Io dico che si ritrova in un comune villaggio che versa in una sfortunata situazione socio-economica (aka “miseria”).
    E’ sempre un piacere leggere una storia scritta in italiano corretto, senza errori di punteggiatura e sintassi. Questo sarebbe già un buon motivo per seguirti: il fatto che il tuo protagonista mostri già una personalità interessante è comunque un ottimo bonus.
    Il piccolo umano cresciuto tra gli elfi non è proprio una cosa inedita, ma le circostanze che hanno portato alla sua cacciata mi fanno pensare che questo racconto riserverà più di una sorpresa.

  • Questo sito usa i cookies per migliorare l'esperienza utente. Cliccando su Accetto acconsenti all'utilizzo di cookie tecnici e obbligatori e all'invio di statistiche anonime sull'uso del sito maggiori informazioni

    Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

    Chiudi