I vestiti del Principe

Dove eravamo rimasti?

Nel prossimo capitolo vedremo uno di questi personaggi: La mamma di Raissa; (47%)

Strade...

Vite sprecate: la mia, buttata via dopo l’Olimpiade nella ricerca di una vendetta verso chi è morto amandomi. Quella di Michele, diventato apatico perché era nel “posto del morto”, ma a morire è stato il suo amico. Quella di mio figlio, che se avessi ricevuto una lettera, forse, non sarei caduta nello sconforto. E, naturalmente, quella di Ciro, finita sul più bello. Quante persone sono legate a una semplice vita?

-o-

Qualche giorno prima.

Raissa non sa che fare. È sicura di aver trovato il suo Ciro: il papà del mimo. Guarda sconsolata quel che resta dei suoi soldi. Le servono contanti. Prende il telefono.

«Pronto?» risponde una voce svogliata.

Per Raissa è difficile dirlo, ma violenta le sue corde vocali.

«Ho bisogno d’aiuto».

-o-

Michele la guarda con distacco.

«Io non ti denuncio solo per rispetto della memoria di Ciro». Raissa lo immaginava e sorride. Sa bene che lui non vuole entrarci.

Più lo guarda e più sente montare dentro di sé la rabbia. Perché Ciro è morto, così pieno di amore, di vita, e quell’essere insignificante che vive per non morire è sempre lì, con la sua odiosa routine.

Raissa gli racconta tutta la sua storia, e si sente come se stesse svuotando un sacco pieno di oggetti muffosi. Gli racconta di quando Ciro le ha detto di quella via: una strada dedicata a lei. Una bella donna.

Michele va in su e in giù per la stanza, ogni tanto il suo occhio cade sul congelatore.

«E che volevi fare se trovavi Ciro? Ucciderlo?»

Raissa scuote la testa e di nuovo abbozza un sorriso, uno squarcio in un cielo nuvoloso.

«Io uccidere? No. Io volevo fare come quel film, C’era una volta in America. Volevo trovare lui, far finta di non conoscere e dare lui la foto e esami che noi avevamo avuto bambino. Gli avrei raccontato una storia, di due persone conosciute durante Olimpiadi. Lui avrebbe chiesto a me di restare, ma io avrei fatto finta di non conoscere lui, non avrei ceduto. E me ne sarei andata. Volevo che capiva quanto si era perso. Invece ora capisco quanto io mi sono persa».

Per la prima volta Raissa vede qualcosa di vivo negli occhi di Michele.

-o-

Michele si è allontanato. Raissa guarda la foto sulla lapide. È rimasto giovane per sempre. Prende la foto e dall’altra tasca tira fuori un fiammifero. Il vento le fa volare il foulard, facendole il solletico sulla guancia. La foto brucia, insieme al suo odio. Rimane solo cenere: ora sono spariti entrambi.

Mentre tornano indietro Michele le chiede:

«E ora che cosa farai a Mosca?»

Lei lo guarda con un mezzo sorriso.

«Qualcosa farò. Mi darò da fare».

Il giorno dopo è già sull’aereo per Mosca. Nessuno l’ha fermata in aeroporto. Dopo così tanti anni è di nuovo libera.

-o-

Qualche giorno prima.

Pasqualino arriva a casa di suo zio. Raissa gli apre e lo invita a entrare.

«Posso?» dice lui stupito.

«Sì. Non ho molto tempo e devo confessarti una cosa».

«Riguarda… ‘o zio?»

Non pensava fosse così difficile dirglielo. In un attimo gli racconta tutto, dell’infarto, di come lo abbia nascosto nel congelatore e di come sia stata scippata.

Pasqualino ascolta come se gli stesse raccontando la trama di un film scadente. Alla fine di tutto la sua unica reazione è:

«Quindi?»

«Ho bisogno di documenti falsi, soldi e un biglietto per la Russia. Tu sarai l’erede di tutto questo».

Pasqualino si guarda intorno con meraviglia:

«Pace all’anima sua».

——

Pasqualino ha davvero delle amicizie, in un paio di giorni le porta tutto quello che gli ha chiesto, si è pure indebitato. Unico patto, lui deve far finta di non sapere nulla, altrimenti lo sospetterebbero, visto che è l’unico erede. Il ritrovamento del Principe deve sembrare assolutamente casuale. E per questo useranno Michele. Pasqualino acconsente.

Ora può compiere la sua vendetta. Si trucca, prende la borsa, apre la porta e trova Michele nell’atto di bussare.

-o-

Raissa, con dei grandi occhiali scuri, siede su una panchina in un parco a Mosca. Ha appena ricevuto la telefonata di un Pasqualino disperato. Il Principe gli ha fatto uno scherzetto. Per ricevere la seconda parte dell’eredità, il nipote deve aprire un’attività commerciale. Ci sono persone fatte per non lavorare: Pasqualino è una di queste.

«Ci penso io» lo rassicura lei.

—-

Raissa bussa a una porta. Le apre una signora anziana, il viso grinzoso come una tovaglia sgualcita. Raissa l’abbraccia.

«Scusa, mamma».

—-

Un’appesantita Oksana cammina con il marito e i tre figli lungo la via Tverskaya. I suoi occhi cadono sull’insegna. Non aveva mai visto quel negozio.

-Belle Donne, sartoria napoletana-.

Fa capolino giusto in tempo per vedere Raissa. Il tempo per lei pare si sia fermato. Dirige delle ragazze come un abile direttore d’orchestra. Fa un passo indietro intriso d’invidia.

«Non entriamo?» chiede il marito.

«No, sono abiti dozzinali».

—–

Raissa ha in mano un diario. Quello che teneva da ragazza. L’ultima pagina scritta è quella in cui aspettava la lettera di Ciro.

Chiude gli occhi e inspira profondamente.

A volte bisogna saperlo fare.

È dura, ma va fatto.

Espira e gira pagina.

È bianca come la neve.

Come un nuovo inizio.

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