Elusive Sight of an Atomic Dawn

Dove eravamo rimasti?

Cosa succederà al nostro protagonista? Viene catturato da una delle gang lungo la strada per l'ospedale (40%)

What Did I Saw?

Quando vivi in un mondo in cui la temperatura minima tocca i quarantadue gradi, cominci a prendere delle precauzioni per spostarti. Per chi viveva in quella che era stata la Città Eterna (anche se alla prova dei fatti s’era dimostrata tutt’altro che tale) c’era quella che, pretenziosamente, veniva definita tenuta da esplorazione. Un asciugamano scuro intorno alla testa, una vestaglia bianca, e un paio di occhiali dalle lenti scure. Tutto qui. Per il resto, c’erano due regole: muoversi il più possibile all’ombra, ed evitare di farsi ammazzare.

La strada che un tempo si chiamava via della Pineta Sacchetti era diventata un cimitero di metallo bollente, asfalto e gomma bruciata. Le gang si massacravano da anni per quelle carcasse di auto, che garantivano pezzi di ricambio ai loro dannatissimi mezzi da guerra, che servivano solo a vincere le guerre contro le altre gang per conquistare i pezzi di ricambio. Come se fosse necessario continuare ad ammazzarsi in un mondo in cui la gente moriva anche troppo facilmente.

I più pericolosi erano i bangla. Quando tutto era andato a puttane e l’AISE aveva abbandonato il Forte Braschi, loro ci si erano infilati subito, scoprendo che nessuno si era preoccupato di svuotare l’armeria. E così i bangla erano diventati la superpotenza della Roma nord di oggi. Dopo si entrava nella zona dei rom. In un mondo dove l’unica valuta erano i medicinali, lì era l’unico posto in cui potevi ancora ottenere qualcosa con l’oro. L’ospedale però, o almeno la zona che c’era intorno, era già fuori dal controllo dei rom. Quello era il regno dei gialli. Non avevo mai capito se fossero cinesi, giapponesi o coreani, tutto quello che mi interessava sapere era che erano dei pazzi psicopatici e che bisognava passargli il più lontano possibile.

Cosa difficile da fare, visto che trovai il Gemelli presidiato da due ragazzetti imberbi dai tratti orientali con le pistole in pugno. Ma ebbi molta più fortuna di quanta osassi sperarne. Sentii delle voci concitate rompere il rovente silenzio dell’aria. Venivano dall’ospedale e si alzavano di tono avvicinandosi. Chiunque stesse parlando doveva essere piuttosto incazzato. Mi nascosi, mentre i due ragazzini asiatici venivano raggiunti da due uomini più vecchi con dei mitra malandati. I nuovi arrivati abbaiarono qualche ordine in cinese o dio-sa-cosa, poi si avviarono di corsa verso la Trionfale, scomparendo nell’aria tremolante. L’ingresso era rimasto sguarnito.

Mi precipitai verso i cancelli e attraversai il piazzale catapultandomi verso le porte del Gemelli. Non mi fermai finché non raggiunsi il primo piano e dovetti riprendere fiato. Il corridoio dove mi trovavo era polveroso, sporco, pieno di calcinacci e vetri rotti, e soprattutto silenzioso. Non c’era traccia di asiatici, per cui decisi che avventurarmi nell’ospedale sarebbe stato assolutamente sicuro, almeno entro i limiti che la parola sicuro poteva avere in una situazione del genere. Non ero certo di essere dalla parte giusta. Così cominciai a salire, sperando di riconoscere qualcosa dall’ultima volta. Ci vollero ore prima di trovarmi davanti a una rampa di scale che riconobbi. Non ero lontano.

Trenta gradini dopo eccomi nell’atrio. Il cartello “Terapia Intensiva” penzolava nella stessa posizione scomposta e casuale, nulla sembrava essersi spostato. Tranne quella dannatissima porta.

Ero completamente sicuro che né io, né Ahmed l’avessimo chiusa andando via. Chi allora?

Deglutii rumorosamente, accorgendomi che ero rimasto immobile con il battito accelerato. Mi costrinsi a muovermi, un microscopico passo dopo l’altro. Ero ormai arrivato alla porta quando qualcosa cadde nel corridoio rimbombando come un colpo di cannone. Mi congelai col cuore che tambureggiava contro la cassa toracica. Mi ci volle un minuto per tornare a respirare. Deglutii di nuovo, poi mi decisi e aprii.

Qualsiasi cosa mi fossi aspettato di vedere, non era quello che mi trovai davanti. Il reparto era completamente distrutto. Pezzi di letti e macchinari medici giacevano al centro del corridoio mentre le pareti scrostate erano sporche di una scura sostanza appiccicosa. Le porte erano divelte, i vetri in pezzi. Ero tanto attonito che non mi accorsi dei passi che si avvicinavano alle mie spalle.

«Chi cazzo sei?» La voce stridula dal fortissimo accento asiatico mi colpì come un fulmine. Mi voltai per ritrovarmi di fronte un ragazzino di nemmeno quindici anni con un fucile a pompa puntato contro la mia faccia. «Chi cazzo sei?» ripeté con quella stupida voce querula. Prima che potessi provare a parlare, lo vidi sbiancare.

Mi accorsi di essere nell’ombra di qualcosa di enorme e vivo, qualcosa che un istante prima non c’era. Sentii un solo, pesante respiro, liquido e gorgogliante. Poi, in un battito di ciglia, il ragazzo esplose, schizzando il sangue ovunque.

Un soffio di aria gelida mi passò tra i capelli sudati mentre ciò che avevo alla spalle si piegava su di me. Guardai la pozza sanguinolenta che prima era stata il ragazzino, e fui certo di star per morire.

Nel prossimo capitolo l'azione si sposterà, e riceverete più informazioni su un aspetto specifico del racconto. Quale preferireste?

  • Cosa sono andati a fare Baba e Ahmed mentre il nostro protagonista è al Gemelli (0%)
    0
  • Flashback sulle cause dell'Apocalisse che ha coinvolto Roma (0%)
    0
  • Nuovi dettagli sulla "Cosa" alle spalle del protagonista (100%)
    100

Voti totali: 1

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6 Commenti

  1. Ciao,
    Ho letto il tuo incipit e mi hai incuriosito, ho quindi deciso di fare catturare il tuo protagonista dalla gang e vediamo cosa succederà.
    Se posso permettermi, vorrei solo metterti in guardia dalle ripetizioni tipo questa:
    ” A Baba non piaceva Ahmed. A dire la verità, a Baba non piaceva nessuno.Aspettai ancora di sentire i passi pesanti di Baba’.
    Qualche virgola fuori posto ma per il resto, ti ho trovato scorrevole. Inoltre mi sono piaciuti i termini come “simulacro”.
    Qui invece, anziché utilizzare la parola “dire”, ti consiglierei di trovarne una più appropriata:
    “ma intuito potevo dire che ci fosse scritto “Terapia Intensiva”, non suona un po’ male?
    Per rendere la frase più armoniosa, pensa a “sostenere” “affermare”, “garantire”;
    “Ad intuito, avrei potuto anche garantire che ci fosse scritto….”
    O comunque qualcosa di simile insomma.
    Ovviamente i miei sono solo piccoli consigli e non vogliono essere assolutamente critiche.
    Ciao alla prossima
    Ilaria_S

    • Ciao Ilaria. Grazie mille per il feedback. Vedremo quale sarà l’esito della votazione, poi sceglierò di continuare come ha votato la maggioranza. Ti ringrazio anche per i graditi consigli. Solo una cosa: A prima ripetizione che hai portato come esempio era voluta. “A Baba non piaceva Ahmed. A dire la verità, a Baba non piaceva nessuno” l’usato per enfatizzare il concetto, in modo un po’ retorico. Per il resto però ho già preso nota degli accorgimenti.
      Ti ringrazio ancora, e spero che continuerai a leggermi.

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