L’uomo che gli rubavano le idee

Dove eravamo rimasti?

Ma commissario, come facciamo a trovarlo? Semplice, basterà andare A casa del Caputo. (50%)

Ci sono cose....

Rintracciato l’indirizzo del Caputo, Santoro e Uncino si trovarono davanti a una villetta dall’aspetto dimesso. Le erbacce arrivavano alle finestre e le ante avevano un aspetto consunto.

Uncino bussò.

“Signor Commissario, mi perdoni la domanda. Ho controllato e sembra che il Caputo non abbia parenti in vita. Anche quel nipote carabiniere di cui mi aveva parlato – sa, sembra che non esista. Non le sembra strano?”

“Non lo so, Uncino. Ma questa è l’unica casa che risulta intestata al vecchio e quindi la dobbiamo perquisire.”

“Dite che il vecchio ha lasciato qualche indizio?”

Santoro alzò gli occhi al cielo per invocare l’aiuto dei suoi santi. “Forse, oppure controlliamo se ha i sali da bagno!”

Uncino guardò Santoro con la testa piegata di lato, ma non disse nulla.

Intanto il commissario, spazientito, bussò a sua volta in maniera più nervosa.

La porta si aprì leggermente. I due si fecero un cenno d’intesa, e entrarono. Uncino fece passare avanti Santoro.

Buio e silenzio coprivano tutto e Santoro fece un cenno a Uncino perché cercasse la luce. I loro passi sembravano tonfi di macigni sul pavimento. Quando Uncino trovò l’interruttore e la luce di una piccola lampadina incrostata illuminò la stanza, Santoro si guardò intorno. Era in una minuscola cucina con mobili dismessi e un tavolo stretto. Tutto era coperto da uno spesso strato di polvere. I ragni si erano impossessati delle pareti e sul pavimento lo sporco scuriva il colore delle piastrelle. Tutto era abbandonato da chissà quanto.

Tutto tranne una cosa.

Sul vecchio tavolo di formica bianca, stava, nuovo e lucido, in netto contrasto con tutto il decadimento attorno, uno scolapasta di plastica. Rosso.

Santoro rimase a guardarlo come ipnotizzato. Uncino che si trovava dietro di lui e non si aspettava che il commissario si fermasse come fulminato in mezzo alla stanza, gli andò addosso.

Tanto servì perché Santoro si riscuotesse.

“Uncino, lo vedi anche tu?”

“Cosa commissario?”

“Li sul tavolo, lo vedi?” Santoro parlava a voce sommessa, come se avesse paura che qualcuno lo sentisse.

“Commissario, si sente bene?”

Uncino, che non era mai stato sveglio, in quell’occasione si dimostrò del tutto ottuso.

“Commissario? Commissario!” iniziò a chiamare a voce sempre più alta, mentre Santoro, indietreggiando, farfugliava.

“Certo, certo, quello è tornato dalla tomba per vendicarsi di me. Torna tutto. La Pamela che muore e lui che si vendica. Lo zio Pomo ormai non c’è più, quindi è tornato da me, che sono l’unico erede in vita.”

Uncino sventolava la mano davanti agli occhi di Santoro.

“Andiamo!” Il commissario si riscosse e uscì dalla casa come una furia.

“Commissario, non dovevamo perquisire?” gridò Uncino.

Santoro era già dieci metri avanti e Uncino dovette sudare per raggiungerlo. Quando ci riuscì, ansimando e sputacchiando, gli chiese, “Commissario, ma che succede?”

Santoro si girò verso il sottoposto con uno sguardo che fece fare un salto all’indietro a Uncino.

Santoro lo agguantò per le spalle e gli chiese, “Dimmi cosa hai visto in quella casa!”

“Commissario, che c’era da vedere? Era tutto lercio, non ci sta più un’anima viva da molto tempo!”

Santoro a quelle parole si fece, se possibile, ancora più bianco.

“Commissario, ora mi sta facendo preoccupare! Vuole che andiamo al pronto soccorso?”

“Certo, così ci rimango secco di sicuro! No, io ho bisogno di vacanza!”

Uncino a queste parole si sgonfiò come un palloncino. Di lì a qualche giorno infatti, sarebbe partito per Rimini con la Rosa.

“Commissario, ma io .. ma lei…” balbettò, sbiancando a sua volta.

Santoro si voltò verso di lui, con lo sguardo di un rapace.

“Non una parola su questa storia, Uncino. Altrimenti le tue vacanze saltano! Intesi?”

“Ce-Certo, commissario!”

Santoro si voltò a guardare la casa del Santoro. Forse una messa da don Costante avrebbe risolto la faccenda. O forse no. Forse ci voleva un aiuto più potente.

Tornato in commissariato, si richiuse nel suo ufficio, mentre Uncino, timoroso di perdere le sue ferie all’ultimo secondo, gli girava alla larga.

Il commissario rimase al telefono per tutta la mattina. Uncino lo sentì sillabare nel telefono il nome del vecchio. Poi Santoro si prese un’aspettativa di sei mesi, tra le chiacchiere dei suoi, che non sapevano spiegarsi la cosa. Si vociferava che fosse partito per un pellegrinaggio nei santuari mariani, ma nessuno sapeva bene dove. Uncino fu incredibilmente discreto a riguardo, anche dopo la sua vacanza a Rimini in cui aveva trovato un tempo terribile.

Qualche settimana dopo, sul giornale della parrocchia, si trovò un annuncio alquanto bizzarro.

Il giorno 26 cm alle ore 18 si terrà una messa di suffragio per il defunto Caputo Ferdinando, vero inventore dello scolapasta.

Nessuno seppe spiegarsi quelle parole per un defunto vecchio di dieci anni, ma la cosa si perse presto tra le chiacchiere del paese. Nessuno vide quella sera nei banchi della chiesa, un vecchio con il cappello di lana, che finita la funzione, si incamminò nel tramonto scomparendo per sempre alla vista.

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34 Commenti

  • Ciao Aiels,
    molto divertente questo capitolo, peccato che il tempo trascorso dall’ultima pubblicazione mi abbia lasciato un po’ indietro con la storia… sono felice che tu abbia comunque ripreso ora, piuttosto che fra anni.
    Ora aspetto di leggere il finale e ti auguro una buona giornata.
    Alla prossima!
    p.s. dalla Pamela

    • Ti ringrazio per il commento. Me la sono presa comoda per vari motivi, lavoro, altri libri da pubblicare e soprattutto l’aver perso un pò il polso della storia, che nella mia testa era partita con il botto e poi sulla carta si è rivelata un cerino (ihihi). Siccome detesto lasciare le cose a metà sono tornata e conto di finire, spero non con tempi biblici.
      Intanto grazie. Ci risentiamo per il finale se vuoi! 🙂

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