L’uomo che gli rubavano le idee

Dove eravamo rimasti?

Santoro nell’immagine riconosce Ovviamente uno scolapasta (100%)

Passato e presenti

“Maledetti scolapasta!” sbottò Santoro, schiacciando la rivista sul tavolo. “Ora la finiamo con ‘sta pagliacciata! Trovami il vecchio!”

Uncino annuì con gli occhi ancora incollati al giornale aperto su una ragazza svestita da improbabile idraulico. Santoro vedendolo con gli occhi ipnotizzati sbatté il pugno sul tavolo facendogli fare un salto indietro.

“C’ha detto, commissario?” gracchiò Uncino, riportato di botto alla realtà.

“Santa Rosalia, Uncino, sei più lento di una lumaca zoppa! Ho detto trovami il vecchio.”

Uncino partì a razzo, ma una volta fuori dall’ufficio guardò prima a destra poi a sinistra, come se fosse fermo a un incrocio.

Santoro si coprì il viso con la mano per non vedere. Quando la tolse Uncino non era più in vista. Forse era andato a prendersi un caffè per annegare il dolore di aver qualcosa da fare.

Santoro si accomodò sulla sedia, prese un taccuino e si mise a scrivere. Nei telefilm polizieschi scrivevano sempre, forse poteva aiutare.

Al primo tentativo bucò il foglio. Imprecò. Riprovò cercando di non caricare tutta la sua frustrazione sulla biro. Scrisse tre parole. No, non erano sole, cuore, amore. Erano vecchio, scolapasta e invenzioni. Molto meno poetiche. Posò la penna. Sentiva già la testa pesante. Doveva fare una pausa. Andò a prendersi un caffè. Come sospettato, trovò Uncino.

“Sto lavorando, Commissario,” si affrettò a dire il sottoposto.

“Rilassati Uncino, altrimenti ti vengono le rughe,” rispose Santoro.

Uncino però aveva lavorato davvero.

“Senta Commissario, ho fatto un paio di telefonate. La mamma della Rosa conosce tutti in questo paese e anche nei quattro paesi qui intorno.”

Santoro piegò la bocca all’ingiù. Se queste erano le fonti, c’era da stare tranquilli, pensò seccato.

“Lei dice che anni addietro il vecchio è stato in causa con un suo prozio-“

Santoro che stava per bere il caffè allontanò il bicchierino dalle labbra. “Un mio prozio?”

“Si, uno con un nome strano. Pomezio, Pomenzo.”

“Zio Pomo!” esclamò Santoro. “In realtà si chiamava Pompeo. Era piuttosto suonato nella testa, ora che ci penso.”

“Esatto. Sembra che suo zio e il vecchio fossero venuti alle mani nella piazza del paese in seguito alla paternità di un’idea. Vuole indovinare quale?”

“Lo scolapasta,” mormorò Santoro. I suoi occhi si velarono di ricordi pensando a un bizzarro anziano in canottiera che girava sempre con uno scolapasta in testa, cercava di ammaestrare le galline e inveiva contro il caldo d’estate.

Santoro si riscosse. Uncino stava sventolando la mano davanti ai suoi occhi. Lo scacciò, con una punta di stizza.

“Continua.”

“Qui arriva la parte interessante. La mamma della Rosa, dice che il vecchio è morto ormai da anni.”

Santoro sgranò gli occhi. Poi si grattò il mento.

“Tu l’hai visto il vecchio?”

“Certo che l’ho visto, commissario. L’abbiamo visto tutto. Ho anche chiesto a Spinelli, che quel giorno era al banco davanti e l’ha visto entrare e uscire.”

“Quindi questo è un impostore?”

“Non vedo altra spiegazione. A meno che i morti non tornino dall’aldilà,” disse Uncino con una risatina nervosa.

Santoro andò alla sua scrivania e compose senza parlare un numero di telefono piuttosto lungo. Uncino, che non voleva perdersi gli sviluppi di un caso che diventava più bizzarro con il passare dei minuti, lo seguì come una coda.

“È tutto a posto?”

Dall’altra parte si udì il ronzio metallico di una risposta.

“Molto bene.”

Santoro riagganciò. Alzato lo sguardo vide che Uncino lo guardava con l’aria di uno che vuole sapere ma non sa se può chiedere.

“Tutto a posto,” gli disse.

Uncinò sgranò gli occhi. “Cosa?”

“Posso tornare a dormire a casa.”

“E questo cosa centra con il vecchio, vero o presunto?”

“Gli scolapasta sono un dato oggettivo. Quindi che il vecchio sia vero o presunto, quei maledetti arnesi esistono e li ho dovuti rimuovere a mie spese.”

“Mi tolga la curiosità, Commissario –“

“Impossibile.”

“- ma chi glieli ha consegnati?”

“Un tizio con la maglia a righe. Non lo conosco.”

“Sarà mica, Taglione, il cugino della Rosa?”

“Uncì, stai coinvolgendo tutti i parenti tuoi in questa storia; mi devi dire qualcosa?”

“Ma che va dicendo commissario. Solo che Taglione fa sempre questi lavoretti saltuari e sa sempre un sacco di cose.”

“E me lo dici adesso?”

“Vuole che lo chiami?”

“No, Uncino, magari lo disturbiamo,” disse Santoro alzando le mani per enfatizzare la teatralità del suo sarcasmo.

“Pensavo-“

“CERTO CHE LO DEVI CHIAMARE!”

Il caffè si era freddato. Santoro lo buttò nel cestino per intero e se ne fece un altro, mentre Uncino trafficava sul cellulare per cercare il numero di Taglione.

Nel prossimo episodio

  • Ma veramente il vecchio è morto? (33%)
    33
  • Santoro ci ripensa e preferisce sentire la mamma della Rosa. (33%)
    33
  • Uncino cerca Taglione, ma ... (33%)
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34 Commenti

  • Ciao Aiels,
    molto divertente questo capitolo, peccato che il tempo trascorso dall’ultima pubblicazione mi abbia lasciato un po’ indietro con la storia… sono felice che tu abbia comunque ripreso ora, piuttosto che fra anni.
    Ora aspetto di leggere il finale e ti auguro una buona giornata.
    Alla prossima!
    p.s. dalla Pamela

    • Ti ringrazio per il commento. Me la sono presa comoda per vari motivi, lavoro, altri libri da pubblicare e soprattutto l’aver perso un pò il polso della storia, che nella mia testa era partita con il botto e poi sulla carta si è rivelata un cerino (ihihi). Siccome detesto lasciare le cose a metà sono tornata e conto di finire, spero non con tempi biblici.
      Intanto grazie. Ci risentiamo per il finale se vuoi! 🙂

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