L’uomo che gli rubavano le idee

Dove eravamo rimasti?

Nel prossimo episodio Uncino cerca Taglione, ma ... (33%)

Persone informate sui fatti

La signora Iolanda, mamma della Rosa, arrivò al commissariato con un vassoio di paste, quindi fu normale per i presenti interrompere le faccende e onorare il dono. Ignorarlo sarebbe stato scortese e si sa che, in certe circostanze, la scortesia è il peggiore dei peccati.

Santoro entrò leggermente in ritardo rispetto all’appuntamento e scorse Uncino che aveva un pasticcino per mano e la bocca sporca di zucchero a velo.

Il commissario dopo un minuto di indecisione si avventò su un bigné allo zabaione, grande quanto un’arancia. Naturalmente una goccia di crema grassa gli atterrò sul bavero della giacca in pochi secondi. Alzò gli occhi al cielo, iniziando una danza di gomiti per cercare di rimediare al disastro, ma la mamma della Rosa gli planò addosso con un tovagliolo di carta e dell’acqua frizzante e risolse presto la faccenda. Santoro che aveva la bocca piena, non potendo esprimere la sua riconoscenza a parole si mise a fare degli inchini a ripetizione e la crema gli finì sulle scarpe. Di nuovo la Iolanda rimediò e nessuno si accorse della pantomima.

“Signora Iolanda, mi parli di questo signor Caputo e di quello che ha a che fare con mio zio. Uncino mi ha detto che lei sa certe storie al riguardo.”

Dopo quaranta minuti Santoro, la Iolanda e Uncino erano finalmente seduti nell’ufficio del Commissario.

“Lei è sicuro che vuole davvero saperlo?”

“Suo genero -” inziò Santoro, ma subito la Iolanda lo interruppe.

“Il fidanzato di mia figlia, prego. I due piccioncini ancora non sono sposati.”

La signora lanciò un’occhiataccia a Uncino che diventò color barbabietola.

Santoro sorrise. “Vedrà che si sistemeranno. Uncino ha preso un permesso speciale per portare in vacanza sua figlia, sa?”

Uncino sembrò sul punto di sputare un polmone. L’espressione della Iolanda si fece torva. Se Uncino era rosso, il colorito di lei virava al grigio.

“A mio marito non è stato detto nulla!”

Santoro si affrettò a imbonire la sua probabile fonte di informazioni ricordando che il buonumore scioglie la lingua meglio di qualsiasi alcolico.

“Uncino è stato impegnato. Sono certo che farà le dovute richieste a tempo debito. Ora mi parli del vecchio Caputo, la prego. È una faccenda della massima importanza per me.”

La signora Iolanda, forse impressionata dal tono solenne di Santoro, partì in quarta.

“Senta, mi deve perdonare, ma sentirà cose che non le faranno piacere.”

“Sono pronto,” rispose Santoro, simulando un grosso sospiro rassegnato.

“Tutto è partito da quella gattamorta della Pamela, la figlia dell’ortolano. Lo sapevano tutti in paese che suo zio Pomo e il vecchio Caputo le facevano il filo. E che filo, era più una corda da nave.”

“Si spieghi meglio, per favore.”

La signora Iolanda si lisciò la gonna prima di continuare. Faceva la ritrosa nei modi, ma si vedeva che era una caffettiera in procinto di bollire. Si piegò verso il commissario e iniziò a parlare a mezza voce, come se temesse di essere ascoltata.

“La Pamela era una particolare, se mi capisce, e c’era anche da aspettarselo, con un nome del genere.”

“Che c’entra il nome, mi scusi?”

“Non la mai sentito il detto in nomen rognem?”

“Che vuol dire?” Santoro strabuzzò gli occhi.

“Vuol dire che le piaceva tirare matti gli uomini, e con qualcuno ci è anche riuscita!”

“Intende dire mio zio?”

“Suo zio e il Caputo, appunto!”

“Che è successo?”

  “È successo che quei due sono arrivati alle mani nella piazza del paese per un presunto sgarbo. Caputo sosteneva che vostro zio avesse regalato alla Pamela un arnese di sua proprietà e invenzione.”

“Uno scolapasta?” chiese Santoro, incredulo.

“Esatto. La Pamela era tutta contenta e acconsentì ad un appuntamento con vostro zio. Quando Caputo scoprì, lo affrontò pubblicamente in piazza. La cosa è finita dal medico del paese. Due punti in testa la Caputo e una fasciatura a vostro zio.”

“E la Pamela?” chiese Uncino che aveva seguito la vicenda come una telenovela.

“Scappò con uno sconosciuto due settimane più tardi. Qualcuno sospettava fosse già incinta a dire il vero, e che il forestiero servisse a coprire lo scandalo.”

Santoro si massaggiò il mento, per valutare i fatti. Un altro pasticcino lo avrebbe aiutato a pensare meglio.

“E i due litiganti?” chiese Uncino, il cui spirito da vecchia comare aveva preso il sopravvento.

“Non si sono più parlati ma qualcuno giura di avere sentito il Caputo gridare vendetta nei confronti di vostro zio.”

“Ma zio Pomo è morto nel sonno a centouno anni. Caputo avrà parlato tanto per dire.”

“Lo dice lei!” affermò Iolanda. “Non sono io ad avere la casa invasa dagli scolapasta.”

“E questo che c’entra? Sarà stato uno scherzo!”

“Tzè. Questa è la sua opinione!” ribatté la Iolanda.

“Lei cosa ne pensa?”

“Io la mia storia l’ho raccontata e non ho altro da aggiungere.”

La signora stava per andarsene con un’ultima occhiataccia a Uncino quando Santoro le fece l’ultima domanda.

“Ma questo Caputo, mi sa dire dove abitava? Non riusciamo più a trovarlo.”

La Iolanda si voltò sorpresa. “Sta al cimitero, da almeno una decina d’anni. Che io sappia da lì non si è mai mosso.”

E adesso?

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34 Commenti

  • Ciao Aiels,
    molto divertente questo capitolo, peccato che il tempo trascorso dall’ultima pubblicazione mi abbia lasciato un po’ indietro con la storia… sono felice che tu abbia comunque ripreso ora, piuttosto che fra anni.
    Ora aspetto di leggere il finale e ti auguro una buona giornata.
    Alla prossima!
    p.s. dalla Pamela

    • Ti ringrazio per il commento. Me la sono presa comoda per vari motivi, lavoro, altri libri da pubblicare e soprattutto l’aver perso un pò il polso della storia, che nella mia testa era partita con il botto e poi sulla carta si è rivelata un cerino (ihihi). Siccome detesto lasciare le cose a metà sono tornata e conto di finire, spero non con tempi biblici.
      Intanto grazie. Ci risentiamo per il finale se vuoi! 🙂

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