L’uomo che gli rubavano le idee

Dove eravamo rimasti?

E adesso? Sopralluogo al cimitero. (100%)

Unire i pezzi

“Lo vede, Commissario? Lo vede anche lei?”

Uncino stava facendo segni della croce a ripetizione rischiando ad ogni giro di ficcarsi una mano nell’occhio invece che sulla fronte.

“Certo, che lo vedo Uncino, mica sono orbo,” ribatté Santoro stizzito. Rimuginò il nome di una dozzina di santi anche se l’istinto principale era di darsi una bella strizzata ai gioielli di famiglia, così giusto per stare tranquilli.

Il camposanto era deserto. Se non fosse stato per loro due, ritti come due fantasmi davanti a una lapide smangiucchiata dal tempo non ci sarebbe stata anima viva in giro.

La foto pur grigia e sfuocata era comunque ben riconoscibile. Caputo indossava persino lo stesso cappello che Santoro gli aveva visto spiegazzare al commissariato.

“Deve essere un sosia,” bofonchiò, deciso a non abbandonarsi alla superstizione, perlomeno di fronte ad Uncino che invece stava sfacendo tutti gli scongiuri a lui conosciuti.

Santoro sentiva un certo friccicorio sulle spalle e non vedeva l’ora di andarsene, ma si impose di darsi un tono.

“Torniamo in Commissariato. Credo sia ora di indagare a fondo nella vita di questo soggetto.”

Girandosi si impose di non camminare in fretta, mentre Uncino che non aveva mai finto coraggio nemmeno davanti alla Rosa si mise apertamente a correre. Rimasto solo Santoro accelerò il passo, ma girando per caso lo sguardo alla sua sinistra si fermò davanti a una lapide che catturò il suo sguardo. Era nuova e ancora lucida a differenza delle altre che portavano stoiche i segni del tempo. Si fermò per leggere il nome, ignorando l’impulso che lo spingeva a lasciarsi la porta del cimitero alle spalle nel minor tempo possibile. Quello che lesse gli fece sgranare gli occhi. Sveltì il passò fino a sorpassare Uncino che incespicò per stargli dietro mentre entrava in auto e metteva in moto. Con una sgommata plateale voltò l’auto e tornò in commissariato senza rispetto alcuno per i limiti di velocità. Uncino era spalmato sul finestrino con entrambe le mani aggrappate alla maniglia di cortesia.

    “Commissario, ma che è successo, ha visto un fantasma?” gli chiese appena sceso dall’auto con la faccia verde ed entrambe le braccia allacciate sullo stomaco nel tentativo di tenere a freno la colazione.

Santoro non gli rispose nemmeno. Percorse come un bufalo il breve tragitto fino al suo ufficio e vi si richiuse e non fece caso a Uncino che ogni quarto d’ora passava davanti alla sua porta. Dopo un paio d’ore non riuscendo più a trattenersi, il sottoposto bussò.

Santoro gli fece cenno di entrare, mentre sfogliava un librone che aveva l’aria di essere un elenco telefonico.

“Commissario, tutto bene? Mi sta facendo preoccupare.”

Santoro alzò lo guardò per un secondo su Uncino, come se non lo riconoscesse.

“Benissimo, Uncino. Che ti prende?”

Uncino si torse le mani come uno che non sa da dove incominciare. “È che lei è strano da stamattina. Da quando siamo stati al camposanto. Capisco non sia un luogo di villeggiatura, ma non c’è da farsi suggestionare in questo modo.”

“In quale modo?”

“Commissario, è rimasto tutto il giorno chiuso in ufficio. Non è da lei!”

Inaspettatamente Santoro scoppiò a ridere. Uncino si agitò sulla sedia, prima di unirsi timidamente.

“Ti sembrerà strano, Uncino. Si chiama lavorare. E così, lavorando, sono riuscito a mettere insieme un po’ di fatterelli sul vecchio.”

“Non è morto?” Uncino si sporse in avanti con gli occhi sbarrati.

“Certo che è morto che diamine.”

“E quindi?”

“Sai chi è morto recentemente? Non più di una settimana fa, per essere precisi. Una certa Pamela Tonisi. Ti dice niente?”

“Tonisi come il vecchio ortolano?”

Santoro sorrise e annuì. “Vedi che quando vuoi ti impegni.”

“La Pamela di vostro zio!” gridò Uncino trionfante.

“Esattamente. E sai che lavoro ha fatto questa Pamela?”

“Non lo so.”

“L’infermiera. Ora ti ricordi quel giornale che il vecchio ci ha portato?”

“Certo che sì, commissario.” Uncino gongolava, ma Santoro non era in vena.

“Sulla pagina che il Caputo ci ha mostrato si intravedeva uno scolapasta, il vecchio oggetto di contesa con mio zio.”

“E quindi?”

“E quindi io credo che qualcuno, forse un parente del Caputo, abbia inscenato questa pagliacciata per vendetta contro mio zio, e in mancanza sua, contro me stesso che sono il suo parente più prossimo.”

Uncino si grattò la testa.

“E perché proprio adesso?”

“Perché ora è morta la Pamela, la famosa musa ispiratrice del Caputo. Il burlone ha colto l’occasione della dipartita della dama per confezionare uno scherzo a mie spese, probabilmente imbeccato dal Caputo stesso quand’era ancora in vita.”

“Quindi lo dobbiamo acciuffare.”

“Questo è sicuro. Poi una bella incriminazione per oltraggio a pubblico ufficiale e qualche altra cosetta per toglierli la voglia di fare certi scherzi una volta per tutte.”

Santoro che per tutto il tempo era stato ritto sulla poltrona si appoggiò soddisfatto allo schienale. Sul viso aveva un’espressione beata come Uncino non gli vedeva da tempo.

Ma commissario, come facciamo a trovarlo? Semplice, basterà andare

  • A casa di zio Pomo. (0%)
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  • A casa della Pamela. (50%)
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  • A casa del Caputo. (50%)
    50
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34 Commenti

  • Ciao Aiels,
    molto divertente questo capitolo, peccato che il tempo trascorso dall’ultima pubblicazione mi abbia lasciato un po’ indietro con la storia… sono felice che tu abbia comunque ripreso ora, piuttosto che fra anni.
    Ora aspetto di leggere il finale e ti auguro una buona giornata.
    Alla prossima!
    p.s. dalla Pamela

    • Ti ringrazio per il commento. Me la sono presa comoda per vari motivi, lavoro, altri libri da pubblicare e soprattutto l’aver perso un pò il polso della storia, che nella mia testa era partita con il botto e poi sulla carta si è rivelata un cerino (ihihi). Siccome detesto lasciare le cose a metà sono tornata e conto di finire, spero non con tempi biblici.
      Intanto grazie. Ci risentiamo per il finale se vuoi! 🙂

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