Il fratello di Alberto

Crepuscolo

Si sentiva stanco. L’ultimo paziente era appena uscito e Lidia, la sua segretaria, era già andata via. Lo studio era quieto e silenzioso: ne avrebbe approfittato volentieri per riposarsi un po’, ma doveva sbrigarsi se voleva passare un po’ di tempo con sua madre. L’ospedale aveva un occhio di riguardo per lui, con un collega era normale, ma non voleva approfittarne troppo e cercava di rispettare gli orari di visita. Avrebbe preferito andarsene a casa, ma sua madre aveva bisogno di lui: non le restava molto tempo e voleva starle vicino. Rifiutava che se ne andasse da sola, le era rimasto solo lui.

«Se almeno mi avessi dato dei nipotini», quante volte glielo aveva sentito dire. Ormai non lo ripeteva più: non voleva congedarsi su una nota di rimprovero.

«Sei stato un bravo figlio, Alberto. Non avrei potuto desiderarne uno migliore», era questo che gli diceva più spesso, ora. Ignorava quanto male gli facessero quelle parole, le diceva con amore. Era sincera. Avrebbe voluto poterlo essere anche lui, ma non ne aveva il coraggio. Non lo aveva mai avuto.

Si chiese, una volta ancora, come si sarebbe comportato suo fratello al posto suo. Si sarebbe lasciato invischiare in quella prigione di menzogne, silenzi, equivoci, sensi di colpa? Interrogò con lo sguardo la foto incorniciata che teneva sulla scrivania: due ragazzi l’uno con il braccio sulla spalla dell’altro. Alberto e Alfredo, i gemelli inseparabili, i migliori amici del mondo. I loro occhi occhi trasudavano fiducia e sete di avvenire. Era incapace di ricambiarne il sorriso, quello di chi ha tutta la vita davanti e ne assapora le promesse. La fotografia era stata scattata al mare, nell’ultima estate.

Scosse la testa: a cosa serviva chiedersi cosa sarebbe successo se? Non ci sarebbe mai stata risposta.

Si alzò stancamente, prese la giacca sull’attaccapanni e uscì, senza dimenticare la borsa: «quasi un’appendice del corpo per chi è medico da una vita», come diceva spesso.

Quando entrò nella stanza, sua madre dormiva. S’avvicinò piano alla seggiola accanto al letto, ma qualcosa la destò, forse la sua stessa presenza.

— Non volevo svegliarti.

— Volevi restare lì a guardarmi dormire? Non sono mai stata una bellezza, ma ora…

Tacque: il solo fatto di formulare due frasi la sfiniva. Una smorfia le deformò il viso.

— Se il dolore è troppo forte, posso chiamare l’infermiera.

— Ho già avuto la mia dose, — sorrise a fatica, forse per prendere fiato, — avrò provato anche i paradisi artificiali, prima di andarmene.

Le sfiorò la fronte, sistemando le corte ciocche disordinate.

— Hai visto? Stanno ricrescendo, ora che hanno smesso la chemio.

— Se vuoi posso far venire una parrucchiera. Come si chiamava la tua?

La donna scosse piano la testa.

— Mi piace passarci le mani, quando riesco ad alzarle abbastanza.

— Non voglio mica che ti rasino per il servizio militare — scherzò lui, — pensavo che un taglio elegante potesse metterti di buon umore.

— Ci penseranno le pompe funebri a rendermi presentabile.

Notò il cambio d’espressione di lui, la piega di tristezza delle labbra e volle scusarsi.

— Non volevo angustiarti. Ma sai che manca poco, devi fartene una ragione. Sono pronta.

— Ma io no. — Si chinò a baciarle la guancia. Il contatto con la pelle disidratata, così sottile e fragile, quell’odore acre e sgradevole gli facevano male, ma in quell’involucro che sapeva di morte c’era ancora sua madre, forse la persona che amava di più al mondo.

— Non dovresti venire qui ogni sera.

— E dove dovrei andare?

— Non so, uscire con gli amici… con una donna.

— Non sono più un ragazzino.

— Nemmeno un vecchio rudere. Vorrei saperti felice. Meno solo.

— Sono felice. Amo il mio lavoro, — mentì, — e ho degli amici.

— E una donna?»

— Non sono obbligato a parlare di certe cose con te, — tentò di scherzare.

— Mi dispiace che non abbia funzionato con Miriam. Le volevo bene.

— Anche lei, e te ne vuole ancora. I matrimoni falliscono, succede. E passato così tanto tempo, perché riparlarne?

— Da ragazzi eravate così innamorati, non ho mai capito cosa… Credi che c’entri l’incidente?

La guardò in silenzio, chiedendosi dove volesse arrivare.

— Voglio dire: perdere papà e Alfredo può aver cambiato il tuo rapporto con Miriam? — Tacque per diversi secondi dandogli l’illusione d’aver abbandonato l’argomento. Ma riprese.

— Perdere tuo fratello. Eravate così… Credi che ti abbia cambiato? O forse è colpa mia, senza tuo padre avevo bisogno di qualcuno a cui appoggiarmi. Ti ho obbligato a diventare adulto. Perdonami se ti ho rovinato la vita.

Asciugò delicatamente le minuscole lacrime che scendevano sulla guancia della donna. Avrebbe voluto parlarle, spiegarle; liberarsi dal peso di una vita. Ma non era giusto scaricare quel macigno su di lei, non ora. Aveva il diritto di morire serena. Le accarezzò il volto.

— Non dire sciocchezze, mamma. Non devo perdonarti nulla. Tu non c’entri con gli errori che posso aver commesso e di sicuro non hai colpe nel naufragio del mio matrimonio.

La donna gli strinse la mano tra le sue. Restarono così a lungo, in silenzio.

Nel prossimo episodio facciamo un tuffo nel passato e conosciamo i due gemelli...

  • a quindici anni, all'uscita da scuola (27%)
    27
  • a una decina d'anni, un giorno d'estate (45%)
    45
  • da piccoli, una domenica in famiglia (27%)
    27
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185 Commenti

  • Ciao Bef.
    Le ragioni di Alfredo/Alberto non appaiono sufficientemente forti da giustificare una scelta così estrema. Su questo sono abbastanza d’accordo con chi mi ha preceduto nei commenti.
    Se l’idea è quello di ampliarlo il consiglio che mi sento di darti è di lavorare molto su questo aspetto (sempre che tu abbia intenzione di mantenere l’epilogo drammatico, ma mi pare che su questo tu abbia pochi dubbi).
    A proposito di epilogo: mentre leggevo le ultime righe, un brivido intenso mi ha percorso la schiena… ecco, volevo che lo sapessi…
    Bravissima.

    • Dici che le motivazioni non sono abbastanza forti? secondo me non portano ad altre soluzioni possibili. Non lo so, forse, per evitare che tutti capissero dove si andava a parare molto prima dell’epilogo, ho sviato troppo, l’ho fatto fantasticare troppo su eventualità a cui non credeva davvero. Per me, non abbastanza credibili, anzi irrealistiche sono le sue riflessioni sul riprendere la vita di Alfredo. Al punto in cui è, la sola altra soluzione fattibile sarebbe scappare, ricominciare dove nessuno lo conosce, ma è chiaro (o almeno lo era per me XD) che non è nella sua natura. È troppo schiavo di cosa gli altri pensano, si aspettano da lui. Avrebbe voluto una macchina del tempo, per ritornare indietro e non fare gli stessi errori, ma non l’ha.
      Poi è chiaro che questo è solo il mio punto di vista,e poco condiviso, a quanto pare: devo rivedere il mio modo di comunicare le mie idee scrivendo, mi sa 🙂
      Ciao, Lou, grazie mille

  • Ciao Befana
    Mi unisco ai complimenti. Scrivi molto bene, sai percepire e trasmettere sensazioni e sentimenti in modo credibile ed efficace.
    Confesso però che mi ero fatta un’altra idea su come potesse finire il racconto. Ho pensato che Alfredo trovasse qualche scritto della madre rivelando la propria complicità nello “scambio di figli”. Non a caso lei dice nel capitolo precedente: “Che Dio mi perdoni, ma in tutto questo dolore, sei il mio sollievo. Amavo immensamente tuo fratello, ma ringrazio il cielo che ci sia tu con me, Alberto”, e sottolinea – senza che ci sia bisogno – il nome Alberto.
    Io sono convinta che una madre sa con il cuore molte cose che gli occhi e la testa si rifiutano di vedere.
    A rileggerti.

    • Mio Dio,
      mi sembrerebbe una situazione ancora più orribile di quella che Alfredo ha vissuto. Una madre c he ti ha manipolato, obbligandoti a essere quello che voleva lei. Da brividi.
      La frase che citi per me era solo un modo di scusarsi nel “preferire” un figlio all’latro, ma in realtà solo perché, in circostanze complesse e difficili da vivere, avere accanto il figlio più “concreto”, affidabile, capace di sbrogliarsi nella vita reale, le sembrava meglio.
      In ogni caso, la tua versione non mi era mai venuta in mente: interessante confrontare le visioni della stessa storia.
      Grazie di tutto, ciao

  • Ognuna delle tre opzioni avrebbe portato comunque a questo finale? Ci hai fatto aspettare tanto, era una decisione sofferta da parte tua?
    Rispetto la tua scelta e non la critico, direi anzi che è coraggiosa perché è sempre traumatico – per chi legge, ma anche per chi scrive – far morire il protagonista.

    • Sì, il finale era questo fin dall’inizio, e credo che sia anche la ragione per cui una versione lunga di questa storia non la finirò mai. Il ritardo (nella scrittura, quella nelle risposte ai commenti solo alla procrastinazione) è dovuto a un po’ di problemi e obblighi nella vita reale e ad altre scadenze in quella virtual-scrittevole. E forse anche un po’ al fatto che mi ero affezionata la personaggio e non mi decidevo a dirgli addio 🙂
      Ciao, Napo, alla prossima

  • Ciao Befana,
    Alfredo ora non è libero, è morto. Come gli altri, anche a me non aveva convinto la prima lettera; non è facile confessare una cosa del genere e riprendersi in mano la propria vita, ma la seconda mi ha convinta ancora meno. Un uomo che non ha paura di morire deve aver perso la voglia di vivere e Alfredo evidentemente non lo aveva fatto; sognava di viaggiare, di riprendere in mano la propria vita ecc… Fossi stato in lui, io sarei direttamente sparito. Avrei preso un biglietto aereo e me ne sarei andato in qualche isola a godermi il sole e i soldi che il lavoro del dottore mi avrebbero reso in tutti quegli anni, tanto a chi sarebbe davvero importato? Sua madre è morta, non è più sposato, Eliana ha un altro e la signora Morandi può benissimo fare la coda di ore nello sudio di un altro medico.

    Bello comunque, complimenti come sempre e io mi ritiro dalla scena per un po’ perchè non ho più tempo di fare nulla, purtroppo!:( Ma tornerò, promesso!

    • Ciao, Flow,
      ho già risposto in modo più esteso a dubbi simili ai tuoi, un po’ più giù, se ti va di leggerla. Mi limiterò a dire che la soluzione di “scappare”, andarsene dove nessuno lo conosce, non mi sembrava possibile per Alfredo, no per come lo avevo immaginato: è la sua vita che avrebbe voluto riprendersi, quella che non esiste più. Non potrebbe scappare perché è schiacciato da uno strano senso delle responsabilità e non sopporta l’idea di essere giudicato male dalle persone a cui tiene. non ha il coraggio di affrontare le loro reazioni (non ha nemmeno il coraggio di provare a parlare direttamente: passa attraverso l’amico notaio). Insomma, io l’ho immaginato così, prigioniero di costrizioni che si è imposto da solo, fino a farsene stritolare.
      Una storia deprimente, ne convengo,e molto opinabile 🙂
      A quando avrai di nuovo tempo, alora, ciao

  • Ciao Befana.

    Un po’ troppo libero… oltre le mie aspettative. C’è sempre un motivo per continuare a vivere, lo dico pensando a casi di suicidi tra adolescenti che mi hanno toccato (non personalmente) negli ultimi mesi. Il fatto che un adulto arrivi a questa conclusione mi lascia perplesso, ma in fondo il finale lo abbiamo scelto noi. Dietro a “libero” c’era questo finale, quindi me ne faccio una ragione.

    Quindi, per quanto non condivida il finale scelto, devo comunque ammettere che è scritto bene, senza sbavature. Quindi grazie per averci portato alla fine del tuo racconto e attendo di leggere la tua prossima fatica.

  • È vero, la lettera consegnata al notaio mi ha fatto storcere il naso, quando ho capito che non era una lettera-testamento. Eppure mi lascia l’amaro in bocca la scelta finale. Descrivi bene il “movente” estremo, l’impossibilità di convivere con il giudizio della sola persona che ancora lo legava alla vita che aveva perso, la sua scelta diventa per noi l’unica decisione possibile. E pazienza, se nella realtà sarei pronto a dire a uno come Alfredo: “Sei morto abbastanza, adesso che non hai più legami (che? La tua ex? Ma quella ti crede morto da sempre!) vivi come avresti voluto!”.
    Ma sì, le cose non vanno mai così, la realtà è sempre più dura è triste.
    Hai scritto una storia triste, e lo hai fatto molto bene. Brava!
    Adesso però sono curioso di sapere se la versione estesa sta prendendo forma.
    Ciao, alla prossima

    • No, la versione estesa l’ho abbandonata: non potevo pensare di far durare centinaia di pagine una storia così desolante. E ne ho una nuova in testa, ma questa volta voglio fare le cose per bene, con calma, con una struttura e delle riflessioni di base, prima di provare a scriverla.
      Sul fatto che ci fossero altre soluzioni per Alfredo, per come lo avevo immaginato, non ne vedevo: si è fatto sopraffare dalla realtà, dai sensi di colpa, da quelle che credeva essere le esigenze degli altri. Si è talmente adeguato ad esse da non sopportare di deluderle. Sicuramente ho una visone pessimista, ma non ne immaginavo di diverse.
      (Detto tra noi, scrivendo pensavo a un orribile fatto di cronaca di anni fa, in cui un tizio, che aveva fatto credere a tutti di essere un medico e di lavorare per la OMS, arrivato al punto di non ritorno, sterminò la propria famiglia (genitori, moglie, figli) piuttosto di sopportare che scoprissero la verità. Secondo me, quando hai vissuto tutta una vita costruita sulle menzogne, non c’è un lieto fine a un certo punto sei andato troppo oltre per tornare indietro. Almeno Alfredo ha ucciso solo se stesso 🙂
      Ma è chiaro che è solo il mio punto di vista, non una verità universale.
      Ciao

  • Ciao B,
    ho cominciato a leggere la fine, e mi è parso strano che terminasse con un’ammissione scritta e resa pubblica da un notaio, però ho intravisto la felicità di un uomo che, finalmente, riprende in mano la sua vita e ho immaginato che, in fondo, potesse trattarsi della soluzione migiore, anche se un po’ vigliacca. Poi è arrivato il finale, con il repentino cambio di programma e la decisione di uccidersi, e non non sono riuscita a capirne il senso. Capisco che Alfredo si trovi dopo tanti anni davanti alla possibilità di ammettere a se stesso e gli altri di essere una sorta di impostore, capisco il dolore della perdita di sua madre e, in qualche modo, della sua identità, ma non capisco come qualcuno che fino a qualche attimo prima sogna di viaggiare, vedere l’arte (che poi perchè non abbia potuto vederla comunqe anche nei panni di un altro, non mi è del tutto chiaro) decida di punto in bianco di iniettarsi una miscela letale per farla finita. Per vigliaccheria, forse? Avrebbe potuto continuare a mentire, avrebbe potuto lasciare il paese e vivere da un’altra parte. Non so, questo finale pare un espediente per concludere in fretta e furia un racconto molto bello e toccante.
    Perdonami, spero non me ne vorrai, ma mi hai lasciato con un senso di mancanza, mi aspettavo qualcosa di diverso; naturalmente è solo la mia opinione.
    Immagino che avrai avuto le tue ragioni e che, il tuo disegno andasse in questa direzione perchè a te pareva la soluzione migliore. Detto questo, ribadisco che ho trovato molto bello il racconto e spero di rileggerti presto.
    Ti auguro una buonissima giornata.
    Alla prossima, B. 🙂

    • Ciao, Allegra,
      scusa il ritardo nella risposta.
      Per me il finale era scritto dall’inizio: la versione originale di questa storia si svolgeva tutte in un breve lasso di tempo, il giorno del suicidio. Inizialmente deciso a rivelare la verità almeno nel gesto d’addio, cambiava idea e si suicidava conservando l’identità del fratello, dopo aver immaginato le reazioni di chi avrebbe appreso l’inganno, di cosa avrebbero pensato di lui. Nemmeno dopo la morte era disposto ad accettarle.
      Questo per dire che era la mia idea di base e non me ne sono mai scostata, forse, per non svelarlo da subito, gli ho fatto elaborare troppe fantasticherie sul come sarebbe stato e in molti hanno pensato che ci credesse davvero. Per me è tutto scritto nel primo capitolo: è stanco, stanco di tutto, sa di non poter più vivere la vita del fratello e la sua non esiste più. Ci sarebbe la possibilità di scappare lontano e vivere ignorato e felice? Non lo so, non mi sembra una soluzione adatta a lui, è uno che ha vissuto una vita nella menzogna perché credeva che questo facesse piacere alla madre, che non ha mai osato parlare per paura delle reazioni degli altri. Uno con un tale distorto senso delle “responsabilità” che ha sposato la ragazza del fratello perché ci si aspettava che lo facesse. L’unica fuga possibile mi sembrava la morte.
      Ma, naturalmente, è solo la mia opinione. In ogni caso, dopo aver finito il racconto mi sono resa conto di non volerla scrivere la versione lunga: troppo triste, troppo priva di speranza; almeno per ora la storia di Alberto/Alfredo si chiude qui.
      Ciao e grazie di tutto

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