Sotto accusa

Limbo

Aprii gli occhi. Un potente raggio di sole mi colpì il viso prima che potessi mettere a fuoco l’immagine che mi stava davanti. Ci volle qualche secondo per capire che era mattina, che ero distesa sul mio letto, con la mano intrecciata a quella dell’ uomo della mia vita: James. Non dissi niente. Non avevo intenzione di svegliarlo, volevo godermi quei pochi attimi a contemplare la mia fortuna: un marito che mi amava. Il mio sguardo scorreva sul suo volto, ma come al solito, mi soffermai su un particolare: i suoi occhi. In quel momento erano chiusi, allora ne analizzai la forma, così allungata, e le sue lunghissime ciglia incurvate. Gli dicevo sempre che se avessimo avuto una figlia avrei voluto che avesse i suoi occhi. D’un tratto un sorriso si stampò prepotentemente sul suo viso: sapeva che lo stavo fissando.

“La smetti?” mi disse ridacchiando.

“Pensavo stessi dormendo”

“In realtà sono sveglio dalle 6”

“Agitato?”

“Un po’… è arrivato il ‘grande giorno’ “

“Già… non ti preoccupare, andrà tutto bene”

“Me lo dici sempre”

E aveva ragione. Glielo dicevo sempre. Negli ultimi tre mesi non avevo fatto altro che dirgli che sarebbe andato tutto bene, gliel’avevo ripetuto così tante volte che quella frase aveva perso di significato. Non lo rassicurava più. Ammetto di non essere brava in certe cose. Non sapevo cosa gli passasse per la mente, né sapevo di cosa avesse bisogno in un momento così delicato. Mi limitai a stampargli un veloce bacio sulla fronte e a scendere in cucina. Mentre preparavo il caffè le mani mi tremavano, cosa sarebbe successo se tutto fosse andato male? Non l’ avrei rivisto più. Il solo pensiero mi paralizzava.

James scese, pronto per il caffè.

“Sei ancora in vestaglia, amore? Alle 9.30 dobbiamo essere li”

“Lo so” dissi svogliata. Vestimi avrebbe significato che era davvero giunto il momento, e non mi sentivo ancora pronta. Non ero pronta a lasciarlo andare. Lo fissai intensamente per qualche secondo: volevo imprimermi nella memoria quell’immagine. Era vestito in modo impeccabile: un abito blu scuro che faceva risaltare la sua figura forte, una camicia bianca e una cravatta bordeaux. Era fin troppo elegante per essere un “criminale”. I nostri occhi erano alla stessa altezza, e per un attimo mi persi in quel verde che mi ricordava l’ autunno.

“Uno, due, tre..” dissi nella mia mente. “Paura: ti do tre secondi di tempo. Poi devo riprendere il controllo della situazione”

In un attimo sembrai riprendere conoscenza da quella momentanea trance e decisi che sarei stata forte, che avrei mandato giù il magone e che avrei sopportato tutto, anche la peggiore delle decisioni del giudice.

Entrati in tribunale, scorsi da lontano il Giudice Bradford. Era seduto sul suo “trono” intento a prendere gli occhiali che continuavano a scivolargli dalle sue mani umide e grassocce.

“Incredibile come un uomo così imbranato abbia un tale potere”, pensai. Abbassava lo sguardo, ma il suo spesso doppio mento gli impediva di vedere dove continuassero a cadere gli occhiali. Si sforzò così tanto che il suo viso divenne paonazzo e la fronte bagnata di sudore. Pensare di mettere il proprio futuro nelle mani di un personaggio del genere non è affatto rassicurante.

Bum, bum! Silenzio in aula!” disse, picchiettando insistentemente il suo martelletto.

“Siamo qui oggi per discutere il caso Ross contro Willington. La parola all’accusa.”

Per ogni S pronunciata, un piccolo spruzzo di saliva zampillava dalla bocca del giudice Bradford.

Odiavo quello spettacolo. Quasi quanto odiavo l’ avvocato dell’ accusa: George Perth. Anche solo il suono del suo nome mi innervosiva . George Perth, George Perth, George Perth: che razza di nome! E che razza di voce, che razza di capelli… doveva solo sparire dalla mia vista quell’inutile spocchioso, lui e quel suo cavolo di tic agli occhi. Durante il suo discorsetto vuoto non fece altro che puntare il dito contro mio marito.

In quegli attimi James subì impassibile ogni sorta di insulto. Criminale, prepotente, malvagio, ladro, bugiardo, infame. Ad ogni attacco il nostro avvocato, Jeff Roberts, rispondeva con uno squillante “Obiezione!” che quasi sempre veniva accolta. Nonostante un angolo della mia bocca si alzasse ad ogni obiezione accolta, quasi a mostrare un sorrisetto compiaciuto, notavo negli occhi di James il vuoto più totale. Quelle parole lo ferivano come lame al cuore. Sembrava un cucciolo indifeso, troppo stanco e troppo vulnerabile per combattere. Non ero abituata a vederlo così. Lui era sempre stato la mia roccia, la mia ancora, il luogo sicuro dove aggrapparmi ogni volta che mi sentivo tirare giù. Ora mi sembrava quasi…arreso. Sì, arreso era la parola che lo descriveva meglio. Come poteva arrendersi? Non ora, non in un momento così importante. 

Dopo poco Jeff Roberts prese la parola. Bastò qualche secondo per sentirmi orgogliosa di Jeff: finalmente qualcuno proferiva la verità. Parlò di James con tanta passione, tanta sincerità, che ero sicura avrebbe convinto qualsiasi giuria. 

Che fine farà James?

  • James sparirà dalla circolazione (71%)
    71
  • James verrà dichiarato innocente (14%)
    14
  • James verrà condannato (14%)
    14
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18 Commenti

  1. Ho votato, anche se un po’ mi dispiace, ma vorrei che avesse solo l’indizio della cassaforte.
    Avrei voluto che ci dessi qualche dettaglio in più sul reato commesso, senza specificare cosa, per aumentare il legame di noi lettori con Meg. Non so che pensasse, come dici nel secondo nel capitolo, che non poteva nemmeno immaginare che lui potesse fare una cosa del genere o qualcosa di simile, non so se mi sono spiegata. Anyway, attendo il seguito!

  2. Buona sera!

    Allora il capitolo mi è piaciuto lo ammetto, anche se, personalmente, avrei preferito un qualcosa in più, quasi un guizzo di emozioni più forti per certi versi.

    Comunque mi sono piaciuti i piccoli dettagli che hai messo nel racconto, dalle ciglia del marito, al giudice come i piccoli tic dell’avvocato dell’accusa.

    Seguo curioso!

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