Chi ha contato bene conti due volte

Dove eravamo rimasti?

La voce e la mano... ...sono la stessa entità (64%)

Dove sei?

Sono nel cimitero della mia città natale. Non sono molto alta. Avrò più o meno dieci anni. Davanti a me, spalancata, la bocca della cappellina di famiglia. Non è come la ricordavo. Non una piccola stanza vuota- ordinata, pareti ricoperte di lastre, un altare. E’ più grande, le lastre sono divelte e poggiate al suolo, ripiani vuoti a vista, disordine, e delle scatole di cartone a grandezza umana sono buttate tra mucchi di oggetti. Sono sei. Ora sembra un garage, o una cantina. E’ il garage della mia vecchia casa. Riviste e giornali, sacchi, cartelle, polvere. Apro con noncuranza un paio di quelle scatole di cartone- contengono dei sarcofagi, che stanno lì ad aspettare da molto tempo. Vicino, un cartellone bianco con una scritta di mano infantile: “my loved ones”. Sull’imballaggio di un altro sarcofago (sembra un mobile da montare) c’è un poster dei Nirvana fissato col nastro adesivo- papà, ah, quello è il sarcofago di Kurt Cobain, non mi ricordavo che avevamo anche Kurt! Kurt Donald Cobain, 20/02/67 – 05/04/94, peace, love, empathy. Scritto a mano, sotto al poster, come un’etichetta. Dai, aiutami a riordinare. Che poi mamma s’arrabbia.

Altri sarcofagi sono in camera mia. Alcuni hanno un nome, altri no. C’è Sylvia Plath- chissà perché, non ricordavo di averla acquistata, mi dà pure un po’ fastidio- appoggiato a lei, nella sua scatola, un qualche illustre sconosciuto che interessava a qualcun altro. Chi è? Un archeologo, forse è di mamma. Spostiamoli. Io prendo dai piedi, tu, papà, dalla testa. Attenta che se questo cade si rompe. Dalla camera li trasferiamo sul balcone della sala, non dovrebbe piovere stanotte, tanto. Almeno non li teniamo in casa, non sta bene, poi li portiamo giù in garage insieme agli altri domani, che adesso è tardi. Un sarcofago che sul balcone non ci entra- credo sia un’attrice dal nome- decidiamo di lasciarlo sul tappeto della sala, tanto dovrebbe essere sigillato, è solo per la notte. Guarda bene però, il cartone è aperto, il sarcofago!, non c’è il coperchio, prima c’era! Si vede tutto. Dentro, la donna giace immobile, in attesa. La pelle eterea, bionda, tutta vestita e composta, non sgocciola nulla sul pavimento dalle fessure, come invece temevo. Nello spazio del suono si diffonde uno scricchiolio- cigola un po’, appena – come una bambola di porcellana. Apre lenta gli occhi dalle ciglia innaturalmente lunghe – innesti di bambola – mi si ferma il cuore sugli occhi vitrei. Papà ma perché si muove questa, non era morta? Guarda, ha tirato su il braccio, papà, guarda! Ma è ora di dormire, vai in camera tua, spegni la luce che è tardi e mamma poi si sveglia, domani questa la spostiamo giù in garage con gli altri, che bisogna riordinare. Sì, va bene. Io qui nel mio letto però ho paura, mica la voglio vedere quella là, mi tiro le coperte sopra la testa, sudo e mi brucio la faccia col respiro – potrei scoppiare ma non mi muovo – sento scricchiolare dalla sala, vedo una nebbia leggera diffondersi nel corridoio, una luce opalescente nel buio, si sente una nenia lontana. Io so che sta arrivando – è bionda come un elfo ma cigola – la sento solo io? Gli altri sono di là a dormire, se urlo magari…papà…papà, papà…ma la voce è schiacciata e deformata, ed esce come in un acquario, il suono assorbito dalle pareti dello sterno – papà, papà, arriva! – ma è uno sfiatare, un ansimare ottuso con un fischio finale- papà – sì, me la ricordo poi, quella volta che non respiravo, non mi sentiva nessuno e fischiavo dalle orecchie e dalla gola, ma rombavo anche, e nel delirio della mancanza d’aria avevo pure il tempo di pensare “ma sentimi, sembro una Ferrari, sto mettendo in moto, adesso decollo…”

Spalanco gli occhi, che però non erano chiusi, il cuore mi martella nel petto. Riemergo. La mano, che sembra sia di una vecchia che di una bambina, è arrivata al collo- le dita innaturalmente lunghe lo cingono con delicatezza.
Mi vuole bene?
Che schifo.

Il brivido mi riscuote dallo stupore, prendo uno slancio. Nel saltare inciampo, ho valutato male gli spazi. Frano sulla porta della carrozza alla mia destra. Me la chiudo dietro con un tonfo e respiro. Come se sbarrare una porta potesse in qualche modo fermare queste cose. Che cose poi, quale genere di cose…Una fitta alla caviglia mi ricorda che io sono fatta di corpo.
Uno sfrigolio dall’altoparlante. 

No-no! Un-due!

Con la coda dell’occhio, attraverso il vetro della porta, guardo di nuovo verso il finestrino di fronte al quale ero rimasta paralizzata poco prima- la mano è ancora riflessa, alza un solo dito ora – l’indice- un fischio insopportabile – 

Un-due, tre-quattro
Più salti in alto più accorci il passo!

Mi butto sui sedili alla mia destra e mi nascondo per terra, tappandomi le orecchie, il cervello trafitto da lame.

Ma se contiamo fino a dieci
Non resterà nessuno in piedi…

Uno sfrigolio di chiusura, poi, più niente. Le pareti del cranio sembrano sul punto di scoppiare. Rilascio la pressione delle mani. Lo sferragliare indifferente del treno è tutto ciò che resta.

La protagonista...

  • perlustra la carrozza in cerca di indizi su cosa stia accadendo (22%)
    22
  • cerca di uscire dal treno con la forza (56%)
    56
  • cerca di spiegarsi quello che ha appena vissuto nella "visione" (22%)
    22
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61 Commenti

    • Ciao Hope,
      bello trovare un nuovo commento nonostante io abbia lasciato temporaneamente in sospeso il racconto, ti ringrazio molto! Una parte di esso è effettivamente un sogno, riprenderò a breve appena si saranno calmate le acque con il mio lavoro, se tutto va secondo i piani. Ci ritroviamo qui allora con il seguito, spero mi farai sapere anche allora cosa ne pensi. Magari troverò anche un tuo racconto
      A presto! 🙂

  • Ciao Asiel.

    Torno su The Incipit e ricomincio da te. Per fortuna è passato solo un episodio. Di solito non mi piace questo tipo di narrazione, però mi rendo conto che non c’è molta alternativa per scrivere un horror su questa piattaforma. Hai annodato i fili del tempo, spero di non distrarmi nei prossimi episodi. La questione si fa interessante. Non do tempo alla protagonista di pensare, cerca di farla uscire dal treno.

    Grazie e alla prossima.

    • Ciao di nuovo! Hai proprio ragione purtroppo, nonostante le buone intenzioni continuo a far passare mesi tra un capitolo e l’altro. Comincio a scrivere dopo aver lasciato un po’ di tempo al sondaggio, poi si mettono in mezzo mille impegni ed imprevisti, perdo il filo pure io in qualche caso, e ci metto un po’ a riallacciarmi con la storia. Stavolta mi darò una scadenza precisa; e dato che sono tornata sul sito, mi leggo qualcosa di tuo subito. Grazie di aver letto e commentato, alla prossima! 🙂

  • Bene, a quanto pare sono state scelte tutte le opzioni possibili. Ho scelto di fare uscire in qualche modo la protagonista dal treno, perché in un racconto o film del terrore che si rispettino, i personaggi fanno sempre ciò che non andrebbe fatto.

    Ti leggo con attenzione ☮
    Marti

  • Ciao Asiel,
    una visione terribile, pare scappata fuori da un sogno (la mancanza di una successione logica lo indicherebbe), mi è piaciuta molto, mi è piaciuto come lo hai descritto, anche se non ricordavo molto del racconto perchè è passato un po’ di tempo dall’ultimo capitolo pubblicato.
    Ho votato per la perlustrazione della carrozza e vediamo cosa salta fuori.
    Alla prossima!

    • Ciao Keziarica!
      Ho avuto qualche problema col sito ultimamente, non ho visualizzato il tuo commento fino ad adesso. Grazie mille davvero di aver letto e detto la tua, ero un po’ in ansia perchè sapevo che questo capitolo sarebbe stato in qualche modo diverso, quindi mi fa veramente piacere quello che hai scritto. E in effetti è proprio uscita da un sogno quella visione! Sto per pubblicare il capitolo successivo, spero di trovarti ancora qui, a presto! 🙂

  • Spiegare quello che ha “visto” mi pare la più logica delle tre risposte per iniziare a far capire anche noi 😀

    La prima parte mi ha lasciato un po’ frastornato perché i dialoghi si mischiano con la narrazione, non ci sono divisioni di paragrafo e il testo presenta qualche errore. Ci avevi abituato bene nei primi due capitoli. Che è successo? La mano della protagonista ti ha contagiato? XD

    Confido in una ripresa di stile 😉

    • Ciao Sindaco, mi dispiace per la “delusione”! Sapevo in fondo in fondo che me la sarei andata un po’ a cercare con questo capitolo 😀 Come puoi immaginare ovviamente la mancanza di paragrafi, distinzione di dialoghi e voci ecc è voluta, non posso aver dimenticato tutto d’un tratto come si struttura una narrazione…Così come non ho dimenticato sintassi e grammatica, se ti riferisci a questo quando parli di errori: passaggi sgrammaticati e colloquiali erano calcolati. Infatti l’ultima parte è di nuovo nello stesso stile dei capitoli precedenti. Capisco però che buttare tutto così nel calderone possa essere stato eccessivamente disorientante; dovevo cominciare a far trapelare l’effetto delle azioni della voce-mano, ma forse l’entrata è stata troppo di petto. Se invece ci sono errori di battitura che posso non aver visto pur avendo controllato, fammi sapere! Io torno ad aggiornarmi sulla tua storia intanto

  • Buongiorno Asiel
    Atmosfera di tensione resa bene, dove il buio e la luce si alternano nel creare angoscia alla protagonista.
    Due cosucce: non sono riuscita a visualizzare “accecata dalla luce fredda”. Forse perché associo l’accecamento più alla luce calda 🙂 E poi… “le cattive luci dei faretti”, perché cattive?
    voto che sono la stessa entità.

    • Buongiorno Maria, grazie per il commento! La questione della luce fredda è una esperienza sensoriale vissuta che mi è rimasta in mente. Era effettivamente una luce bianca, senza calore, che è appunto poi diventata cattiva per questo motivo. Era una luce “chirurgica”, non avvolgente ma distaccata, minacciosa. Ma appunto dipende dalle sensazioni ed esperienze di ognuno, quindi ti ringrazio per aver condiviso la tua impressione! 🙂

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