Chi ha contato bene conti due volte

Ritardo

Alle otto e quaranta di sera la stazione è male illuminata, e deserta. 

Lavori in corso da ere geologiche, pare, e nessun segno di voler terminare la realizzazione del terzo binario, ormai abbandonato a se stesso.

Sottopassaggio che trasuda umidità, un pantano tra mura grigie, fari di luce abbacinante e morta sull’acqua in ristagno.

C’è un solo segnale di vita, se così si può dire; qui, nella minuscola sala d’aspetto che non conosco, la macchinetta automatica dei biglietti, dal lato opposto rispetto al monitor delle partenze, continua a mettere in guardia i passeggeri, preghiamo di fare attenzione ai borseggiatori, fare attenzione ai borseggiatori. La ripetizione è esasperante. Nei momenti di silenzio, la stanza resta sospesa nel ronzio del monitor. Il ronzio mi entra nel cervello. Il ronzio è il pensiero che mi domina.

Rovisto nella borsa, tiro fuori un pacchetto d’alluminio mezzo aperto, e inizio a sbocconcellare senza voglia la torta salata di ieri, fredda e gommosa, solo per ragionamento; sono in viaggio da due giorni, non ho fame ora però, e anche se l’avessi di certo la vista di questo pasto triste e cadaverico me la toglierebbe definitivamente. Ma è ora di cena, e mi limito a guardare oltre la mano con cui porto il cibo alla bocca, fissando il monitor delle partenze senza vederlo.

Il treno regionale 12065 arriverà con cinquanta minuti di ritardo, diversamente da quanto precedentemente annunciato. 

E siamo a cinquanta minuti, cristo santo, di questo passo arriverò a casa già vecchia.

Tra me e il monitor c’è una rete di ferro arrugginita che divide a metà la stanzetta e impedisce di accedere al binario uno direttamente, a causa dei lavori; guardo le maglie della rete, mi sento un topo in gabbia e ridacchio tra me e me, verso le otto ho bevuto un paio di bicchieri di bianco al bar dall’altra parte della strada, l’unica luce accesa di tutta la zona, per ripararmi dal freddo. Le cameriere mi hanno fissata con astio per tutto il tempo della consumazione, ero l’unica avventrice rimasta e la stavo facendo troppo lunga, stiracchiando il più possibile i minuti di calore da accumulare; alle otto sono fuggita con la coda tra le gambe, sapendo quanto odio mi stessi attirando con quella permanenza indesiderata.

Non so se per effetto del secondo bicchiere bevuto per forza, ma il ronzio del monitor mi sembra aver preso all’improvviso delle odiose note chirurgiche, vibra a più non posso, è quasi aggressivo. La risatella sciocca del topo in gabbia mi si cambia di colpo sulle labbra in uno sbuffo rabbioso, il ronzio è insopportabile. Stizzita butto ciò che resta del cibo nella borsa e prendo il sottopassaggio-pantano pestando forte con i piedi sulle pozze d’acqua, per sfogare l’umore reso capriccioso dal vino. L’acqua è torbida ma non m’importa, mi sento dispettosa e mi ronzano le orecchie, il treno è in ritardo per sempre e non tornerò a casa prima di mai, pesto e schizzo e scalcio, tanto non c’è nessuno, pesto e schizzo e chissenefrega, pesto e schizzo e pesto, e schizzo e

No-no! Un-due!

Mi blocco.

Mi guardo intorno con gli occhi.

Ovviamente non c’è nessuno, come è stato finora.

Perché, chi ci dovrebbe essere?

Sono paralizzata con una mano a mezz’aria, nell’atto di caricare un altro calcio, tutta la mia energia e il sangue sono confluiti di colpo nelle orecchie, che rombano a causa dello sforzo e della leggera ebbrezza. 

Sicuramente è quel ronzio che mi ha lasciato degli echi nel cervello.

Oppure nella foga ho sentito la voce dell’uomo-annunci meccanico, ma solo in coda, e ho capito a stralci. 

O un guasto. Qua tanto non funziona niente, si vede. 

Ma un brivido mi percorre la schiena e si allarga sulla nuca, irradiandosi per tutta la testa, il sussurro che ho sentito aveva una nota giocosa che la rendeva grottesca, non assomiglia a niente di pre-registrato. 

Vorrei muovermi ma ho timore che ogni movimento faccia ripetere l’evento, anche se non ha senso. Il sottopassaggio è basso e opprimente, sembra una bocca, ma è gelido nell’aspetto a causa delle luci, ho voglia di scattare e prendere le scale poco più avanti a destra, verso i binari, uscire all’aria aperta.

All’aria aperta si possono sentire tante cose diverse, e poi possono passare dei treni con delle persone, al limite si può anche scappare al bisogno, non ci sono quattro mura che ti inchiodano con la possibilità di sentire di nuovo una voce

Mi decido a muovermi. Tanto non sentirò niente. 

Che pesantezza, però.

Deglutisco.

Vado.

Vado?

Cosa succede alla protagonista?

  • Si muove e la voce parla di nuovo (29%)
    29
  • Scatta verso le scale, raggiunge i binari, non sente più la voce ma vede qualcos'altro (57%)
    57
  • Prova a muoversi ma scopre di essere davvero immobilizzata (14%)
    14
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61 Commenti

    • Ciao Hope,
      bello trovare un nuovo commento nonostante io abbia lasciato temporaneamente in sospeso il racconto, ti ringrazio molto! Una parte di esso è effettivamente un sogno, riprenderò a breve appena si saranno calmate le acque con il mio lavoro, se tutto va secondo i piani. Ci ritroviamo qui allora con il seguito, spero mi farai sapere anche allora cosa ne pensi. Magari troverò anche un tuo racconto
      A presto! 🙂

  • Ciao Asiel.

    Torno su The Incipit e ricomincio da te. Per fortuna è passato solo un episodio. Di solito non mi piace questo tipo di narrazione, però mi rendo conto che non c’è molta alternativa per scrivere un horror su questa piattaforma. Hai annodato i fili del tempo, spero di non distrarmi nei prossimi episodi. La questione si fa interessante. Non do tempo alla protagonista di pensare, cerca di farla uscire dal treno.

    Grazie e alla prossima.

    • Ciao di nuovo! Hai proprio ragione purtroppo, nonostante le buone intenzioni continuo a far passare mesi tra un capitolo e l’altro. Comincio a scrivere dopo aver lasciato un po’ di tempo al sondaggio, poi si mettono in mezzo mille impegni ed imprevisti, perdo il filo pure io in qualche caso, e ci metto un po’ a riallacciarmi con la storia. Stavolta mi darò una scadenza precisa; e dato che sono tornata sul sito, mi leggo qualcosa di tuo subito. Grazie di aver letto e commentato, alla prossima! 🙂

  • Bene, a quanto pare sono state scelte tutte le opzioni possibili. Ho scelto di fare uscire in qualche modo la protagonista dal treno, perché in un racconto o film del terrore che si rispettino, i personaggi fanno sempre ciò che non andrebbe fatto.

    Ti leggo con attenzione ☮
    Marti

  • Ciao Asiel,
    una visione terribile, pare scappata fuori da un sogno (la mancanza di una successione logica lo indicherebbe), mi è piaciuta molto, mi è piaciuto come lo hai descritto, anche se non ricordavo molto del racconto perchè è passato un po’ di tempo dall’ultimo capitolo pubblicato.
    Ho votato per la perlustrazione della carrozza e vediamo cosa salta fuori.
    Alla prossima!

    • Ciao Keziarica!
      Ho avuto qualche problema col sito ultimamente, non ho visualizzato il tuo commento fino ad adesso. Grazie mille davvero di aver letto e detto la tua, ero un po’ in ansia perchè sapevo che questo capitolo sarebbe stato in qualche modo diverso, quindi mi fa veramente piacere quello che hai scritto. E in effetti è proprio uscita da un sogno quella visione! Sto per pubblicare il capitolo successivo, spero di trovarti ancora qui, a presto! 🙂

  • Spiegare quello che ha “visto” mi pare la più logica delle tre risposte per iniziare a far capire anche noi 😀

    La prima parte mi ha lasciato un po’ frastornato perché i dialoghi si mischiano con la narrazione, non ci sono divisioni di paragrafo e il testo presenta qualche errore. Ci avevi abituato bene nei primi due capitoli. Che è successo? La mano della protagonista ti ha contagiato? XD

    Confido in una ripresa di stile 😉

    • Ciao Sindaco, mi dispiace per la “delusione”! Sapevo in fondo in fondo che me la sarei andata un po’ a cercare con questo capitolo 😀 Come puoi immaginare ovviamente la mancanza di paragrafi, distinzione di dialoghi e voci ecc è voluta, non posso aver dimenticato tutto d’un tratto come si struttura una narrazione…Così come non ho dimenticato sintassi e grammatica, se ti riferisci a questo quando parli di errori: passaggi sgrammaticati e colloquiali erano calcolati. Infatti l’ultima parte è di nuovo nello stesso stile dei capitoli precedenti. Capisco però che buttare tutto così nel calderone possa essere stato eccessivamente disorientante; dovevo cominciare a far trapelare l’effetto delle azioni della voce-mano, ma forse l’entrata è stata troppo di petto. Se invece ci sono errori di battitura che posso non aver visto pur avendo controllato, fammi sapere! Io torno ad aggiornarmi sulla tua storia intanto

  • Buongiorno Asiel
    Atmosfera di tensione resa bene, dove il buio e la luce si alternano nel creare angoscia alla protagonista.
    Due cosucce: non sono riuscita a visualizzare “accecata dalla luce fredda”. Forse perché associo l’accecamento più alla luce calda 🙂 E poi… “le cattive luci dei faretti”, perché cattive?
    voto che sono la stessa entità.

    • Buongiorno Maria, grazie per il commento! La questione della luce fredda è una esperienza sensoriale vissuta che mi è rimasta in mente. Era effettivamente una luce bianca, senza calore, che è appunto poi diventata cattiva per questo motivo. Era una luce “chirurgica”, non avvolgente ma distaccata, minacciosa. Ma appunto dipende dalle sensazioni ed esperienze di ognuno, quindi ti ringrazio per aver condiviso la tua impressione! 🙂

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