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L’incontro

– Mi aiuti? Mi sono persa…

– Mi aiuti?

La domanda si ripete. Sento un dito che mi tocca la schiena, curva su se stessa da tanto tempo da averla dimenticata. Non voglio questa intrusione, ma la vocina infantile non desiste.

Chiede, fiduciosa, perché non risponda. Dal canto mio, mi domando invece come le sia venuta l’insana idea di venire proprio da me, fra tutte le persone del mondo.

Sarà che in questa parte di mondo ci sono solo io. E lei, mio malgrado.

Ovviamente non ho intenzione di aiutarla, ma il suo intervento mi ha riportato alla coscienza e dopo chissà quanto tempo sento il mio corpo.

Le gambe strette al petto, la fronte premuta sulle ginocchia ancora con la disperazione del primo istante, la schiena curva, piegata su se stessa al punto che la colonna vertebrale preme sulla pelle nera come inchiostro. Le ali coriacee, dello stesso colore, avvolgono il tutto in un bozzolo stretto.

Come diavolo le è venuto di chiedere a me? Sono praticamente una pietra su questa terra.

Ma con la coscienza è tornato il vuoto al centro dello stomaco. Quella voragine che si è aperta tanto tempo fa e che, da allora, mi ha tenuta qua, impegnata a non esistere.

– Allora? Mi aiuti?

Le manine morbide cercano la presa sul bordo delle ali. Tirano nel tentativo di costringerle ad aprirsi. Non mi fa male, ma è fastidioso.

– No. Vattene.

La risposta mi esce bassa, rauca per il lungo mutismo. Ma funziona ancora tutto. Mio malgrado.

Voglio solo essere lasciata in pace. Tornare a non essere. Tornare a dimenticare e pietosamente essere dimenticata.

E di certo non voglio aiutare nessuno.

Taccio e non mi muovo. Paziente aspetto che l’oblio mi raggiunga con calma, intenta a tenere insieme i pezzi della mia anima, stretta fra le ali perché non si sbricioli del tutto… o almeno così era una volta, perché mi accorgo che non è più così. Fa male, fa ancora male certo, ma è come se si fosse incancrenito lì, in quel vuoto che sento in mezzo al petto. Presente, ma troppo vecchio per fare ancora danno.

Non voglio che sia così…

– Per favore…

Insiste ancora, la vocetta, ma finisce per rompersi in un singhiozzo. Una cosina da spezzare il cuore. Se ne avessi ancora uno.

I singhiozzi si fanno più forti, una frignata in piena regola di infantile disperazione.

Non mi fa pena. Ma è fastidioso.

Apro appena le ali, distanziandole quel tanto che basta per sollevare la testa.

Ed eccola lì, seduta sulle foglie umide e vecchie che ricoprono il terreno, una bimbetta che sembra uscita da una cartolina, con le guancette paffute, le treccioline bionde e tanto di guancette sporche di terra e lacrime. Si strofina gli occhi e piange sonoramente.

Non so cosa dirle, ma voglio che smetta.

– Non c’è nessuno con te?

Domando, speranzosa, ma la piccola scuote la testa e tira su con il naso, pulendosi la faccia sulle manine già luride.

– Come ci sei arrivata qua?

E’ il mio turno di insistere. Dopotutto non può esserci piovuta dal cielo… ma ancora una volta la bambina non sembra aver risposte, si stinge nelle spalle e tira su ancora un po’ di moccico con il naso.

Ma almeno ha smesso di piangere.

– Non lo so…. Tu come ci sei arrivata?

Mi domanda, come se questo potesse essere rilevante. Per inciso, non lo è.

– Mi ci sono messa.

La mia risposta è brusca, ma lei non pare farci caso e si stringe ancora una volta nelle spalle.

– Forse anche io…

I bambini non mi sono mai piaciuti, figurarsi quando si mettono a far gli indovinelli! Cosa dovrei fare?

  • Parlare con lei. Dopotutto non ho idea di dove sia la strada. (100%)
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  • Tornarmene a dormire. (0%)
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  • Aiutare la bambina a ritrovare la strada. (0%)
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43 Commenti

  • Avevo letto i capitoli tempo fa ma mi sono dimenticato di votare 😀 ho optato per l’ultima che mi sembra più coerente. La prima opzione non mi piaceva. La seconda rischia di trasformarsi nella terza se dovesse capitare qualcosa alla bambina. Magari un pericolo, ed ecco che lei andrebbe a salvarla. Quindi, vai di terza!

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