Tasti bianchi, tasti neri

Dove eravamo rimasti?

Riprovererò Yohanna? Sì, ma lasciandole ad intendere che non mi è dispiaciuto per nulla (50%)

Le cornici poco luminose di via dei Greci

Rotolai fino al conservatorio quella mattina più lentamente del solito, per il poco sonno e l’adrenalina (anche, diciamolo, la soddisfazione) che di solito mi lasciavano le notti calde come quella appena passata. Le strade sembravano ancora più vuote ed i sanpietrini rilucevano di quel sole non più tanto basso che rende Roma una bomboniera del tardo ‘700 mangiandosi quella dei Papi e riproponendo quella dei popoli.
Via dei Greci nonostante sia una traversa della celeberrima Via del Corso è tutt’altro che una bella strada, dominata dall’ombra come la maggior parte delle strade del centro di Roma, riesce ad essere ancora più brutta , spoglia e morta delle altre. Tuttavia quel poco di musica che ancora esce dall’edificio la rende vagamente poetica, vagamente, alle otto del mattino in quel puzzolente silenzio fa schifo senza appello.
Suppellettile dello stabile era la bidella, Luciana, che in passato aveva fatto la modella di nudo in varie scuole artistiche e che poi passati i cinquant’anni avevano riciclato nella portineria di un altro di quei carrozzoni di stato a cui appartengono fieramente i conservatori, descrivervi il numero incredibile di casini che era ed è in grado di fare prenderebbe tempo ed energia nervosa che non ho voglia di sprecare ma chissà che non ve ne parli prima o poi.
In tutto ciò la stanza pianoforti si trova al secondo piano, due piani di quelle scale alte in cui oggi ce ne entrerebbero cinque con gradini altissimi e inserti di ottone per mantenere il tappeto rosso che hanno tolto nel 1994, dicono di aver tolto ma deve essere vero perché al centro della scala il marmo è ancora di un vago grigio e non sull’ ecrù spinto che ne disegna i laterali, questo vi avrà fatto capire che il conservatorio l’ho fatto da un’altra parte e meno male.
Il piano su cui suonavano i miei allievi era lì lucido e nero prepotentemente riflesso sul pavimento lucidato a specchio. Sapevo farmi volere bene, avere sempre un sorriso per tutti negli anni aveva dato i suoi frutti soprattutto con gli addetti alle pulizie che per inteso erano gli stessi che lavoravano all’accademia di belle arti a via di Ripetta con risultati perfettamente opponibili, lì la polvere se li mangiava. Ma torniamo a quel superbo strumento al centro della stanza, di superbo non aveva nulla, era infatti solo un pezzo di legno verniciato con tasti e corde di qualità mediocri ed un suono piatto, senza personalità e soprattutto senza armonici di un qualche rilievo. Ricordava per tanti versi tutte le donne che erano passate per la mia vita Anna compresa. Avevo infatti un infallibile intuito nello scegliere quelle con un meraviglioso involucro crepato dentro dalla vita, io che nell’infanzia avevo sentito urlare i miei genitori al massimo tre o quattro volte ero diventato resistente ad ogni tipo di isteria, botte comprese e non ne avevo prese poche, gli insulti, i “non sei capace a fare niente”, le umiliazioni, mi rimbalzavano addosso come quei giorni di tanti anni fa che appena sveglio venivo catapultato in una cristalleria dove non potevo toccare niente con le urla che mi accompagnavano poi fino a quando esasperato non chiudevo gli occhi, i mostri esistono e certe volte ce ne innamoriamo pure. Non erano puntuali i miei allievi, mai. Il conservatorio poi si era svuotato della presenza maschile e mi ritrovavo da tempo con un solo pari sesso: Renato che io chiamavo René, uno scricciolo dalle spalle strette ed una sessualità incerta, da tempo si era strutturato tra noi un patto Daddy/Orphan figlio della migliore cultura omosessuale statunitense degli anni ’60 che da eterno ho sempre rispettato e della quale condivido molti valori. Ma René sarebbe passato al pomeriggio, prima di Yohanna alle nove sarebbe arrivata Germana. Bussò al telaio della porta mentre fantasticavo su come la mia perla nera si sarebbe presentata, scarsa forte pure lei Germana era la tipica pariolina con le sorelle che si chiamano Giada ed Azzurra, capelli a caschetto stile Valentina (quella di Crepax) dei poveri, dita simili allo stecco di un fior di fragola Eldorado e parimenti fredde. Durò un secolo e qualcosa quell’ora di goffi tentativi che la poverina faceva per mascherare il pochissimo studio fatto sull’Intermezzo di Brahms, una versione parecchio facilitata tra l’altro, mentre io la guardavo  come si guarda un infermo di mente di lungo corso, pietà, rassegnazione e silenziose preghiere per quel poveraccio del fidanzato che invece era del Tufello.

Le dieci, le dieci e cinque, le dieci e venti quando finalmente quelle lunghe cosce sinuose attraversarono con passi sonanti la stanza che era finalmente a luce piena. Non mossi un muscolo e mi adagia sullo schienale, non volevo essere la facile preda di quell’ancheggiare così maledettamente ritmato, una giara in mezzo alle onde del mare che mi si schiantava in faccia facendomi raccogliere la mascella dalle parti del pedale della sordina. “Ho fatto tardi?” Disse “Sì” risposi in maschera neutra. 

Cosa farò Con Yohanna?

  • L'iniziativa la prendo io (25%)
    25
  • Nulla ma le lascio prendere l'iniziativa (75%)
    75
  • Nulla, la ignoro (0%)
    0
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