Agoraphobia

Mimesi

Il freddo graffiava la mia pelle nuda come schegge di vetro. Sentivo il calore di un rivolo di sangue scorrere sulla mia fronte. Aveva provato a difendersi il bastardo, ma ciò non ha impedito la mia furia. Ero euforico, estremamente euforico, come se avessero precedentemente iniettato una dose di adrenalina nel mio petto, mortale ed eccitante allo stesso tempo.

Era sporco, il suo corpo, di terriccio e foglie marce. Il colore del suo sangue coagulato aveva sfumature marroni e violacee, così belle da sembrare iridescenti. Non volevo ucciderlo, non era nelle mie intenzioni. Ma lui non capiva, io provavo ad allontanarmi da lui. Mi aveva adescato in quel bosco con delle stupide tecniche da anni ‘80. Infondo, non avevo commesso un peccato. La feccia come lui deve morire, in un modo o nell’altro. Fa parte della catena naturale delle cose, gli errori vanno eliminati.

Avevo solo 14 anni, ma ero stato capace di uccidere un uomo di 52 senza nessuna difficoltà. Forse il leone può essere ucciso dal lupo, forse il lupo era capace di arrivare sulla cima della catena. Essere lui il solo a cacciare, senza alcun rivale che possa cacciarlo a sua volta.

Era il 15 maggio del 2002 quando uccisi il Daniel McGregor, all’età di 14 anni, un pedofilo sadico che adescava bambini nel bosco di Mariensville, nello stato di Pennsylvania, per poi stuprarli ed ucciderli. Avevo posto fine alla sofferenza delle sue vittime, senza ingenuamente realizzare che io stesso sarei divenuto la genesi della sofferenza stessa, una volta cresciuto.

La mia vita era monotona. Non avevo situazioni familiari particolari, mio padre non si drogava o beveva, e mia madre non aveva un’altro uomo con la quale soddisfava quel bisogno che il marito non riusciva a regalargli. Vivevo una vita normale, in una casa normale, in una cittadina normale. Tutto troppo tremendamente normale. Così normale che iniziai a non intraprendere più alcun tipo di relazione sociale, tanta la noia che provavo. Non che io mi sia mai ritenuto un bambino socievole in tenera età, ma la mia chiusura era segno di qualcosa di tremendamente inusuale, infondo ne ero già consapevole.

La mia noia incominciò pian piano a tramutarsi in disagio, fino ad arrivare ad una vera e propria paura di incontrare le persone. Quei pochi ragazzi che riuscivo a vedere erano quelli che invitava mio fratello più grande Steve a casa.

Ero affascinato dal suo comportamento. La sua sicurezza, la sua autostima e la sua spensieratezza creavano in me fascino e rabbia. Rabbia dovuta quasi probabilmente ad una remota invidia, ma che non riusciva a spiegare il sentimento positivo contrastante. Era un solito ragazzo di 17 anni, direte voi, ma ciò non era quello che i miei occhi percepivano. Mimesi è il termine greco per intendere “copia, imitazione”, ed è questo quello che io tentavo di fare con lui, lo copiavo. Ma la mia paura prevaleva, e la mia rinuncia di qualsivoglia autonomia era immediata ed inevitabilmente. Ero solo, anche se non volevo. Ma avevo paura degli altri, anche se non volevo.

Mimesi significa copia,

Ed io, ero la copia di quello che non volevo essere.

Cosa succederà al protagonista dopo il misfatto commesso?

  • Riuscirà a non essere indagato e proseguirà la sua vita normale (16%)
    16
  • Ucciderà ancora (68%)
    68
  • Sarà oggetto di indagini (16%)
    16
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16 Commenti

  1. questo racconto sembra una confessione, uno filo di lana che gira intorno alla mente del protagonista come un vortice e di svolge piano piano. Mi aspetto un colpo di scena da un momento all:altro. Inquinerai
    le prove così almeno ti cacci nei guai e ci fai divertire

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