Il Gioco di incubi

Capitolo uno: Porte

Sogno

/só·gno/sostantivo maschile

fenomeno psichico legato al sonno, in particolare alla fase REM, caratterizzato dalla percezione di immagini e suoni riconosciuti come apparentemente reali dal soggetto sognante.

Ero di nuovo nello stesso posto, stessa identica casa dalle pareti tinte di un azzurrino chiaro. Ero nello stesso corridoio che offriva l’entrata per ogni singola stanza e avanzavo a piedi nudi sul pavimento gelido di mattonelle grigiastre. Mi accorsi di essere nel mio copro di bambino solo quando mi fermai davanti alla porta della cucina, quando notai che il mio viso arrivava a malapena al pomello dorato della porta. Lo afferrai e lo ruotai di novanta gradi verso destra, sbloccando la serratura, e spinsi l’anta legnosa. Nella stanza, composta dal cucinino sulla sinistra e dei divanetti a destra, divisi da un bancone in muratura solo una figura compativa in controluce, seduta a gambe incrociate su uno degli sgabelli; era di schiena e le spalle strette erano avvolte da una maglietta color verde coperta a sua volta da una treccia disordinata di capelli ricci e castani. La donna si voltò verso di me, regalandomi un sorriso e facendomi segno di avvicinarmi; l’avrei riconosciuto fra mille, il modo in cui piegava le labbra e la luce negli occhi castani le davano un’aria allegra e rassicurante. 

<< Mamma!>> urlai con la mia voce infantile, correndo verso di lei e saltandole addosso. Mi era mancata così tanto, avevo così tanto bisogno di toccare la sua pelle, sfiorare il viso dai tratti latini che avevo ereditato con così tanto orgoglio. Ripetei il suo nome con le lacrime agli occhi, baciandole le guance e sporcandole di saliva come i baci dei bambini sono soliti fare. 

<<Mi sei mancato anche tu, Thiago>> sorrise , ricambiando la mia stretta e issandomi meglio sul suo grembo <<mi sei mancato davvero tanto>>. 

La guardai negli occhi sorridendo, sentendomi felice come quando si ritrova un pezzo del puzzle che si credeva perso. <<Ma la carne nasce cenere e torna cenere>> il suo viso si fece drammaticamente pallido ed ossuto, delimitando degli zigomi aguzzi e degli occhi sporgenti contornati da profonde occhiaie. I folti capelli neri caddero al suolo come foglie autunnali, rivelando la cute calva e la pelle iniziò a sgretolarsi come cenere al vento. Urlai spaventato tentando di tenermi stretto il suo corpo, ma questo si dissolse fra le mie mani come un castello di sabbia. Dapprima scomparì il suo volto, poi il busto ritrovandomi a stringere il nulla, l’addome e poi le gambe e caddi di botto verso il suolo. 

Rivenni dal mio sonno di scatto, annaspando e col cuore che sembrava prendermi a pugni le costole.

Fu per quello che non notai subito la sua presenza, come un peso sulla pancia. 

Sapevo che fosse lì, in piedi davanti al letto a fissare il mio corpo steso. Potevo immaginare come il vento leggero che trapelava dalla finestra semiaperta le facesse ondulare la veste candida. 

<<Theresa..>>

<<Riesci sempre a sentirmi , perché?>> Disse con la solita voce atona.

<<Lo sai perché>> inclinai la testa verso la sua direzione e aprii lentamente gli occhi; lei era appollaiata alla testiera opposta del letto, con un braccio poggiato sul legno e l’altro a sorreggere il mento come se stesse osservando il panorama dal davanzale della finestra.

Mi portai le ginocchia al petto e poggiandoci sopra le braccia incrociate. Lei rispose con un sorriso senza umore e girò intorno al letto, sedendosi alla mia sinistra. La guardai; la fioca luce dei lampioni fuori le tingeva il viso di strane ombre e nascondeva il verde dei suoi occhi, facendoli apparire di un grigio sporco mentre le labbra carnose erano arricciare nel sorriso sarcastico che le dava un aspetto inquietante e una fossetta si era formata sulla guancia. Delle ciocche di capelli rossi le ricadevano sul viso il resto della chioma era raccolta in una lunga treccia sulla schiena.

Da vicino sembrava una dea eterea, così perfetta che persino le lentiggini sulle guance sembravano state messe con ordine matematico, calcolate e dipinte con un pennello. Perfetta e allo stesso tempo tremendamente sbagliata. Perché? Perché lei non doveva essere lì, non doveva essere così.

Sempre sorridendo si alzò e mi diede le spalle, camminando verso il lato opposto della mia camera.

<<Dove stai andando?>> le chiesi, guardandola con aria perplessa. Lei si girò nuovamente a guardarmi, scrutandomi l’anima attraverso quei grandi occhi chiari. 

<<Voglio mostrarti una cosa>> si girò e tornò a camminare. Io mi alzai e la seguii, camminando scalzo come lei.

<<Cosa?>>

Lei aprì un’anta del mio vecchio armadio e si fermò a guardarmi <<Io lo chiamo Iperuranio, il mondo dei sogni>> poi vi entrò, scomparendo. La guardai allibito, ma in fondo era tutta un’illusione, perché averne timore? Mi girai verso il mio letto dove il mio corpo materiale ancora dormiva beato per poi voltarmi e sparire nel buio.

la tua curiosità ti porterà guai ma dimmi, lettore, cosa vuoi sapere?

  • Chi sono io? (21%)
    21
  • Quando è cominciata? (57%)
    57
  • Cos'è un'illusione? (21%)
    21
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6 Commenti

  1. Bisogna decisamente andare nell’Iperuranio 😀 Tra l’altro questo capitolo mi ha ricordato che sebbene io non soffra di schizofrenia e non abbia mai avuto amici immaginari ho un sogno ricorrente sin da quando ero bambino, che ha per protagonista una ragazza misteriosa che ogni volta mi fa innamorare e poi (ovviamente) scompare quando mi sveglio… prima o poi dovrò scriverci qualcosa!

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