Sopravvivenza

Scontro sul confine

La luce della torcia illuminava un cercio attorno all’asta che la reggeva. A seconda della brezza, sul lungo camminamento delle mura, gettava ombre più o meno lunghe. Il fumo saliva verso l’alto, mentre l’odore di pece entrava nelle narici di coloro che facevano la guardia.

Una folata più forte e i fuochi delle torce si piegarono quasi volessero staccarsi dal loro appoggio. L’orizzonte buio, più nero della notte, il confine oscuro, come tutti li lo conoscevano da tempo, sembrò vibrare, tendersi verso di loro per poi contrarsi, come se fosse vivo e stesse respirando. 

La terra tremò. Ad ogni movimento di quel muro, le mura, la terra tremavano. “Restate saldi!” ruggì una voce da qualche parte su quelle stesse mura. “Restate saldi” ripetè quasi a cercare conforto ella stessa da quel pensiero. “Nessuno potrà superare le barriere dei nostri antichi guardiani!”.

la guardia prese un respiro tremante cercando conforto in quella voce. Guardò il vicino a non più di cinque metri da lui, fare lo stesso. Si sentì un po’ meno solo, gonfiò il petto e riprese conforto e coraggio. Portò la mano all’elsa della spada.

Una luce fulvida, un puntino di fronte a quel nero totale, di un azzurro intenso, comparve dinanzi ai loro occhi. “Sono qui!” qualcuno urlò, qualcuno come lui che stava guardando. Poi ci fu il caos..

Un momento prima era in piedi e il momento successivo si ritrovò gettato a terra, quasi del tutto incapace di muoversi, mentre un rombo mostruoso gli riempiva le orecchie. cercava di vedere, ma le torce sembravano essersi spente, di colpo..

Il cielo, le stelle, le lune che illuminavano le notti..dove erano finite? “In piedi soldato, in piedi!”, quasi non riusciva a vedere il volto dell’uomo che era direttamente sopra di lui, tanto era scuro e polveroso. La mano dell’uomo afferrò il suo avambraccio e lo aiutò a rialzarsi.

Flan Mchannor, lo riconobbe sebbene a fatica. Era la sua voce quella che incitava gli altri prima, una leggenda vivente in quella parte di mondo. “Sei intero?” gli chiese e non stava parlando, stava quasi urlando. Kared sbattè le palpebre e scosse la testa intontito, mentre le urla lo investivano da ogni lato. “Dobbiamo muoverci ragazzo, ora!” lo incitò ancora il guerriero.

Kared, allora lo vide. Alle spalle di Flan il camminamento, le mura stesse e molti degli edifici entro di esse..semplicemente non esistevano più, ridotti ad un cumulo di macerie fumanti. Loro si erano salvati per non si sa quale miracolo. Molto più in basso, le cose..gli orchetti, avevano superato le barriere dei guardiani e stavano invadendo la città.

“Forse le scale sono ancora in piedi, dobbiamo scendere”. Kared aprì e richiuse la bocca sconvolto. “Io..” deglutì, incerto sulle parole come sui fatti. No era un soldato, non di fronte a quella leggenda, “Ho paura..” disse a voce appena udibile. Flan lo afferrò per le spalle, “La paura è tua alleata, ragazzo. Usala per combattere e impediscile di usarti o finirai per farti ammazzare! La gente di questa città ha bisogno di noi. Il nuovo giorno sta arrivando”. Kared annuì, più convinto anche dal mezzo sorriso caloroso del grande guerriero. lo seguì verso le scale di pietra e poi giù in mezzo a quello scontro..

“Quanto possiamo andare avanti? Stanno martellando questo confine da oltre dieci giorni e i Grandi Oscuri, hanno portato in questo mondo i loro servitori, i Doel. I nostri guardiani li hanno respinti, ma..” stava camminando sulle macerie ancora fumanti delle mura orientali. Il nuovo giorno, i due soli, avevano reso ancora più netto il risultato della notte di scontri. La striscia grigia in cui il servitore degli Oscuri si era mosso dal confine fino a sfondare le mura cittadine era una ferita nella terra. I guardiani erano riusciti a rispedirlo nel mondo di origine, alla fine però. “Andremo avanti fino a quando non li avremo ricacciati nell’angolo buio del loro universo” sentenziò Lord Damvard al figlio. “Non torneranno a colpirci tanti in fretta, ragazzo. I Grandi Oscuri hanno risentito della perdita del loro servitore. Ricostruiremo queste mura più salde di prima. Questa è la terra dei nostri avi, prima che la nostra, nessuno ci caccerà da casa nostra!”.

Suo padre aveva superato la sessantina, pensò Loral, i suoi capelli si erano ingrigiti, il suo volto si era fatto più grinzoso, ma lo spirito era quello di un uomo con almeno vent’anni di meno. lui che di anni ne aveva quasi trenta, non riusciva ad essere così forte e sicuro. I suoi pensieri erano spesso cupi, le paure spesso ansiose. Si chiese se, tra molti anni, sarebbe mai stato all’altezza di suo padre. “Abbiamo bisogno di aiuto, padre. Non possiamo più addossarci questa continua difesa da soli..ora più che mai”. Quello era un discorso che a suo padre non piaceva. l’orgoglio del clan Mcjannard, prima di tutto. anche ora lo lesse negli occhi del genitore. “..abbiamo difeso queste terre per secoli, ragazzo mio, per secoli..” iniziò il genitore, lo sguardo oltre le mura in quella voragine aperta. “Però, ora abbiamo bisogno di aiuto..”.

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