L’incarico

Ricordi

Sto precipitando, anche se in realtà ci penserei due volte a mettere la mano sul fuoco prima di confermarlo, dopotutto non sono sicuro nemmeno di essere vivo in questo buio pesto dove anche il tempo ha  cessato di esistere. Ricordo a malapena di chiamarmi Carlo, tutto il resto appare così indefinito da iniziare a nutrire dubbi sul fatto che si tratti solo di un brutto sogno. Evito appositamente di soffermarmi sull’idea di quale possa essere l’alternativa più probabile.
Improvvisamente un punto luminoso attrae la mia attenzione distogliendomi dal nulla, il tempo di accorgermi della sua presenza e già si è trasformato in una palla luminosa che aumenta costantemente in dimensioni e intensità. Mi sto realmente muovendo, questa unica certezza sembra un salvagente in mezzo all’oceano al quale aggrapparmi con tutto me stesso. La palla si è trasformata in un enorme portale attraverso il quale vengo catapultato in un universo luminescente, talmente accecante che istintivamente mi porto le mani agli occhi, lo scoprire di possederle ancora mitiga solo in parte il disagio che iniziava a logorarmi dentro. Mi ci vuole del tempo per abituarmi al repentino cambiamento, mi sforzo a sbirciare tra le dita delle mani e percepisco figure geometriche, linee, angoli e infine scure sagome umane proprio di fronte a me. Non sono solo a quanto pare, ad una prima occhiata sembra inoltre che tutti siano alle prese con lo stesso problema di orientamento, sono incerto se considerarlo un aspetto positivo alla luce di quanto mi sta accadendo. Siamo seduti in un convoglio ferroviario, perfettamente equidistanti uno dall’altro neanche fossimo pedine posizionate su una scacchiera ad inizio partita. A circa cinquanta metri da entrambe le direzioni, scorgo la estremità del treno, l’intero convoglio è privo di suddivisioni tra le carrozze e nel suo avanzare sembra imitare il movimento sinuoso di un serpente. Dai finestrini non si scorge nulla, buio intervallato dal passaggio fulmineo e cadenzato di punti luce. Conosco questo posto, ci sono già stato, come ho fatto a non riconoscerlo prima? Sono nel metrò di Roma, la mia città; credo. Lancio lo sguardo sopra le porte del convoglio e riconosco il familiare percorso della linea A, due rette disegnate sulle quali si susseguono pallini neri ognuno con il relativo nome della fermata indicato sopra in obliquo. Scorro con lo sguardo quei nomi fino a leggere il famigliare Porta Furba e di seguito Arco di Travertino; Colli Albani; Furio Camillo e via così fino a Battistini, il capolinea. Rileggo ancora quell’elenco a ritroso con la curiosità di un turista appena giunto in città ma conferendovi lo stesso rispetto che si deve ai versi di una preghiera.
Cerco di collegare tra loro gli unici indizi certi a mia disposizione ma il gioco non genera ulteriori ricordi e gli stessi appena acquisiti si appannano a loro volta. Distolgo la mia attenzione da quel faticoso e inconcludente sforzo e cerco di capire qualcosa dei miei compagni di viaggio. A prima vista sembriamo tutti confusi, molti si guardano intorno con circospezione probabilmente con il comune scopo di scovare spunti per i propri ricordi, altri hanno invece lo sguardo fisso nel vuoto a focalizzare qualcosa sospeso a mezz’aria. Nessuno tenta una qualsiasi forma di comunicazione con i propri vicini, come se consapevoli dell’inevitabilità degli eventi a cui assistono, preferiscono farsi trascinare passivamente, ognuno nella propria solitudine.
Mi accorgo ora di un particolare certamente non di poco conto, per nessuno di loro sono in grado di stabilire approssimativamente l’età, in fin dei conti non ho idea nemmeno della mia. Distinguo perfettamente gli uomini dalle donne e una fisionomia dall’altra, ma se dovessi stabilire chi é il più giovane o il più vecchio tra loro non sarei in grado di dare una risposta. Tento e ritento di capirci qualcosa e alla fine giungo ad una scoperta sconcertante, la capacità di distinguere un individuo non avviene tramite il mio apparato visivo. Percepisco la presenza della persona a cui volgo lo sguardo ma le informazioni che mi giungono di rimando dall’osservazione diretta, sembrano essere già presenti nella mia mente tanto che riesco a determinarne alcuni dettagli della fisionomia tenendo gli occhi chiusi. Non ho alcun ricordo della mia vita eppure sembra che io conosca ognuno dei miei compagni di viaggio, nonostante nessuno di loro stimoli in me ricordi legati al mio passato o alla mia famiglia di cui ignoro totalmente l’esistenza.
Mi arrovello il cervello con questo dilemma quando improvvisamente il convoglio inizia a decelerare, osservo comparire il marciapiede di una fermata e leggo il nome Baldo degli Ubaldi stampato sulle insegne della stazione. Il metrò si ferma completamente e dopo alcuni istanti le porte del convoglio si aprono, fuori il marciapiede deserto rispecchia fedelmente i miei pochi ricordi. Tra i miei compagni di viaggio serpeggia dell’agitazione poi iniziano ad alzarsi e uscire dal convoglio.

Chi scende dal convoglio?

  • Carlo resta solo nel convoglio. (17%)
    17
  • La maggior parte dei passeggeri scende mentre Carlo decide di restare coi i pochi che proseguiranno il viaggio. (33%)
    33
  • Tutti i passeggeri. Una volta rimasto solo Carlo decide di seguirli. (50%)
    50
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47 Commenti

  • Ciao Repazzo, finalmente ho potuto leggere l’ultimo capitolo di questa intrigata storia; devo ammettere che mi è piaciuta davvero molto e che ho apprezzato il finale inaspettato e imprevedibile come è stata tutta la trama, davvero una bella storia.
    Spero di poter leggere presto altri tuoi nuovi racconti

    • Ciao Gigia74,
      Chiedo scusa per questo ritardo mostruoso ma sono stato completamente assorbito da un gravoso impegno, fortunatamente risoltosi per il meglio .
      Tornato alla normalità spero ora di recuperare il tempo perso al più presto.
      Grazie

  • Sono stata indecisa sulla scelta fino all’ultimo minuto.
    Seguire il killer sembrerebbe la migliore e forse la più efficace. Ma alla fine ho puntato sul parlare con i fantasmi che potrebbero rilevare nuovi indizi.
    Continua così.

  • Considerando il discorso di Carlo l’idea che voglia assistere ad un omicidio mi tenta! Come ho già detto mi piace molto la piega che ha preso la storia, più concreta e diretta senza rinunciare ad un po’ di sano disorientamento per il povero lettore e per il protagonista 🙂 L’unico appunto che mi sento di farti è che mi sembra un po’ strano che avendo appena assistito all’aggressione della moglie Carlo si fermi a chiedere delucidazioni alla rossa, ma capisco che sia servito per introdurre gli sviluppi successivi. Alla prossima!

  • Voto l’inseguimento dell’infermiere, dato che in teoria ha già assistito all’omicidio di Stefano. La trama continua a essere interessante e il ritmo incalzante, bravo. Ci sono giusto un po’ di refusi qua e là, per cui ti consiglierei di rileggere attentamente prima di pubblicare.
    Alla prossima 🙂

  • Ammetto che quando la storia è iniziata non aveva convinto più di tanto e infatti non avevo proseguito dopo il primo capitolo… ma ci sono tornato e devo dire che ho fatto bene, dal terzo capitolo ha iniziato a prendermi molto di più. Di sicuro è stato un limite mio a fermarmi perchè non apprezzo molto le vicende troppo oniriche, quindi la svolta più concreta per me è stata fondamentale e il fatto che si sia chiarito quale sia l’incarico del protagonista dà una direzione definita in mezzo ai misteri, cosa che apprezzo molto. Anche il fatto che una storia di questo tipo sia così “geolocalizzata”, per così dire, con anche un protagonista che si lascia sfuggire modi di dire in romanaccio, è una particolarità che mi piace parecchio e le dà molta personalità. Continuerò a seguirla e per il prossimo capitolo, un po’ come tutti mi pare, ho votato per raggiungere l’aggressore. Ciao!

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