Sorghetèi di Aminoo

Dove eravamo rimasti?

Compreso quali fossero i benefici collegati al fedala, cosa farà Sorghetèi? Accetterà il matrimonio e riceverà il cognome e il titolo dalla sposa (50%)

Giustizia, amore e serenità

All’ombra del loggiato l’anziano sacerdote Oibandi esaminava i documenti matrimoniali su una scrivania posizionata tra due colonne. Chiese «hai con te la lettera del Bòroc Annesvèi?»

Sorghetèi nel centro del cortile infilò due dita nel colletto, prese un laccetto, lo tirò verso la spalla destra e poi giù in diagonale fino all’anca sinistra. Il pettorale si aprì. Dagli scompartimenti interni di pelle bianca prese un sacchetto di tessuto chiuso da una fibbia e lo tenne sospeso.

Il sacerdote mise le mani ai lati della scrivania e si alzò. Camminando verso Sorghetè disse «Munro sarebbe più grande e florida se rimembrasse la propria storia, onorasse gli antichi riti, e si mutasse alla parola del suo Dio», preso il sacchetto, ritornò. Lo aprì e fece scivolare una piastra e una lettera piegata più volte. Chiese «vuoi dare il tuo cognome alla sposa?»

Sorghetèi richiuse l’armatura, «c’è un fraintendimento» disse, raddrizzò la pelle nera che contornava l’apertura dell’elmo, «d’ora in poi sarò io a decidere chi far soffrire.»

Fece per allontanarsi, ma una giovane parente di Elinsa, Casila, ad alta voce disse «in dieci anni, alla fortezza Criònma, sangue è schizzato dalle deturpazioni, versato dalle mutilazioni, defluito dai morti. Il florilegio di uno schiavo alla più nobile gioventù di Mùunro!»

Elinsa abbassò la testa e lentamente la guardò di sbieco. Casila parlava con voce limpida, «e da Bòroc? Da questo fedala si rovescerà l’immenso lago di sangue che allagherà le campagne e si riverserà a Mùunro fino a farla ribollire. E una volta purificata, noi Roc domineremo la città!»

Sorghetèi, socchiuse gli occhi per un attimo, appoggiò l’elmo per terra e disse «prenderò il cognome della sposa.»

Due servi presero la scrivania e la spostarono al centro del cortile, il sacerdote chiese «ho già ricevuto il rosso Roc, mi serve il colore dello sposo.»

 L’artista Ziintèi sporco di polvere lo raggiunse con un vasetto di terracotta in mano e disse «questo è il colore dello sposo. La bianca polvere delle mura di Aminoo.»

Oibandi replicò «ma questo è un bianco sporco, a noi servono sostanze precise. Non va bene.»

«Usa questo!» e fissando Sorghetèi negli occhi, «e se io dico una cosa è quella!», tornò vicino ai suoi operai, dietro le parenti della sposa.

Sorghetèi si avvicinò a Elinsa.

Era alta come lui, i capelli erano castano chiaro inframezzati da fili dorati annodati alle ciocche vicino la radice, la fronte era liscia percorsa da brevi contrazioni, le sopracciglia spesse e dense erano abbassate sugli occhi castani che si muovevano a piccoli scatti, il naso era stretto ma non piccolo e le labbra erano compresse.

Lo osservava con intensità. Le cicatrici bianche e lunghe sparse per tutto il viso, il canino spezzato, il naso moscio e largo, lo zigomo destro cadente, le sopracciglia bianche e sottili, le due rughe carnose nella fronte, i capelli formavano due basse creste bianche che dai lati della testa si univano poco sopra la nuca e i due grandi occhi erano nero sbiadito.

Oibandi con un vasetto e un pennello stese una pasta rosso scuro sulla fronte di Elinsa. Prese l’altro vasetto, e mentre lo mescolava disse «conosco il panteon colorato delle città straniere. Non è così per Mùunro. Mùunro ha un solo Dio». Gli spennellò la fronte.

Appoggiato l’altro vasetto prese la placca di metallo butterata con al centro un cerchio di metallo ossidato verdognolo e la diede agli sposi che di fronte una all’altro la tennero per gli angoli.

Oibandi unì le fronti attento a non far toccare i nasi o le labbra, alcune gocce chiare caddero sulla piastra. Calato il silenzio iniziò.

«Il Dio di Mùunro è un occhio senza aperture all’esterno, perché all’esterno di Dio c’è il nulla. Quest’occhio guarda al suo interno, perché all’interno di Dio c’è il tutto. Ma dentro di sé non troverete le piante, gli animali, le rocce, le acque e nemmeno gli astri fulgenti. Dentro di sé c’è il turbinìo di un pulviscolo minuto, invisibile nel buio di Dio. Ma come uno spiraglio di luce in una stanza oscura può forgiare lame splendenti, così questi granelli si possono incendiare. La giustizia, l’amore e la serenità ci illuminano all’occhio di Dio.»

Li separò e osservò gli impiastri bianchi e rossi, «sulla fronte della sposa io vedo un arbusto bianco avvolto dalle fiamme. Che dicono i convenuti?»

Le parenti si avvicinarono e confermarono a bassa voce.

«Mentre su di lui non distinguo niente.»

«Ma cosa c’è da distinguere!» disse  Ziintèi, «è da qui che si vede un serpente arrotolato.»

Casila prese il mento di Sorghetèi e gli ruotò il viso verso le parenti, «è vero», disse radiosa, con il mignolo indicò la fronte, «qui la coda e qui la testa, e queste sono le spire», guardò  Ziintèi che si era avvicinato, «giusto?»

Ziintèi rispose «Sì. Si intravedono gli anelli bianchi e rossi.»

Casila continuò «l’emblema della nuova famiglia sarà il serpente con le spire attorno al fiore incendiato.»

Rattristato Oibandi guardò la sposa, «un emblema molto significativo.»

È giunta la sera. Sorghetèi dove deciderà di dormire?

  • Da un’altra parte. (33%)
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  • Nel letto di Elinsa, ma lei potrà scegliere dove dormire. (0%)
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  • Nel letto di Elinsa e lei, anche se di controvoglia, dovrà giacere con lui. (67%)
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