IRENE

Serena

Appoggiata su un fianco, in riva al mare, riposava: non era mai stata così serena. Da lei avevano sempre preteso sicurezza, affidabilità, efficienza, che aveva regalato senza negarsi mai, nemmeno un po’. Era stata molto bella e molto richiesta: il legno dello scafo era di un rosso lucido su cui spiccava il nome, Irene, scritto a caratteri grandi, come la pace che significava: e davvero era vissuta in pace, davvero aveva regalato molto di sé agli altri, almeno finché era stata utile a qualcuno. Adesso il suo nome non si leggeva più, arso dal sole, rovinato dal vento, dalla salsedine e soprattutto dalla vita; i banchi di voga erano sfondati, uno scalmo distrutto, un remo perduto chissà dove e l’altro  buttato a caso di fianco a lei. Era stata una barca da pesca, con la prua alta e una vela impavida color rosso mattone. Quando era giovane, sfrecciava rapida e ondulava disinvolta, con la libertà di una donna dai capelli sciolti, arricciando l’acqua in onde allegre; orate, spigole e sogliole boccheggiavano, testarde e mute, dimenando corpo e coda, quando le si rovesciavano dentro dalle reti; lei, spalancata, li accoglieva, ancora frementi di vita e di speranze e poi  li riportava a riva, con l’orgoglio della vittoria, come  tesori di un pirata. Spesso si fermava al largo, per la pesca notturna e,  mentre la luce della lampara tagliava il buio, ascoltava i canti marinari che si fondevano con lo sciacquio del mare: annuiva lieve,  sorretta dall’acqua scura. Nessuno come lei conosceva le baie, gli scogli, gli anfratti, le maree. Nessuno come lei distingueva tutto quel brulicare di forme di vita che affioravano curiose dalle onde, che fuggivano spaventate nei fondali, che si arrendevano poi alle esche e alle reti perché, in fondo, non erano nate per cambiare il mondo. Quando il suo lavoro terminava, bella come una poesia, rientrava all’ancoraggio e, in secca sulla spiaggia, lasciava scorrere l’umidità del mare contro i suoi fianchi larghi e generosi.

Adesso, in compagnia dei suoi ricordi, assaporava l’ozio dopo fatiche di viaggi e di burrasche, sicura di meritare un buon riposo. Arrivava l’alta marea. L’acqua ribolliva  già,  schiumando contro lo scafo onde spesse, che si arrotolavano correndo tra sabbia, conchiglie e sassi, svegliando granchi addormentati. E saliva, saliva ancora, arrancando a tratti brevi, mentre consolava il corpo di Irene, lavandolo dagli odori quotidiani,  per restituirlo nuovo alla luce della luna. Piano piano, Irene si assopì, protetta  dal suo mare. Sognò di viaggiare  a vele tese, costeggiando la risacca, sotto un volo radente di ali bianche, in compagnia di  un grosso polipo ucciso da una fiocina. Quando si svegliò rabbrividiva: l’acqua la stava abbandonando, lasciandole sullo scafo scintille trasparenti, ma aveva freddo per un altro motivo:  avvertiva il mutare del tempo, quando il vento cambia direzione e raccoglie le nuvole più scure per precipitarsi sull’acqua e sbattere le onde verso il cielo. Si alzava un odore aspro, inconfondibile, fatto di salsedine e d’erbe, di pesci e di paura e la superficie dell’acqua liberava un fruscio inquieto, che scacciava gli stormi in volo e colorava di grigio la cresta delle onde. Il mare sembrava divincolarsi dal centro della terra, finché liberò  la sua voce più profonda, fondendo mille lingue diverse in un unico rombo, che il vento espandeva sugli scogli e sulle cose. Le onde si moltiplicarono, prendendo direzioni opposte, scontrandosi in corsa  e alzandosi al cielo con la violenza del dolore. Un pezzo di quel mare si scaraventò su Irene, tranciò la vecchia fune che tratteneva l’ancora e rapì la barca in una spirale che la risucchiò. Successe tutto molto in fretta:  come l’aveva ingoiata, l’onda  la sputò fuori capovolta,  la schiaffeggiò  subito dopo e la raddrizzò. Fu un attimo, ma un attimo importante che può essere lunghissimo da percepire.  Ancora per un poco fu presa di mira dagli eventi che cercò di assecondare. Poi, lentamente, la furia si rabbonì , la purezza del cielo, appena screpolata da voli e nubi incerte, si confuse nel mare che tacque, assorto. Irene si trovò al largo, stupefatta ma incolume. Pensava che l’acqua l’avrebbe distrutta, ma non era successo, anche se le si era affidata come polline al vento, senza patteggiare.  Pensava di aver bisogno dei remi, ma bastavano le onde a farla proseguire. Pensava di aver bisogno del suo nome per essere una barca, ma si accorse che ne poteva fare a meno:  ne fu felice e lasciò che fosse il vento a decidere la rotta da seguire, lasciò che fosse solo  l’acqua a sostenerla, come una corolla sullo stelo, e ,piegandosi ora su un lato ora sull’altro, spinse lo sguardo in fondo al mare.

Vide meduse ondeggianti nascondersi tra alghe colorate, stelle di mare, cavallucci e coralli popolare un iridescente giardino sommerso…….. 

Come si riposa Serena?

  • lasciandosi andare (80%)
    80
  • squarciandosi nel mare (20%)
    20
  • combattendo le onde (0%)
    0
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9 Commenti

  1. Ciao!
    Carina l’idea di questo insolito punto di vista. Questo incipit è molto scorrevole e il linguaggio assai ricco (belle descrizioni), però la trama sembra molto semplice: mi chiedo soltanto se riuscirai a portarla avanti per dieci episodi. Sono curiosa e metto il “segui” alla tua storia.
    A presto!

  2. Un racconto molto poetico, una grande potenza evocatrice, un vocabolario ricco e tecnico (se vogliamo), mi chiedo cosa succederà alla barca in balia delle onde, quindi seguirò il tuo racconto. Ho votato “lasciandosi andare”.
    Solo un dubbio, perchè tutto in corsivo?

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