Ricominciare da lei

La triste vita di un uomo (quasi) morto

Buio.

Era quello la base della sua vita, l’essenza della sua esistenza passiva. Quello da cui tutto partiva e tutto aveva la sua fine, come ogni giornata, come ogni singola vita su questa terra. La sua in particolare però, volendola descrivere da fuori aveva una sola parola possibile: desolazione.

Aveva perso ogni singola particella di speranza, ogni micron di felicità era ormai svanito dal suo corpo. Lui la felicità amava definirla come un’asteroide nello spazio: sta lì, a definire la sua forma e dimensione, come granello di sabbia o come intero pianeta. Ma appena un corpo si avvicina, viene influenzata, sballonzolata di qua e di la senza fine. Finché non arriva il corpo più grosso che la prende con se e poi la fa a pezzi. 

Si alzò dal letto.

Le assi di legno del parquet scricchiolavano sotto ogni suo pesante passo, volto più che accompagnarlo da qualche parte, quasi ad evitare che la morte sopraggiungesse al suo corpo, inerme ormai da troppo tempo. 

Guardò giù dalla finestra, e poi di nuovo su, verso la volta stellata, ancora rischiarata soltanto dal bagliore tenue della luna.

Alla morte ci aveva già pensato, diverse volte. Aveva pensato a quanto sarebbe stato bello porre fine a tutto. Ma si, del resto, chissà cosa c’è dopo, mal che vada rimaneva sempre lì, nel buio che aveva scandito la sua vita e che forse, lo avrebbe accompagnato anche alla morte, abbracciandolo con i suoi freddi tentacoli, che già tante volte aveva sentito, accarezzargli la testa, passare  tra i capelli ricci, a tappargli le orecchie e riempirgliele di musica. Ma si, in fondo il buio non era così male. In fondo non riusciva ad immaginare qualcosa di peggio di come viveva. Oppure chissà, magari, il paradiso c’era davvero. Si fermava spesso ad osservare attentamente il cielo notturno, forse a cercare quel paradiso introvabile, il posto migliore che tutti sognano ma che nessuno ha mai visto. Forse lo faceva per imprimerlo in quella sua mente malata, ma non di una di quelle malattie che ti fa impazzire, che ti portano a compiere atti che non vorresti compiere, ma bensì malata del mondo, di un mondo che non l’aveva saputo premiare, ma che anzi, gli aveva offerto solo sofferenza, riducendo il suo vivere, a un puro sopravvivere.

Forse erano proprio le sue stelle che erano riuscite chissà come, da migliaia di anni luce di distanza a convincerlo a non fare l’ultimo grande salto, alla ricerca disperata di qualcosa, almeno un’emozione che potesse dargli l’apparenza di sentirsi vivo. Perché anche le emozioni, quelle vere e proprie, quelle pure, che definiscono l’essere umano, lui non le provava più. Si chiudeva semplicemente in se stesso, chiudeva il suo dolore al sicuro nel suo cuore, lontano da tutte le alte persone, e lo custodiva, come se fosse un figlio. E lo custodiva così bene che ormai non lo trovava più nemmeno lui. Così vuoto che non riusciva a provare nulla, ne di positivo ne di negativo. Se ne stava semplicemente li, a fumare la sua sigaretta al buio, fissando l’incandescenza come un’altra delle sue stelle.

I drammi che gli avevano profondamente scalfito il cuore, ormai si erano rimarginati, indurendo però il rimasuglio dell’organo, nero e bruciato, e formandolo di un materiale duro, intoccabile. Non si riteneva più capace di provare nessun tipo di emozione, era vuoto dentro. Così vuoto che scoppiava.

Al di là di quel muro di cemento e calcestruzzo, che tutti chiamano “casa” ma che lui riusciva a definire solo “riparo”,  si gelava. Un aria polare entrava nelle narici, andando giù per la trachea, a congelargli i polmoni. Non sapeva nemmeno che periodo dell’anno fosse, forse troppo rinchiuso in se stesso per riconoscere un’informazione puramente esterna. Le prime luci dell’alba erano sopraggiunte ormai da un pezzo, e le prime persone si apprestavano a uscire per dirigersi verso il lavoro che tanto duramente e diligentemente svolgevano durante il giorno.

Lui le guardava, dalla finestra. Amava immaginare le loro storie, come dei piccoli film nella sua mente: da bambini fino all’età adulta li accompagnava nella vita. A ogni storia che finiva, desiderava di essere accolto in quelle vite come se fossero sue, prendere il posto di quella gente che sembrava essere molto più felice di lui.

Dal suo canto, osava definire la sua storia come una caduta, lenta ma lunghissima in un profondo crepaccio, dal quale non si può uscire. Non riusciva a immaginare altro quando ci pensava.

Aveva degli amici, certo ma nessuno di loro aveva la minima idea di come si sentisse. Era troppo bravo a nascondere le emozioni. Come una maschera, si calava tutti i giorni prima di uscire, una patina di felicità davanti alla faccia. Nessuno si era accorto della finzione. Nessuno si era accorto che quello che vedevano non era che un misero ma ben fatto, tentativo di cancellare tutto, di dimenticare tutto ciò che lo attanagliava, e che gli stringeva il cuore come un boa stritola la sua preda. 

Nessuno.  

Tranne lei.

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  • Si racconta la storia dell’uomo, e del perché è in queste condizioni psicologiche (0%)
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  • Si continua a narrare le vicende con protagonista l’uomo, senza che nulla cambi (0%)
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6 Commenti

  1. Ottima narrazione, davvero un bel viaggio nel sentimento angoscioso, belle, efficaci le immagini che trasmetti per raccontare il dramma del personaggio. Non sembra un rosa ma nel rosa c’è il mondo dei sentimenti. Anche io sono alla prima esperienza in “Rosa” e ne sono entusiasta. Raccontare i sentimenti è davvero bellissimo. Per dovere mi sento di darti un consiglio: rileggi sempre, due, tre, dieci volte per migliorare e ridurre gli errori formali. Nel capitolo mancano una serie accenti ai quali puoi facilmente porre rimedio. Complimenti davvero, ciao

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