Union Jack Watch

Angela

Mille e mille storie nel quartiere del Pigneto a Roma hanno riempito negli anni le cronache cittadine. Storie di uomini e donne poi dimenticati la cui memoria si è sciolta come giaccio al sole lasciando solo un’aria… un’aria strana, che respiri nelle piazze, nelle strade, negli edifici. Ci sono luoghi, come quello, dove le persone quando se ne vanno lasciano tracce magari piccole del loro passaggio: piccole voci che continuano a parlare di loro. Così capita che, ogni tanto qualcuno riesca a sentirle.
Una volta capitò proprio a me dopo quarant’anni di vita tranquilla, di essere coinvolto in una storia dimenticata che parlava di morte, di assassinio e di strani fantasmi.
Una vecchia signora, Angela, vicina di casa di mia madre in via Perugia, aveva fama di chiaroveggenza e per quello riceveva quotidianamente la visita di persone bisognose di spiegazioni ai fenomeni più o meno irrazionali che, pare, capitavano in giro.
Una volta, quella volta appunto, me la trovai davanti entrando in casa di mia madre Ester che quando si parla di cose misteriose si diverte tanto. Appena mi vide, a detta di mamma, quella cambiò espressione e il suo viso si fece serio, assorto. Poco dopo, seduta davanti ad un decaffeinato, mi disse che voleva parlarmi di un fatto che era capitato; un fatto che io, secondo lei, potevo aiutare a spiegare. Lì per lì non capii ma la lasciai dire, mi sembrava normale vista la fama di cui godeva.
«Un signore, un bell’omo, è venuto da me l’artro ieri», disse, «e m’ha raccontato de due strani incontri che avrebbe fatto la sera tornando a casa. Dunque: pe’ due sere de seguito, dice lui, s’è ritrovato casualmente davanti ar portone de ‘n palazzetto de via Macerata dove vent’anni fa ammazzarono ‘na ragazza. Questa persona che avrebbe incontrato sarebbe, guarda caso, proprio una ragazza giovane, che ha detto de chiamasse Mirella proprio come la morta. La sera dopo il secondo incontro: una donna de più o meno quarant’anni, ‘na certa Loredana…»
«Davanti allo stesso portone?», chiesi.
«Sì, lo stesso
«Tutto qui?»
«Manco pe’ gnente! Mo’ viene er bello, cioè la cosa curiosa: la combinazione! Dunque, devi sape’…», (intanto mia madre pendeva dalle sue labbra), «che a la prima ragazza quella sera era cascata la borsa mentre cercava le chiavi e s’era perso un orologgio de quelli de plastica… rosa, ‘unisex’ come se dice, tipo quelli…»
«Swatch?»
«Bravo, quello! Era uno col disegno de la bandiera inglese».
La donna riprese fiato.
«Il signore, quel ragazzo che è venuto da mee… poi l’ha trovato subbito lì per tera, ma lei era sparita nell’androne e lui allora se l’è portato via perché glie lo voleva ridare dopo, appena possibbile, e anzi, pe’ non dimenticasse se l’è messo ar polso».
Mamma annuiva, seria.
«Il giorno dopo c’è stato il secondo incontro. Allora: quella, Loredana, vede l’orologgio e… lo riconosce… no, non dice che era suo, però dice de avenne avuto tanti anni prima uno identico, proprio uguale! Ma che poi l’aveva regalato… capisci?»
«Sì, capisco, ma cosa dovrei… capire?»
«Le coincidenze; quello che m’ha raccontato ‘ste cose non è venuto da me pe’ caso! Le coincidenze caro Mario sono spesso come piccole luci, delle lucciole che sfuggono al controllo dell’ombra. E, ricordate che tante lucciole possono alla fine illumina’ la via. Ne la vita mia sapessi quante n’ho viste…!»
«Vero, vero!», confermò il suo avvocato, mia madre.
«Ester mi ha detto che hai un amico poliziotto bravo che ce potrebbe aiuta’, che potrebbe indaga’… »
«Indagare?», feci io guardando a mia madre, «mamma, ma che ti inventi? Non è che la polizia indaga per fare un favore agli amici! Ma dico, voi volete scherzare vero?»
«Indagare? Io penso di sì!», fece mamma, «E io so’ sicura, ma non subito!», concluse Angela diventando molto, molto seria con la mente concentrata evidentemente su un’idea».
«Io invece penso a uno scherzo: da parte di qualcuno a voi o vostro a me eh? Che dici mammina, state giocando?»
«Mario, qui nun scherza nessuno, c’è de mezzo gente morta e noi dovemo fa’ la parte nostra!»
«Noi…?»
«Certo», riprese Angela, «l’uomo che è venuto da me è ’na persona seria, niente scherzi. In quanto all’orologgio… eccolo qua!»
«Questo è l’orologio? E come mai non lo ha restituito?»
«Perché? Perché Mirella e Loredana non esistono,
o meglio, non esistono più! Erano du’ ragazze, erano pure amiche oltre venti anni fa, poi una, Mirella, fu ammazzata e Loredana invece continuò a vive qui ner quartiere fino all’anno scorso, quanno è sparita!»
«Sparita? Ah…, si è vero… ricordo!»
«Bravo!», disse mamma che non vedeva l’ora di partecipare alle indagini.
«E te lo ricordi che ne parlarono pure a ‘Chi-l’ha-visto?’! Tu, adesso non lo devi di’ ‘n questura, è presto. Intanto però parla con quel signore… che te costa?»
«…Ecco, se te convinci, se ce credi, io so’ certa, io lo so che potemo arriva’ a la verità!». 

Così parlò Angela “la chiaroveggente».

«Ancora un goccio de caffè?» concluse mammina.

credo al racconto?

  • no, ma devo accontentare mammina che mi darà il tormento. (33%)
    33
  • Voglio prima parlare con l'uomo; (33%)
    33
  • Si e mi documento sui fatti; (33%)
    33
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6 Commenti

  1. Ciao Valentina. Grazie prima di tutto.
    Ho voluto usare e userò ancora la terza persona perché permette di volare sui personaggi e vedere la storia dall’alto con molta più libertà che in prima e il racconto se ne avvantaggia. La prima persona assume quasi il ruolo di “testimonianza”, un punto di vista come la telecamera “on board” in una formula uno. Insomma
    se ben mescolate secondo me possono funzionare un po’ come in tv quando dal commento generico si passa a sentire la voce dei protagonisti. l’importante è riuscire a farlo. In quanto al “romanesco” non sarà abusato, qui è servito a scoprire “il territorio”. Io, poi sono un lettore innamorato di Camilleri e il dialetto quando è vicino alla lingua parlata e non troppo ostico, è una ricchezza enorme. Ciao, alla prossima

  2. Ciao, un buon capitolo, solo non ho capito, come mai passi alla prima persona verso la fine? Attento a non calcare troppo la mano con il romano, il racconto potrebbe diventare poco leggibile dai non capitolini (oppure sono io che non sono abituata a leggerlo).
    Ho votato per “Mario scova un indizio, qualcuno trova lui”.
    Buon lavoro!

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