Ananké

Raccontami una storia

– Raccontami una storia, una di quelle che conosci tu.
– Che storia?
– Una nuova. Non le storie dei miei libri. Le conosco già. Una delle tue.
– No. È tardi e poi non ho voglia.
– Ti prego.
– No.
Ho sempre detestato i suoi “no” senza appello. Stese sull’erba arsa dalla calura di agosto, mi giravo verso di lei e la guardavo. Serrava le labbra, chiudeva gli occhi, come se non esistessi.
– Raccontamela. Ti prego.
E non esistevo davvero. Perché poi si alzava e correva via, senza voltarsi. Arrancavo. Ogni suo passo mi ricordava che per lei ero solo una bambina. La sorella minore che la seguiva ovunque. Non l’avrei mai raggiunta, neppure quando fossi cresciuta, pensavo.
– Anna, aspettami.
Quella volta, il giorno di Ananké, mentre lei correva e io cercavo disperatamente di riallineare il ritmo del mio passo al suo, ero caduta. Avevo urlato e lei si era fermata. Poi mi era corsa incontro con un’espressione tra il preoccupato e il colpevole.
Mi aveva aiutato a rialzarmi. Avrei potuto camminare fino a casa dei nonni, ma Anna mi aveva presa in braccio. La stringevo forte, mi aggrappavo al suo corpo come se, da un momento all’altro, avesse potuto cambiare idea, abbandonandomi nella sciara. Sentivo le ginocchia pulsare e avevo cominciato a frignare, giusto per dare maggiore drammaticità al momento.
A quei tempi, sugellare con il melodramma i miei piccoli momenti di ribalta, mi riusciva magnificamente. Un ginocchio sbucciato, la faccia inzaccherata di fango, il vestito di pizzo bianco scucito, grossi lacrimoni. Erano i miei piccoli trucchi. Lei, poi, mi avrebbe aiutata a lavarmi e mi avrebbe medicato.

Quella sera Marta era inquieta. A casa dei nonni non aveva quasi toccato cibo. Sapevo che erano tutte scene, le sue. La rovinosa caduta – così l’aveva definita ironicamente mio padre al telefono – era un pretesto perfetto. Non mi avrebbe lasciato scelta.
– Raccontami una storia.
– Quale storia?
Raggomitolata in posizione fetale, mi dava le spalle.
– Anna, la storia. Me la racconti o no?
– Sì, Marta. Te la racconto.
Avevo sospirato. Scegliere una storia, quando le avevo ormai raccontato tutto il repertorio della favolistica moderna, era un’impresa titanica. Ricordava tutto. Diversamente dagli altri bambini non amava che le si raccontassero le stesse favole. Ne voleva sempre di nuove. E io avevo esaurito ormai tutto Andersen e la “fratellanza” Grimm.
– Ok. Ci sono. Ti racconto una storia che non è una favola. Però, non è una storia per bambini.
– Ho sette anni. Non sono una bambina.
– Va bene, non sei una bambina. Ma questa storia è triste. Non finisce bene.
– Non mi piacciono le storie che finiscono bene.
Giusto. Perché una bambina di sette anni con una naturale vocazione al melodramma dovrebbe amare le storie a lieto fine?
– Prima però devo spiegarti chi è Ananké.
– Chi è Ananké?
– Lei è la divinità del destino.
– Quindi questa storia parla della predestinazione?
– Sì.
Predestinazione era una parola che non mi aspettavo. Non me l’aspettavo da lei, almeno.
– Allora sarà noiosa perché sai già come va a finire. Cambia storia. Non mi piace.
– Marta, o questa o niente. E poi ti piacerà.
– Perché?
– Perché cosa?
– Perché mi piacerà?
– Ti piacerà perché finisce male, perché contro Ananké non si può combattere e poi perché contiene un paradosso.
– Cos’è un paradosso?
– Un paradosso è una storia assurda che però è vera. Cioè, è assurdo il modo in cui capisci che è vera.
– Raccontami la storia. Così dalla storia capisco il paradosso.
– Ok. C’era una volta un re, che si chiamava Laio. Era il re di Tebe e aveva una moglie, Giocasta.
– Dov’è Tebe?
– Marta, Tebe è in Grecia.
– In Grecia dove? È un’isola.
Pausa. Lunga, lunghissima.
– No, è proprio una città.
– C’è ancora?
– Sì, c’è ancora.
– Quindi non è come le favole, questa storia di Ananké.
– Marta, non è la storia di Ananké. È la storia di Edipo.
– Chi è Edipo?
– Marta, ascolta. Ora tu non fai più domande. Mi fai raccontare la storia e basta. Va bene?
– Ok.
– A Tebe, molto tempo fa, regnava un re di nome Laio, sposato con una donna di nome Giocasta. Questo re era molto triste perché la moglie non gli aveva ancora dato dei figli. Così, un giorno, si recò presso l’Oracolo di Delfi per chiedere la grazia di avere un erede.
L’Oracolo gli spiego che per Laio non avere figli era una benedizione: se ne avesse avuto uno, proprio suo figlio l’avrebbe ucciso e poi avrebbe sposato Giocasta, diventando re di Tebe.
Così, tornato a casa, Laio decise che avrebbe allontanato per sempre la moglie, per non correre rischi.
Giocasta però, al suo ritorno, era già incinta. Così, quando la regina nove mesi dopo partorì, Laio diede ordine di uccidere il bambino alla maniera dei tebani: gli forarono le caviglie per farci passare una corda e lo esposero alle bestie. Il bambino si chiamava Edipo, che in greco significa “piede gonfio”.

Il cellulare di Anna aveva cominciato a squillare. Proprio sul più bello, avevo pensato.

Cosa farà Anna?

  • Richiamerà dopo aver finito di raccontare la sua storia (17%)
    17
  • Non risponderà e continuerà a raccontare la storia a Marta (17%)
    17
  • Risponderà al telefono (67%)
    67
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7 Commenti

  1. Un incipit molto curioso, che giustamente incuriosisce. Mi piace il doppio punto di vista, spero si ripresenti nel corso della storia. Ho votato per continuare a raccontare senza interruzioni, ma chissà che questo non abbia effetti nefasti 😀

  2. Interessante il doppio punto di vista. Per adesso è difficile capire come evolve la storia, ma sono curioso di scoprire come mai Anna abbia scelto proprio questa storia da raccontare… Voto per farla richiamare dopo la fine della storia, anche perché temo che se interrompe la storia Marta inizia a frignare e non la finisce più!
    Ciao e buon lavoro!

    • Grazie per il commento, Posso anticiparti che la scelta della storia di Edipo non ha nulla a che fare con il famoso complesso; più importante, per Marta, sarà il paradosso connesso a Laio. Chissà, magari nei prossimi episodi riuscirò a spiegare meglio.
      A presto

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