Cenere e Farina

Sonno innocente

L’aria aperta. Rimanere ore disteso sul prato senza pensare assolutamente a niente, la mia terapia. Avevo troppe indecisioni nella mia mente e il pensare non faceva che renderle sempre più grandi, meglio sorpassare. Lavoravo per un’agenzia investigativa privata ma, in quel periodo, ero al servizio della Polizia Statale Americana; quel che più mi interessava era la cartografia investigativa. Il Capo mi aveva obbligato alle ferie, ero troppo stressato e, inoltre, l’ultimo caso non era seguito nel migliore dei modi. Tuttavia i miei pareri non erano per niente interessanti per l’investigatore che seguiva le tracce del ‘Rapinatore degli appartamenti’, così, dopo ripetute sollecitazioni, ha deciso di obbligarmi alle ferie.

Ricordo che era un mercoledì speciale, il primo mercoledì in cui mi sentivo libero e allo stesso tempo preoccupato. Il cielo quasi piangeva, la tristezza non era solo dalla mia parte.

Lasciai il telefono spento vicino alla borsa e cominciai a sognare, sognare la mia vita vista da una prospettiva diversa con qualcosa di buono in più e qualcosa di male in meno. Che bello sognare, no? Ancor di più se a occhi aperti.

‘Caspita si è fatto tardi, il sole sta per tramontare..’ Dopo una lunga fase di stiracchiamento uscii dal Giardino di Bozzoli, borsa in spalla, sfilai le chiavi della macchina dalla tasca e.. ‘Cazzarola, sono quasi le nove!’ Subito dentro l’auto misi in moto, accesi il telefono: volevo ascoltare qualche Podcast scassapalle, era rilassante alla guida. Appena il cellulare cominciò a prendere ricezione: un terremoto! Ah no, erano solo quindici chiamate perse da mia moglie e altrettante da mia sorella, quest’ultima doveva cenare a casa insieme a mia madre. ‘Che palle, sempre in pensiero quelle due’.

Inviai un messaggio nel gruppo di famiglia: ‘Sono quasi a casa, sto partendo ora’. Collegai il cellulare allo stereo e cominciai a guidare verso casa. Fermo al primo semaforo il telefono prese a squillare, era mia madre.

“Pronto Ma? Se siete già a casa non preoccupatevi, sto arrivando. Non posso parlare a lungo, sto guidando.. Pronto? Mi senti?”

Dallo stereo venivano fuori dei rumori incomprensibili, come se fosse dentro una scatola e risentivo una voce molto simile alla mia; dopo aver chiuso la chiamata, decisi di richiamarla, magari mancava qualcosa per la cena. La chiamai due volte ma niente, rispondeva sempre la Segreteria Telefonica. ‘Dopo decine di volte che le spiego come telefonare ancora non riesco a fare una chiamata con lei’. Parcheggiai la macchina nel vialetto di fronte casa e cominciai a dirigermi verso il cancello. Mia sorella Lisa mi aveva visto dalla finestra, alzai la mano per salutarla e in fretta e furia la vidi aprire la porta.

Si piantò davanti all’ingresso e urlò parole che al momento non riuscii a recepire: era talmente ridotta male che tutte le sue emozioni mi pugnalarono. Lei urlava e piangeva, continuava a urlare e piangere. Io ero pietrificato di fronte alle sue parole che ancora oggi non riesco mi fanno rabbrividire al solo pensarci:

“Edward! Devi aiutarla, Edward per favore fai qualcosa. EDWARD MI ASCOLTI? Non hai risposto a nessuna chiamata e non ti sei fatto sentire fino ad ora, dove cazzo eri? EDWARD!”

Ero ancora di fronte al cancello ma riuscivo a sentire Emily, mia moglie, percorrere le scale fino a arrivare proprio dietro Lisa, mentre l’afferrava e le accarezzava i capelli. Il borsone scivolò dalle mie mani e balbettai:

“Cos-Cosa è successo? Perché siete qui fuori?”

“Tua madre Edward! NOSTRA MADRE! E’ stata rapita, abbiamo chiamato la polizia e stanno cercando di rintracciarla!”

“Mamma?” Risposti prontamente “Mi ha chiamato proprio due minuti fa”. Gli occhi di entrambe sembravano quasi aver ripreso vita: “E che ti ha detto?”

“In realtà.. Nulla, forse non prendeva bene”.

“Era il rapitore Edward! Voleva contrattarti! Chiama la polizia! Tu sei un detective! Devi sollecitarli! Chi cazzo può rapire mamma?”.

La situazione degenerava. Mia sorella continuava a incolparsi dicendo che doveva andare a prenderla prima ma il traffico glielo ha impedito. Arrivata a casa di mamma non trovò nessuno. Il telefono squillò ancora e fuori casa Myers scese un silenzio tombale. Tremolante afferrai il telefono dalla tasca destra dei pantaloncini sportivi.. Era Johanna, l’assistente del capo della Polizia Locale.

Dal nervosismo quasi sfondai lo schermo per rispondere per poi aggredirla subito..

“Johanna, arrivo subito in centrale e anallizziamo subito il caso sulla scomparsa di mia madre, non muovete un dito senza di me!”

“Edward, calmati. Respira e calmati. Karl ha già fatto partire le indagini.. Mi dispiace per l’accaduto. L’investigatore richiede tuttavia che tu e tua sorella ci raggiungiate qui in centrale per fare delle deposizioni e capire meglio la situazione.”

Ero praticamente in vivavoce visto che Emily e Lisa erano appiccicate al telefono per ascoltare ogni singola sillaba. Non potei sopportare quelle parole: il caso del rapimento di mia madre affidato a un simile scansafatiche…

Cosa dissi a Johanna prima di terminare la conversazione?

  • "Un altro caso a quell'idiota? Non vi aspetterete che venga li. Questa faccenda la risolvo io." (0%)
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  • "Arriviamo, sappiate che pur essendo in ferie lavorerò al caso da solo se non accetterete il mio aiuto. Quella rapita è mia madre, chiaro?" (0%)
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  • "Vengo solo a una condizione: voglio che il caso venga affidato a me quanto prima possibile, chiaro? (100%)
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4 Commenti

  1. Piuttosto interessante come incipit, lascia la curiosità di vedere come prosegue anche se per adesso è stato davvero molto introduttivo e abbiamo pochi elementi su cui ragionare. Voto per il voler indagare personalmente sull’indagine, è una reazione realistica. In bocca al lupo per il prosieguo!

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