Il Signore di Pressago

Ritorno a Pressago

La casa è vuota, ci sei solo tu.

Non ci sono rumori, non ci sono parole, non c’è niente di niente.

Ci sei solo tu, e, in questo momento, ti senti meno di niente.

Non venivi a Pressago da anni, da quando hai litigato con tuo padre.

E ora, ora non c’è più nessuno. Ci sei solo tu.

Tua madre e tuo fratello sono sottoterra da anni, schiacciati da un incidente. L’ultimo che rimaneva in piedi era tuo padre, e da qualche ora anche lui è sotto terra.

E tu sei lì, in quella casa che ricorda un piccolo e vecchio maniero, da solo, a contemplare quella scatola d’avorio che ha lasciato sul tavolo.

Il segno della polvere intorno a lei ti fa capire che tuo padre l’ha lasciata lì da tanto tempo, in attesa del momento giusto.

Non sai se aprirla.

Il biglietto recita chiaro:

Michele, è tutto quello che ti posso lasciare, l’unica cosa veramente mia. Il resto non conta. Prendilo, e usalo quando servirà.

Hai paura ad aprire la scatola. Hai paura perché non sai cosa ci sia dentro, e temi che rimarrai deluso. Finché è chiusa, può essere di tutto, anche la prova che tuo padre non è morto. Ma una volta che la aprirai, sarà solo una cosa.

Ti fai coraggio, e apri la scatola.

Contiene un pugnale, è bianco, con una lama sottile e seghettata in avorio.

Non sai se essere incazzato o altro.

Tiri un pugno sul tavolo: anche nella morte, tuo padre si dimostra essere pieno di segreti.

Non riesci più a stare in casa. Ti senti soffocare, nonostante sia grande e vuota.

Esci, esci nella sera buia di Pressago.

Il paese è immerso nella nebbia, in quella pesante e perenne nebbia che riempie le strade in autunno e in inverno.

Te la senti addosso, quasi fosse qualcosa di vivo che si attacca al tuo corpo.

Le strade sono vuote e sono silenziose. Fa un po’ freddo, ma non abbastanza da giustificare l’assenza della gente per strada.

Cammini fino al bar, alla “Vecchia Osteria di Pressago”.

Quando chiedi una birra, il barista ti risponde con arroganza e rabbia: non è cambiato niente, da quando te ne sei andato.

Ti guardi intorno, e noti gli sguardi diffidenti sui volti grotteschi delle persone, quasi fossero capre. Non ti piace stare lì.

“Finisco la birra e me ne vado” ti dici, per darti forza, ma anche quasi come giustificazione verso quelle persone.

Ripensi a tuo padre, al vecchio Attilio.

Daresti tutto per rivederlo un’ultima volta, e chiedergli scusa di tutto, anche se sai di aver ragione.

Vi faceva vivere isolati dal resto del paese. Per questo te ne sei andato, non appena c’è stata l’occasione.

Ti manca però. Ti mancano tua madre e tuo fratello.

Capisci di essere ormai solo al mondo.

Le lacrime iniziano a farsi strada nei tuoi occhi.

Ma perché ti ha lasciato un pugnale? A cosa ti servirà mai?

“Ehi! Tu! Tu sei il figlio di Attilio?” una voce biascicata emerge tra i tuoi pensieri.

Ti giri verso destra e vedi un uomo anziano, anche fin troppo bianco, che ti indica con un dito secco e lungo. Il volto è paonazzo, gli occhi sono lucidi, tiene in mano una birra e altri bicchieri sono sparsi sul tavolo: è ubriaco.

Fai cenno di sì con la testa, non vuoi dargli corda né vuoi essere scortese.

“Io lo conoscevo il vecchio Attilio! Andavamo a caccia insieme, ma non abbiamo mai ottenuto nulla! Gli volevo tanto bene! Ti ha dato il pugnale?”

Le sue parole ti lasciano perplesso e noti che anche gli altri clienti del bar sono perplessi.

Non sai cosa dire, ma per fortuna il vecchio ti toglie dall’impaccio.

“Se avrai bisogno, cercami. Io sono Armando Chiesa, tuo padre ha il mio numero.”

Paghi e te ne vai.

È passata mezz’ora da quando sei entrato nel bar, ma la sera si è fatta più buia, come se fossimo già a mezzanotte.

Tutto è color pece, a malapena vedi la strada per arrivare a casa.

La nebbia, di certo non aiuta.

Sei stanco, è stata una lunga giornata.

Ti butti sul divano. Non vuoi tornare nel tuo letto, quello in cui hai dormito per tutta l’infanzia e l’adolescenza. Non ci pensi neanche ad andare in quello dei tuoi genitori: hai paura di sentire la loro presenza.

Anche se volessi andare, non potresti farlo. Senti la testa pesante, il corpo debole. La birra di Pressago ha sempre fatto schifo.

Le palpebre si abbassano, mentre cerchi di tenerle alzate, per stare ancora un po’ sveglio, ma niente, non ci riesci.

I colori della casa iniziano a mischiarsi e ad alternarsi al buio del sonno.

Vedi qualcosa, qualcosa di diverso dallo scaffale che c’è davanti al divano in salone, dove ti stai pian piano addormentando. È qualcosa di grosso, di opprimente, è un’ombra che vaga e gira sopra di te.

Sembra quasi che ti stia guardando.

Non capisci, ma non ha importanza. Cadi nel mondo del sonno, un sonno buio e senza sogni.

Dormi profondamente, finché qualcosa ti sveglia.

È un rumore.

Proviene dal giardino.

Sembra qualcosa che colpisce la finestra, un oggetto appuntito che sbatte contro il vetro.

Il rumore continua finché non ti sveglia completamente e ti obbliga ad alzarti.

Poi svanisce.

Credi di averlo sognato, finché il silenzio non viene rotto da una sinistra risata femminile, che risuona in lontananza nella casa completamente vuota.

Vuoi scoprire l'origine del rumore e della risata. Cosa fai?

  • Sala in mansarda, da dove hai un'ottima visuale su tutto il giardino (0%)
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  • Ti fai coraggio ed esci in giardino (100%)
    100
  • Chiami la polizia, preoccupato che ci possa essere qualcuno in casa (0%)
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17 Commenti

  1. Altro bel capitolo, la situazione forse è un po’ convenzionale, ma è scritta molto bene e la storia si sta facendo sempre più interessante. Voto per affrontare Laura, mi sembra l’opzione più naturale viste le molte domande che si sta facendo il protagonista!

  2. Sei sospettoso, ma…
    Ciao Tom,
    un inizio interessante, ho letto il primo capitolo, mi è piaciuto e sono andata avanti. Mi piace meno la seconda persona, ma questa è una mia opinione.
    Potrebbe venirne fuori un bel racconto; aspetto il terzo perché sono curiosa di conoscere meglio la storia del pugnale. Ti segnalo un dà senza a accento nella frase: “ti da le spalle”.
    Alla prossima!

  3. Ciao, in questo genere di storie la trama spesso è un pretesto per evocare atmosfere cupe, ansiogene che da sole valgono la lettura. Il metodo di scrittura, la seconda persona, sembra un infinito preambolo che prima o poi sfocierà in qualcos’altro. Mi piacerebbe che non fosse solo una storia di fantasmi e il racconto decollasse al di sopra delle sue stesse atmosfere nebbiose. Pensaci tu, la scrittura è bella e sarà bello seguirla. Buon lavoro.🙏

  4. Molto interessante l’idea della seconda persona, penso che si adatti molto bene allo stile interattivo della piattaforma. L’incipit mi è piaciuto molto, la scrittura è di qualità e la storia sembra molto interessante, con questa atmosfera oscura e nebulosa che è molto inquietante. Un unico appunto te lo faccio sullo stile secondo me eccessivamente frammentato del capitolo, ma è semplicemente una questione di gusto personale. Al prossimo capitolo!

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