L’allunaggio

Dove eravamo rimasti?

Prima delle risposte, un'ultima domanda: chi volete sentire per primo? Il vecchio (50%)

L’anabasi - parte seconda

Con la risata ancora nelle orecchie, il presidente chiude rapidamente lo sportello dell’ascensore e schiaccia il pulsante dell’ultimo piano, per mettere più spazio possibile tra sé e la scena dell’agguato. L’angusto ambiente è dotato di illuminazione, e l’americano può vedere anche un segnale orario, grazie ad un orologio a lancette posto sopra la bottoniera: sono le 23.50. Il suo pensiero corre subito ad Archie, rimasto avvinghiato in un corpo a corpo più in basso, ed alle misteriose presenze che lo hanno spinto nel vano dove ora si trova.

Ma non c’è tempo per pensare: passano pochi istanti e la cabina si blocca. Al suo occupante la frenata deve sembrare persino prevedibile: “In una serata del genere, come può un misero ascensore di chissà dove a Roma camminare senza trovare il suo inciampo? Perché dovrebbe risparmiarmi un contrattempo? È quando gli ricapita di avere a bordo un’utenza di tal lignaggio?

Ma ancora il nostro viene distratto dal suo pensare. “Buonasera signor presidente” – nello stretto andito si diffonde una voce. “È per me un onore parlarle, sia pure non alla sua presenza”. Chi parla si mostra cortese ed affabile e l’inquilino della Casa Bianca trova nel tono e nel rispetto a lui riconosciuto motivo per rinfrancarsi e ritrovare un minimo di spirito dopo la colluttazione di poco prima.

“Come sta procedendo la serata?” – chiede il nuovo arrivato. “In maniera discutibile” – è la risposta – “viaggio avventuroso, cantina umida e sporca, ascensore vetusto e difettoso. Se mi riesce di tornare a Washington avanzo formale richiesta al vostro governo di un resoconto sull’utilizzo dei fondi del piano Marshall. Temo che la voce “infrastrutture” sia stata del tutto ignorata”.

“Chi lo sa, può darsi” – Il tizio nell’etere sembra divertito dalla ventilata intenzione del capo -. “Signor presidente, è riuscito a farsi un’idea di cosa stia accadendo questa sera? La sua perspicacia ha già fatto brillante mostra di sé in questi anni; mi piacerebbe sapere cosa sta pensando adesso”.

“Credo di aver intuito qualcosa” – risponde scandendo con attenzione le parole. “È chiaro che in una precedente vita io sono stato un carcerato esperto in fughe spericolate; la sua voce da vecchio saggio indù rafforza la verosimiglianza di tale ipotesi”. Una risata appena percettibile del misterioso interlocutore precede di pochi istanti un rumore metallico. La cabina si muove a scatti per qualche secondo, per poi riprendere la sua corsa originaria.

L’ascensore arriva al piano richiesto. Lo yankee apre con cautela lo sportello, quindi esce dall’abitacolo, ripiombando così nelle tenebre; prova a guardare in ogni direzione, ma il buio pare assoluto. Nel minuto che segue gli occhi si riabituano per gradi all’oscurità; al passare dei secondi il nero prende a disporre delle sue nuance e a dipingere un piccolo atrio con un banco, simile a quelli che si usano a scuola, proprio di fronte all’ascensore. Sulla sinistra dal nulla color della pece prende forma un corridoio, scandito nello spazio su entrambi i lati da figure rettangolari, delle porte chiuse. Ed al termine del corridoio, una luce.

“Qualcosa mi dice che devo raggiungere quel chiarore”. Il timore, dopo le vicende dell’estenuante e lunghissima giornata, sta lasciando luogo alla curiosità; il presidente inizia a dirigersi verso il fondo del camminamento.  Ha fatto solo pochi passi quando il silenzio viene lacerato da alcune deflagrazioni, almeno quattro. A quel punto si odono anche delle voci.

Ormai è a pochi passi, davanti gli si para solo una porta di vetro; supera anche l’ultimo ostacolo e finalmente entra nel locale illuminato. La prima cosa che distingue è un voluminoso cilindro bianco, che si alza da terra fino ad un metro circa. Sospesa sopra di esso, una sfera dello stesso colore. Ma non sono le figure geometriche a colpirlo, la sua attenzione è per completo rapita dal gruppo di persone che si staglia immediatamente dietro di esse. Tutte gli sorridono divertite: ora che la sua vista si sta riadattando alla luce, il nostro può guardarle, e qualcuna, anche riconoscerla.

Il presidente russo! Come è possibile sia anch’esso in quel luogo, disteso ed a proprio agio mentre lui è esausto e trafelato! E Dick, il fidato segretario, l’insostituibile stratega! Perché gli sta sorridendo sardonico? Ma la vista della donna tra i due lo prostra oltre i limiti della propria prontezza di spirito. Sua moglie!

Ne sa abbastanza. Si lascia cadere su di una provvidenziale sedia, all’improvviso vuoto di ogni energia. “Ma allora è davvero un complotto” – è quanto riesce a dire.

“Certo che lo è. Il mio complotto”. La voce del vecchio saggio indù raggiunge alle spalle il redivivo galeotto escapologo. Avvilito, tradito, stanco di tutto, di giocare in difesa con la sua dialettica e di fuggire, sente di dovere qualcosa a sé stesso, alla carica che ricopre e, perché no, anche ad Archie. “È ora di andare fino in fondo”. E fa per voltarsi.

Prima delle risposte, un'ultima domanda: chi volete sentire per primo?

  • Uno dei presenti (50%)
    50
  • Il vecchio (50%)
    50
  • Il presidente (0%)
    0
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47 Commenti

  • E la serenità, in fondo, ha mille facce. Ad ognuno di noi trovare la più adatta.

    Wow, Minollo, davvero bella come frase di chiusura, i miei applausi!
    E che colpi di scena ci aspettavamo, un rapimento, un complotto, eppure con il finale più semplice e meno scontato di tutti ci hai stupiti! I miei complimenti, Minollo.
    Non fermarti qui, mi aspetto di leggere altro di tuo!
    A presto.

  • Non conoscevo la vicenda di questo giornalista, e il fatto che sei riuscito a collegarla a un evento del tutto fantasioso mi è piaciuto molto! La sorpresa finale poi non me l’aspettavo, una situazione abbastanza grottesca e improbabile che però è perfettamente in linea con lo stile sopra le righe di tutto il racconto. Che altro dire, nonostante qualche sbavatura qui e là secondo me è un racconto riuscito, divertente e in cui ho trovato spunti di riflessione su diversi temi, per cui ti faccio i miei complimenti. A presto!

    • Ciao Lorenzo!
      Grazie per la simpatia con cui hai seguito il racconto, sono molto contento ti sia piaciuto! Un po’ pazzo in effetti, ma quel fatto di 50 anni fa mi ha sempre affascinato, parlo proprio della disputa tra i due giornalisti.
      Grazie ancora e ci sentiamo sul Gran Tour!
      Ciao!

  • Quindi era tutto preparato, tutto costruito per arrivare a far incontrare Tito Stagno e il presidente… beh, non me l’aspettavo, eppure è una trovata già sperimentata da altri. Bravo, non fai lasciato trapelare nulla.
    Caro Minollo, direi che hai fatto un bel lavoro con questo racconto, pensi di cominciarne un altro?
    Per ora ti saluto e sarò lieta di incontrarti.

    Alla prossima!

    • Ciao Keziarica!
      Sono contento ti sia piaciuto il racconto, grazie ancora per tutte le tue osservazioni! Sto pensando ad un altro racconto, a settembre ci proverò, credo dello stesso genere anche se un po’ diverso. Grazie ancora, spero di leggere di te presto: questa settimana leggerò la prima di Gock intanto…
      Ciao!

  • “Sulla sinistra dal nulla color della pece prende forma un corridoio…” molto evocativa questa frase, avrei chiuso “dal nulla color pece” in un inciso, ma la trovo davvero ben congegnata.
    Ciao Minollo,
    siamo in dirittura d’arrivo e non posso che complimentarmi per la costruzione della trama, ogni pezzo va pian piano al suo posto e tutto, alla fine, tornerà. Sono curiosa di leggere il finale e voto perché parli uno dei presenti.
    Staremo a vedere 🙂
    Intanto, ti auguro una buona giornata e buona scrittura.

    Alla prossima!

  • Io direi di sentire il vecchio!
    Wow, Minollo, che colpo di scena. Quando ho letto presidente russo e moglie nella stessa frase ho temuto che al presidente americano venisse un infarto ahahah
    Bellissimo capitolo di transizione, sono proprio curiosa di conoscere la fine di questo complotto!
    Ci vediamo al decimo!

  • Ciao Keziarica!
    Ti confesso che sto rileggendo Grotesque prima di passare all’ultimo capitolo! È vero, stava meglio Stati Uniti che non l’acronimo, nella foga di accorciare… quello andava lasciato così. Grazie del tuo sostegno fino a qui, per un esordiente è molto bello. Soprattutto visto il seguito che hai saputo raccogliere attorno al tuo lavoro.
    Ci vediamo su Grotesque!

  • Ciao Minollo,
    e se non fosse un ascensore? Io voto per quello.
    Benissimo, sempre pieno di spunti e dialoghi esilaranti. Questo capitolo mette curiosità e la curiosità di scoprire quel che accade dopo è uno dei perni su cui ruota la narrativa… bravo.
    Ora aspetto di conoscere i voti e spero di riuscire a farmi raccontare da te cos’è il vano entro cui è stato spinto il presidente.
    Avrei scritto Stati Uniti D’America, più pomposo e adatto a un presidente, rispetto a semplice acronimo USA, ma sono dettagli. 🙂

    alla prossima!

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