Profondo rosso

1. Perduta e ritrovato

“Io ti lascio, Giulio” disse Ulrike, sistemandosi i capelli.

Giulio non rispose. Ulrike lo accusa spesso di avere la testa fra le nuvole, e spesso aveva ragione, ma in quel caso aveva torto: era molto concentrato sulle sue tette.

Ulrike era italiana, famiglia dell’alta borghesia piemontese, ma il padre aveva scoperto di avere antenato tedesco.

Il nome della ragazza ricordava le sue origini nordiche, insieme alla pelle di porcellana e le grandi tette dai capezzoli rosa. Proprio i seni, strizzati dalla maglietta rossa di Gucci, erano il centro dello sguardo focalizzato e deciso del giovane.

“Giulio, per favore, mi stai ascoltando? E’ finita”

La voce di Ulrike era gentile, con una punta di rimprovero e aveva ragione: l’uomo non ascoltava. Non era distratto, era concretamente impegnato a non ascoltare. Era un giornata troppo bella, in tutti i sensi. Un giorno d’agosto caldo ma ventilato, con una lieve brezza che spazzava via il caldo. Nel cielo sgombro di nubi il sole si vantava, gioiello su tessuto blu chiaro. Torino sembrava essersi fatta bella e quel bar in Corso Vittorio Emanuele era uno dei suoi gioielli più preziosi. Ogni cosa sorrideva a Giulio, persino la vecchia signora che guardava il suo bicerin come se fosse il cesso di un clan di mosche. O il ragazzino del tavolino dietro, che non guardava nessuno tranne lo schermo dello smartphone che maneggiava con dita sporche di crema. Cavolo, persino il barista anziano, panciuto e baffuto ricordava un vecchio saggio in meditazione.

Non si potevano sentire certe cose. Eppure, alla fine, le parola della sua (da pochissimo ex) ragazza fecero breccia.

“No, dai! Ulri, non è possibile!”

Lei amava quel soprannome, la faceva sempre sorridere. In quel momento però rimase mortalmente seria, le labbra carnose strette in una linea secca ed amara. “Si. Ho scelto Enrico”. Il nome fu come una diagnosi grave dopo anni di malattia: doloroso, non inaspettato. Avevano conosciuto Enrico circa un anno prima, ad una festa estiva e lui aveva percepito subito il magnetismo tra ed Ulrike. “A dicembre compio 30 anni Giulio. Voglio dei figli, voglio una famiglia, voglio stabilità. Tu non puoi darmela, Enrico si”. Ancora: una notizia sgradevole ma non sorprendente. Quando qualcuno piace alla tua ragazza, è normale fare dei confronti con il rivale. Allora. Enrico: 28 anni, aspetto fisico attraente. Professione: ingegnere capo in una ditta francese. Ottimo stipendio, ottime possibilità di carriera. Giulio: 30 anni (quasi) magari anche belloccio. Professione: ricercatore di storia (precario), insegnante di scuola superiore (supplente, ancora più precario).

Lui: mai gradito alla famiglia di lei. Enrico: sicuramente apprezzato dal padre (In realtà non li aveva mai visti assieme. Ma lo sentiva, con quella tristezza così forte che non può essere falsa).

Eppure, con tutta la razionalità e l’accettazione, la mazzata finale fu lo stesso dolorosa. “Addio, Giulio. Sei un bravo ragazzo ma non può continuare. Per favore, non mi chiamare più”.

Con un sussulto delle grosse tette, Ulrike si alzò ed uscì dal locale. L’ultima parte di lei visibile furono le gambe: lunghe, sode, ricordo di momenti più felici a base di risate, amore ed orgasmi. Spinto dalla memoria, Giulio pensò di rincorrere Ulrike.

Vrr! Vrr! Lo smartphone segnalò la sua presenza con una vibrazione insistente. Per abitudine, l’uomo lo tirò fuori dalla tasca. Un SMS dalla signora Carla, atteso da tempo: “Trovato! Evviva!”

Angela sulla chat di WhatsApp, imprevista e da valutare: “Dove cazzo sei finito! Dobbiamo parlare”

Hei, signore il conto” Un cameriere era uscito dal locale. Urlava tentando di essere autorevole: Giulio paragonò la sua voce al gracidare di una rana stonata. Ragazza o non ragazza, decisamente, l’incanto del giorno era terminato.

Giulio è davanti alla prima decisione: come si comporterà?

  • Angela è una tosta: meglio darle retta (100%)
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  • Andrà dalla signora Carla: l’attesa è stata ripagata (0%)
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  • Inseguirà Ulrike: una ragazza del genere non si deve perdere (0%)
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