Signora dei libri

All’ora di chiusura

Irene si stira tentando di dare solievo alla schiena indolenzita. Quando allunga le braccia dietro la testa con le mani intrecciate, i gomiti scrocchiano strappandole un sorriso: “le articolazioni che rumoreggiano sono articolazioni giovani” le ha detto un osteopata tempo fa, o forse era il fornaio, autoproclamato esperto dell’intero scibile umano? Non ricorda e poco importa: il concetto la rassicura.

Controlla l’ora nell’angolo dello schermo, prima di spegnere il pc davanti a sé e quello all’altro capo del bancone, poi fa lo stesso con i computer a disposizione degli utenti e le due stampanti.

Ora la sala prestiti è davvero silenziosa, libera dai brusii umani come dal ronzio delle macchine. Non è il suo momento preferito, perché il contatto con il pubblico è una delle cose che ama di più nel suo lavoro, ma ne apprezza la solennità. Come apprezza ciò che viene dopo: riordinare le sale. Gli altri colleghi lo trovano noioso, ma a lei da un senso di pace e di beatitudine. Forse perché facendo la chiusura si sente un po’ la Signora del castello, protagonista di una relazione privilegiata con il suo tesoro di libri. Ne respira l’odore, accarezza le copertine prima di rimetterli sullo scaffale giusto, sorride a quelli che conosce e ama particolarmente, felice che qualcun altro li abbia letti e, spera, goduti.

Prolungare quei gesti le permette anche di ritardare il rientro a casa tra un piatto di pasta, un film e i flirt virtuali con sconosciuti sempre più interessanti in chat che agli appuntamenti IRL. L’appartamento le sembra freddo e vuoto senza Accollo. Le manca terribilmente. Pensare che quando se lo trovò in casa le prime volte, disceso dai tetti, provò a scacciarlo in ogni modo; ma vinse lui, fino a farla innamorare pazzamente. E ora chissà dov’è quel felino fedifrago, probabilmente in un altro appartamento mansardato. O magari un attico, i gatti sono animali ambiziosi, si sa. Irene lo spera, perché immaginarlo morto… preferisce di gran lunga pensare ad altro e rifugiarsi nel conforto dei libri da riordinare.

Il ticchettio dei suoi tacchi, pur attutito dai tappeti rossi consunti che ricoprono i pavimenti di pietra, rimbomba nelle sale dagli alti soffitti. Irene è sicura che non se ne stancherà mai: lavorare in un vecchio maniero abitato da libri le procura un sottile brivido di piacere, un senso di privilegio. Soprattutto quando è sola con gli scricchiolii e l’odore del legno antico e della carta stampata.

La prima stanza alloggia quotidiani e periodici, non che i più recenti libri d’attualità; i tavoli sono pochi per lasciar spazio a morbide poltrone. La stanza prediletta dagli anziani, uomini soprattutto; le signore d’una certa età privilegiano i libri sentimentali e li leggono di rado in loco, preferendo portarli a casa. Quando si trattengono in biblioteca, lo fanno nel patio, a chiacchierare tra loro, consigliandosi un titolo di romanzo o un nuovo tipo di detersivo.

Irene non ha gran che da fare qui: i vecchietti rimettono sempre i giornali al loro posto, perfettamente ripiegati. Sono tra i suoi utenti preferiti, anche se vorrebbe convincerli ad appassionarsi alla narrativa, oltre che alle informazioni. Le sale successive le strappano smorfie di disapprovazione: volumi buttati qui e là, un paio addirittura affetti da pagine spiegazzate. Nessun rispetto! E le cartacce per terra, invece che nel cestino. Studenti! mormora tra i denti con un tono acido che la fa sentire una vecchia megera.

Nell’ultima sala, più piccola, riparata, quella di chi vuol stare in pace, il disordine è minimo: pochi libri posati sulle mensole con sgabelli, invece che nei loro scaffali e un foglio bianco che spicca sulla superficie scura dell’ultimo tavolo, quello davanti alla porta dei bagni.

Forse appunti dimenticati da uno studente, e se fossero importanti? pensa preoccupata Irene, la cui trasformazione in vecchia arpia non è ancora completata. Raccoglie il foglio per riporlo in bella vista tra gli oggetti dimenticati.

Non sembrano appunti, ma una lettera. O una poesia. O una lettera in versi?

Sei così bella quando passi tra noi, ritta e silente.

I tuoi passi felpati accarezzano il silenzio senza turbarlo.

Il tuo sguardo che incrocia il mio di sfuggita mi fa tremare il cuore.

Troverò mai il coraggio di rivelarti il mio amore?

Saprò dirti come il tuo sorriso offre un senso alla mia vita?

Signora dei libri, luce dei miei giorni, pensiero radioso delle mie notti, ti amo come nessuno mai potrà amarti. E forse non lo saprai mai.

Signora dei libri: Irene si chiede se l’appellativo non si riferisca a lei. Anzi, ne è quasi sicura: a chi altri? Gli altri due bibliotecari sono uomini e le amministrative non mettono mai piede negli spazi a contatto con il pubblico. E quel foglio non è certo lì da giorni, in ogni caso non c’era quando ha iniziato il turno, sei ore prima. Ne è sicura. E questo pomeriggio ha lavorato sola.

Rilegge con attenzione ogni parola e si lascia sfuggire un gridolino che soffoca con la mano.

«Oh! Un ammiratore segreto!» sussurra.

Nel prossimo capitolo:

  • seguiamo Irene il giorno dopo, giorno di riposo (10%)
    10
  • seguiamo Irene il giorno dopo, al lavoro (80%)
    80
  • seguiamo Irene diretta a casa (10%)
    10
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136 Commenti

  • Ciao Maan,
    ottimo il finale, ottimo il racconto e grazie per avermi fatto sorridere anche questa volta. Dopo la giornatina di ieri (a letto praticamente tutto il giorno dopo una notte di malanni) mi serviva proprio un po’ di leggerezza.
    Sei sempre una conferma, non sbagli un colpo. Il caro Accollo ha fatto il suo dovere di buon gatto, sia nei confronti dell’amata gatta che della amata umana. Il finale è quel che ci si aspetta da un rosa. Il bigliettino alla fine un po’ mi ha incuriosito però, chissà che c’era scritto e da chi arrivava… vabbè, toccherà tenersi il dubbio 😉
    Allora che dire? Alla prossima!

  • Sul finale mi sarei quasi aspettata una nuova crisi e l’inizio di un’altra caccia al tesoro! ? Si vede che Accollo Mr Destino ha fatto bene il suo lavoro… Alla fine questa storia si è conclusa nel migliore dei modi, con un po’ di sana ironia. Spero di leggere presto qualcos’altro, ho capito che mi piaci come penna, al di là del genere. Ciao. ?

  • Purtroppo devo ripetermi. Io stimo davvero molto quello che scrivi, ma anche in questo capitolo, come per lo scorso, ho avvertito poca emozione.
    Il finale melenso ci sta tutto. Ho trovato però meno mordente rispetto ai primi otto capitoli. Questo è un puro gusto personale.
    Inverosimile, ma tenera la presenza di Accollo al capezzale della micia. Molto Disney. Non realistica, perché per le gatte la stagione degli amori è stressante e violenta. Hanno più fidanzati nell’arco di pochi giorni. Infatti ogni cucciolo è di padre diverso. Per quello la simpatica recriminazione di paternità di Accollo mi ha fatta sorridere.
    Tolte queste osservazioni, penso che la storia in generale sia dolce, carina, ben scritta e non scontata. Forse servirebbe una versione più estesa e meno castrata dai 5000 caratteri di The iNCIPIT per poterla gustare meglio.

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