Croccantini e carta da forno

Porte scorrevoli

Spingo con la sinistra il carrello verso l’ascensore, mentre controllo la lista della spesa scritta sul retro del foglietto, staccato stamattina dal calendario in cucina.

Mancano solo i croccantini del gatto e la carta da forno. Sono di sotto, potevo pensarci quando ho preso l’acqua. Invece…

Mentre la porta si apre con la lentezza di un montabarelle da ospedale, lancio un’occhiata a destra e la vedo.

Una quarantina d’anni, alta e un po’troppo secca, capelli lunghi stirati alla morte, di un castano ramato impossibile in natura. Giacca corta di pelle, pantaloni neri attillati, zeppe alla moda, unghie di mani e piedi in perfetto abbinamento, fresche di smalto. Si gira appena dalla mia parte e noto gli occhiali fumé. Costano almeno metà di un mio stipendio e non stanno un granché sul suo bel viso affilato. Qualche ruga in più, rispetto a quelle che sarebbe disposta ad ammettere, compare agli angoli della bocca, serrata.

Sbuffa, e la punta del sandalo costoso batte a terra, nervosa. Porta un anello d’argento al secondo dito e una cavigliera dello stesso metallo. Tipico, proprio come il tatuaggio di un uccello stilizzato con le ali spiegate, sul dorso del piede.

Uno dei tre ascensori che collegano il pianterreno del supermercato all’interrato oggi è fuori servizio. Gli altri due, come sempre, lentissimi.

Le porte sono aperte e l’egoismo rischia quasi di prevalere sulla mia personale avversione agli sprechi. Poi cedo e la chiamo.

-Vuole scendere con me? C’entriamo! – la invito, precedendola all’interno e infilando il carrello in fondo, di traverso, per farle posto.

La vedo perplessa. Ci pensa, lottando contro il suo demone personale che vorrebbe un ascensore tutto suo, magari con l’interno glitter e un’essenza Jo Malone al bergamotto a profumare la cabina, poi cede. Mi segue, incastra il carrello accanto al mio, di fronte alla porta, e allunga verso il bottone un braccio affusolato, infilzato in una dozzina di bracciali tintinnanti.

Riesce con consumata maestria a non scheggiarsi l’unghia di gel, premendo il tasto -1 con un indice lungo mezzo metro. Il dorso della mano è abbronzato, color caffelatte. Il suo profumo intenso, fruttato. Acqua di Parma, forse. Mi concede mezzo sorriso forzato e un grazie, biascicato, come l’amen di una preghiera.

Mentre grugnisco un prego, le porte si chiudono in faccia a un tizio corpulento e male in arnese, con un pacco di biscotti sotto braccio.

Pare deluso. Era convinto di entrarci anche lui, forse, se lo avessimo aspettato. Non credo proprio. Quindi non mi sento in colpa.

Un piccolo scossone annuncia l’inizio di una snervante discesa.

Cosa non farebbe, uno, per un rotolo di carta da forno e un sacchetto di croccantini alla cernia!

Imbarazzati dalla costrizione temporanea nello spazio angusto, separati dall’ingombro metallico dei carrelli, io e la tizia tutta in tiro sembriamo tacitamente concordare circa la necessità impellente di una puntuale verifica degli acquisti appena fatti. Teniamo gli occhi bassi sui carrelli.

Il mio trabocca, per colpa dei due cestelli da sei di minerale che ne occupano una buona metà. Approfitto della pausa per impedire a una busta di prosciutto crudo di scivolare fuori, usando come trampolino un cartone di birra messo di traverso su due sacchetti d’insalata.

Il suo celebra la triste esistenza di una single salutista. Yogurt a zero grassi, latte senza lattosio, gelato di soia, due bottiglie d’acqua liscia e un assortimento di cotolette vegane, insalate di cereali dai nomi impronunciabili e snack dietetici. Stona la coppia di bottiglie di merlot, sdraiate sul fondo. Forse destinate a un appuntamento galante. Oppure per devozione al cliché consolatorio spacciato dalle serie TV americane, secondo cui è fico per una quarantenne zitella (ma non si dice più così, guai!) trascorrere le serate con un bicchiere di rosso o due a scaldarle il cuore, mentre guarda un filmone romantico su Netflix.

L’ascensore scende, un centimetro alla volta, e la sagoma tozza del signore malvestito scorre verso l’alto, inquadrata dalle porte trasparenti. I nostri sguardi s’incrociano per un lungo, fatale attimo.

Quello che succede dopo mi coglie del tutto di sorpresa.

Il tizio mi rivolge la sua espressione sconsolata. In fondo ha solo perso un ascensore. Invece mi guarda come se fosse l’ultimo elicottero che parte da Saigon. Istintivamente, non so perché, mi fa pena.

Ancora non lo sa, ma ha ragione lui. Quelle sliding doors faranno, per lui, la differenza tra la vita e…

… la morte arriva all’improvviso. Ha il volto della cassiera paffuta con la frezza viola che sabato scorso, mentre aspettava l’ok del POS alla mia prepagata, mi raccontava del figlio che non mangia gli spinaci.

Non pareva così atletica, ma la vedo passare quasi volando e atterrare il tizio corpulento con una presa da leopardo.

Esterrefatto, mentre la cabina scende, spostando il mio punto di vista sempre più giù, la vedo schiacciarlo a terra, sollevare il viso distorto in un’espressione ferina che mi gela il sangue e…

Cosa diavolo sta succedendo in questo dannato supermercato?

  • "Ti ho beccato!" urla soddisfatta in faccia all'uomo disteso (25%)
    25
  • Dalla bocca della cassiera cola del liquido rosso e i suoi denti... (50%)
    50
  • La ragazza scoppia in una risata isterica e ha il volto paonazzo... (25%)
    25
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5 Commenti

  1. Ciao, Marco.
    Benvenuto. non credo di averti mai letto qui. Gli horror mi piacciono, ne ho in mente uno che prima o poi scriverò, intanto mi leggo il tuo. Opterei per il “ti ho beccato!” non so cosa succede nel supermercato, ma trovo che abbiano carrelli troppo piccoli (ci entrano a malapena due cestelli d’acqua e due buste d’insalata 😉 ) basta questo a farmi rabbrividire :-D, scherzo!
    Interessante inizio, il mestiere c’è e si vede, vediamo dove ci porti.
    Alla prossima!

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