Daniele.

Mio padre.

«Mio padre era un uomo alto e ben piazzato» rispose Daniele alla donna che in silenzio gli sedeva di fronte.

Spostò nervoso lo sguardo verso la libreria in legno scuro.
Così alte Daniele le aveva viste solo nei film.

Odiava leggere, quindi non aveva mai comprato libri né, ovviamente, una libreria.
Lei però sembrava molto diversa da lui, e con la punta della matita vicina al foglio, aspettava che continuasse.

«Un brav’uomo, di grande cultura. È da lui che ho ereditato l’amore per la lettura. A casa ho una libreria stracolma di libri, non bella come la tua, ma per me rappresenta una connessione con lui. Amava moltissimo me e mia madre. I miei ricordi più preziosi sono legati a lui.
Si rideva molto in casa mia, c’era amore, capisci? Come nelle famiglie delle pubblicità.»

Una volta a casa, quella sera, si versò il vino e sprofondò nel divano.
Girò il calice tra le mani e allentò la cravatta.
Per un attimo valutò l’idea di darsi alla lettura.
Forse navigare tra i pensieri di qualcun altro avrebbe fatto tacere i suoi, ma lui odiava leggere.
Rimase in silenzio.
Provò a distrarsi pensando ad altro.
Alla spesa da fare, al lavoro, accese la televisione e poi lo stereo ma il ricordo di suo padre riuscì comunque a farsi strada sgomitando.

Lo vide nella loro vecchia casa, sulla poltrona del soggiorno a fissare il vuoto nella penombra.
La mano era avvolta al bicchiere vuoto sul tavolino.
Presto lo avrebbe riempito con il suo liquore economico ma per il momento era ancora assorto in chissà quali pensieri.

Nessuno lo chiedeva mai.

Nessuno gli chiedeva mai niente.

Le domande lo innervosivano, così come la musica, i discorsi lunghi, le risate, le lacrime, il cibo della mamma che non era mai abbastanza buono, le parole che non conosceva e Daniele.

Lui sembrava innervosirlo più di ogni altra cosa.

Il perché lo capì ad otto anni, dopo aver imparato il significato di “traditrice puttana”.

Il pensiero che l’uomo arrabbiato seduto in soggiorno non fosse il suo vero padre non riuscì mai a rattristarlo.

Si sentiva in colpa, ma si sentiva fortunato.

La vita gli aveva fatto un regalo: poteva ancora sperare di avere un papà.

Daniele aveva ventisei anni quando suonò al campanello di Stefano Roncaglia.
Non aveva pensato troppo a cosa dire.
Il suo vero padre lo avrebbe riconosciuto a prima vista e si sarebbero stretti in un abbraccio così forte da spazzare via il ricordo di quegli anni.

Fu una donna però ad aprire la porta.
Una signora sulla cinquantina con gli occhi gonfi e i capelli spettinati.

«Non me ne aveva mai parlato» sussurrò bevendo un sorso di caffè.
«Credo che non lo sapesse» rispose lui con lo sguardo perso
«Mi dispiace tanto».

Gli mostrò un grande album di foto.

Suo padre da giovane era un bell’uomo. Alto e ben piazzato. Proprio come lui, aveva gli occhi chiari ed i capelli scuri.
Angela, la moglie, gli rimase vicina accarezzando con le dita tremanti ogni dettaglio di ogni immagine.

Indicò suo padre nell’angolo di una foto di famiglia, seduto sul divano addormentato, perché lavorava tanto ma era sempre presente.
Indicò l’espressione marmorea di lei, mentre suo padre in primo piano rideva con le mani alzate. Stava raccontando una delle sue solite orribili freddure.

Angela fu una narratrice onesta e gli raccontò anche del momento in cui avevano scoperto che non avrebbero mai avuto un figlio.
Gli raccontò dell’infarto che le aveva strappato via l’amore senza nessun preavviso.

«Com’è strana la vita» aveva detto lei asciugando le lacrime.
Era strana, stranissima la vita.

Suo padre era morto solo due giorni prima.
Daniele lo aveva finalmente trovato, ma con quarantotto ore di ritardo.

«Da quanto tempo stavate insieme?» aveva chiesto ad Angela mentre gli sguardi e le carezze di conforto si intrecciavano in due dolori tanto diversi quanto simili.

«Da trent’anni» aveva risposto girando la fede attorno all’anulare.
Poi era arrivata. Sottile come un ago, la consapevolezza si era poggiata a quella bolla e silenziosa, attendeva.

«Tu quanti anni hai?»
«ventisei».

In coda davanti al semaforo Daniele pensava che con i padri non aveva avuto molta fortuna.
L’uomo che l’aveva cresciuto non era una bella persona e quello che lo aveva generato sembrava esserlo, ma lui non era che l’errore di una notte.

Si diceva che non aveva perso nulla, che tanto un papà non lo aveva mai avuto, che Stefano Roncaglia non era che un nome sul citofono.

Quando il semaforo divenne verde la sua macchina rimase ferma, inchiodata a terra dal peso di un ricordo spazzato via prima di accadere.

Seduto su un lussuoso divano nel suo bellissimo appartamento, di anni Daniele ne aveva da poco compiuti trentotto.

Eppure, bevve l’ultimo sorso di vino e serrò gli occhi pensando che forse, come quando era piccolo, credendolo addormentato suo padre lo avrebbe lasciato in pace. 

Ripensò alla domanda che Elena gli aveva fatto quella mattina. «Parlarti di mio padre?» disse piano «Mai».

E adesso?

  • Scopriamo chi è Elena (50%)
    50
  • Chiederemo a Daniele di parlarci di soldi (0%)
    0
  • Chiederemo a Daniele di parlarci d'amore (50%)
    50
Loading ... Loading ...
Categorie

Lascia un commento

3 Commenti

  1. Ciao Adelaide, hai messo tante cose in un capitolo traboccante di sentimenti ed atmosfere. I flashback sono difficili da rendere soprattutto ai primi capitoli quando i personaggi sono pressoché sconosciuti, ma tu ce la farai: tranquilla.
    Bello, mi piace! al prossimo!🙏

Questo sito usa i cookies per migliorare l'esperienza utente. Cliccando su Accetto acconsenti all'utilizzo di cookie tecnici e obbligatori e all'invio di statistiche anonime sull'uso del sito maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi