Il male dentro

Le montagne russe. Prima tappa.

 


                                                        MONTAGNE RUSSE.

La luce che fuoriusciva dalla porta spalancata nel nulla assoluto formava, insieme a quella emanata dall’orologio rotondo in alto, appeso su di essa a un’invisibile parete, un radioso punto esclamativo capovolto nel buio totale.
Aveva di nuovo sbagliato, e di nuovo ecco la prova.
L’orologio, ornato da ghirigori vari, non aveva numeri ma solo tre lancette, e quella dei secondi scandiva il tempo con un incessante ticchettio.
Un ragazzo, il cui nome in quel posto non aveva importanza, guardava, con le mani infilate in tasca, l’instancabile ticchettio delle lancette dorate e l’incedere di un tempo apparentemente infinito.
Quel suono, ormai così familiare, assoluto e lugubre, era disturbato lievemente da un eco lontano, quasi impercettibile, proveniente da quella strana stanza luminosa aldilà della porta.
Si avviò verso l’entrata.
Il ragazzo era arrivato di nuovo alla montagna russa.
Si fermò pensieroso all’entrata della stanza e una fitta gli arse nella tempia quando da destra gli arrivò la voce del portiere di notte, che dalla reception (in realtà un gabbiotto di ferro privo di entrate o uscite e sbarrato ) gli intimava insistentemente e con tono perentorio di non procedere.
Il giovane si ravviò i capelli sudaticci che gli erano caduti sulla fronte e si girò un istante verso il tizio con l’aria smunta e gli occhi avviliti, che da dietro le sbarre lo continuava a fissare …
… non andare, ricorda l’ultima volta, ricorda perché lo fai, ricorda per chi lo fai … ricorda perché e per chi tu continui a lottare … non arrenderti, tieni duro …
e poi tornò subito con lo sguardo sull’enorme montagna russa che aveva davanti, ma quella voce gli trapanava il cranio, ed era come se non uscisse dalla bocca del tizio, ma dai suoi occhi vitrei.
Togliere lo sguardo da quel tipo strano fu un sollievo, anche se le sue parole profetiche ( sai cosa succederà dopo, lo sai, lo sai, lo sai ) continuavano a martellare il suo cervello come una sorta di ossessione petulante ed eterna. Sorrise, si sentì meglio, c’era sempre tempo per lottare, e si incamminò verso la passerella d’oro luccicante che conduceva al carrello dell’enorme giostra.
Man mano che si dirigeva verso quella colossale costruzione in oro, la voce dell’uomo nel gabbiotto si affievoliva, diventando piuttosto un eco malinconico e grottesco, e si accentuavano invece urla e schiamazzi di bambini divertiti, madri che richiamavano i propri figli che si erano allontanati, e lo stridio lontano di ruote arrugginite.
Era abituato ormai a tutto ciò, e continuò a camminare.
Arrivato ormai al carrello, l’eco degli avvertimenti di quel tizio era diventato adesso un lieve brusio, che si spegneva sempre di più. Che diavolo, ne aveva da vendere di tempo, cos’aveva poi tanto da perdere adesso? Perché non sarebbe dovuto salire?
Ed era davvero bello in effetti. Era invitante e una volta sopra non si avvertiva nessuna paura dell’altezza, nonostante la giostra, una volta arrivata nel suo punto più alto prima di riscendere, sembrava sfiorasse la luna. Il percorso del carrello sulla montagna russa era inoltre breve, sebbene arrivasse ad altezze vertiginose, ma il ragazzo dopo tutte le volte che era stato in quel posto, aveva cominciato da un po’ di tempo a fare caso a una cosa: il percorso era breve solo quando si saliva, quando si riscendeva sembrava allungarsi di volta in volta. Strano, vero, ma salì comunque.
I due piccoli paletti all’entrata del massiccio carrello in oro si alzarono di scatto, quasi a voler annuire, e permisero l’entrata all’avventuriero che si sedette placidamente sul sedile in pelle, e dopo qualche ultimo attimo di esitazione, decise e pensò di salire. Il carrello cominciò ad avanzare.
La salita fu come al solito pazzesca, e questa volta un po’ più breve di quella precedente. Sfrecciava verso l’alto a una velocità incalcolabile, eppure il giovane, euforico a tal punto da sentire di poter spiccare il volo dal carretto d’oro con un salto esplosivo, non avvertiva nessuna paura dell’altezza, ormai diventata enorme. Guardando verso il basso, il suo piacere, che ora era diventato    piuttosto una libidine , cresceva, e alzando poi gli occhi verso al cielo una miriade di puntini luminosi di ogni colore gli sfrecciavano davanti. Odori, sensazioni paradisiache, sentiva di poter affrontare l’universo intero in persona, magari a quattr’occhi davanti a un caffè, per dirgli cosa pensava della vita e di tutto ciò che essa comporta.
Urla, schiamazzi, ragazze e ragazzi che conversavano felici tra di loro, che si raccontavano le proprie esperienze, la propria vita, e lui provava sinceri sentimenti di benevolenza nei confronti di tutto il mondo.  Quella salita lo stava veramente caricando come una macchinetta a molla, facendogli dimenticare quella strana riluttanza che aveva all’inizio e quella voce sgradevole nella testa. Sgradevole, ma da tenere in seria considerazione.
Ormai guardando giù poteva vedere quasi tutto il pianeta per intero.

cosa succede dopo?

  • luca incontra un certo marco, in quello strano incubo (0%)
    0
  • luca muore (0%)
    0
  • la discesa diventa un incubo e luca si ritrova all'inizio di un percorso di montagna (100%)
    100
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