DIARIO DI UN PASTRY CHEF A COLORI

Dove eravamo rimasti?

Il finale sarà un' ode al cambiamento. Scegliete la location ! un teatro (67%)

LA MERAVIGLIA DELLA METAMORFOSI

Credo che chiunque debba provare l’ebrezza dell’ esibizione almeno una volta nella vita. In qualsiasi modo. Attraverso qualsiasi forma di espressione artistica.

Non c’è droga ugualmente forte in circolazione.

E’ il pensiero fisso che mi accompagna anche stasera sulle assi di un palcoscenico minuscolo, epicentro di un teatro del sottobosco londinese, dove centinaia di monologhisti comici e jazzisti malinconici hanno provato i primi loro pezzi e raccolti i primi applausi e fischi.

Mi alzo dalla sedia, aggiustandomi il gilet nero  con fregi dorati.

C’è la Strega, ci sono i colleghi dell’ Hermione, ci sono i pochi veri amici rivelati come tali in questo anno incredibile.

Ho lasciato il ristorante, ho fatto pace con diversi fantasmi, sono cresciuto.

Sono cambiato.

Una lode al cambiamento stasera è inevitabile. L’esibizione è solo un bellissimo pretesto.

Abbraccio l’intera sala con lo sguardo, faccio un respiro profondo ed esordisco:

-Non c’è trucco che tenga, Dio in cielo o uomo in terra che si possa opporre al cambiamento-  mi giro di spalle il tempo di un battito di ciglia e quando torno a favore di pubblico ricomincio a parlare, incurante delle reazioni di stupore delle prime file, che hanno realizzato che il mio gilet ora è rosso brillante

-Sono dell’ idea che il cambiamento sia sempre positivo-esclamo davanti ad uno specchio alla Biancaneve posizionato alla mia sinistra.

-Quando la routine non è più quel luogo sicuro dove crescono la fiducia in sè stessi e la serenità, si inizia ad avere l’impressione che il tempo si fermi- mi allontano di un passo a sinitra mentre l’immagine riflessa rimane bloccata nella posa di pochi secondi fa. Timidi applausi.

-Invischiati in una palude di poche certezze stantie che non offrono più stimoli, a quel punto restare non ha senso: serve un obiettivo nuovo, uno stimolo, una sfida-

Mi siedo a bordo palco coi piedi a ciondoloni, come gli operai newyorkesi in quella vecchia foto ed inizio a mescolare un mazzo di carte con qualche taglio acrobatico, mentre delle note di pianoforte accompagnano i miei movimenti.

Faccio scegliere una carta ad un ragazzino in prima fila, gliela faccio firmare e disperdere nel mazzo.

Gli faccio segno di lanciare le carte in aria al mio tre. La musica si ferma.

-Attenzione. Il cambiamento non è mai indolore. Questo è un dato di fatto- estraggo un serramanico lungo più di una spanna e mi pungo un polpastrello come la Bella Addormentata, lasciando cadere qualche goccia di sangue sul palcoscenico.

-Cambiando non sai a cosa andrai incontro e spesso nasce la paura e la voglia di tornare indietro, di lasciare il trampolino e tornare indietro ripercorrendo le scale- poso il coltello e con un cenno dell’ indice le gocce di sangue risalgono dal palcosenico e ritornano al mio dito, come uno yo-yo.

Qui l’ applauso riempie il teatro.

Mentre ancora gli altri si stanno spellando le mani faccio cenno al mio assistente improvvisato e al tre le carte volano in aria: recupero il serramanico e in un attimo cinquantuno tra assi,joker e re sono per terra ed una soltanto è trafitta dalla mia lama; rimango in questa posa medievale qualche secondo in più, solo per far gustare l’attimo a tutto il pubblico.

-L’importante è avere un obiettivo in mente. E la paura se ne va-

Quando  giro la carta se è possibile ho la sensazione che l’applauso venga amplificato e le bocche spalancate nemmeno si contano più: non ci sono nè cuori nè picche, ma sulla faccia campeggia la scritta “alzati in piedi”

Il ragazzino sbalordito esegue meccanicamente l’ordine e quando sposta il cuscino e vede una carta sulla sedia su cui stava si lascia andare ad un meraviglioso e genuino riso isterico, mentre mostra il suo magico ritrovamento al resto dei paganti della sala.

A quel punto mi concedo un inchino e mi rialzo.

Stiamo per arrivare al gran finale.

Torno a sedermi sotto il riflettore principale e prendo dalla valigia lì vicino un piccolo topo grigio di peluche, accarezzandolo come fosse un animale domestico.

-Dovremmo imparare dagli animali, non c’ è niente da fare…-lascio cadere la frase con un briciolo di malinconia, senza particolare convinzione, guardando il mio animaletto, come se davanti a me non ci fosse nessuno.

Alzo la testa, ma non sto guardando nessuno negli occhi. Sto guardando oltre

-Gli animali si adeguano. Si adattano. Evolvono. Cambiano- il topo di peluche ora è diventato bianco candido.

Ricomincia un piacevole battito di mani da qualche parte.

Infilo il peluche nel taschino del mio gilet.

-Vorrei che questa sera vi restasse qualcosa delle mie parole. Vorrei che il mio messaggio vi riempisse l’anima e che in qualche modo riusciste a fidarvi di me, quando dico che il cambiamento è quell’ adrenalina necessaria che ti fa sentire vivo– il topo bianco, più che mai in carne, pelo e ossa, fa capolino dalla tasca frontale del mio gilet ed annusa l’aria, poi sale sulla mia mano aperta e raccoglie insieme a me una standing ovation che riempie la serata, il locale ed il mio cuore.

Sorrido, come non facevo da tempo.

Sipario.

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