I GIORNI D’INVERNO.

CAPITOLO 1.

” and i watched a change in you”
”it’s like you never had wings”
”now you feel so alive”
”i’ve watched you change”

Quella casa era diventata un’inferno. Era un vuoto incubo che lo attanagliava ogni giorno sempre di più, e ogni giorno sempre di più Marco pensava che la colpa fosse soltanto la sua.
Colpa delle sue azioni, di quando aveva potuto scegliere tra il giusto e sbagliato e aveva scelto lo sbagliato, per la semplice ragione che a lui piaceva lo sbagliato, e quando sceglieva, lo faceva, relativamente, con coscienza.
Adesso però non si poteva più andare avanti in quel modo, non ci sarebbe stato un altro giorno, un altro mese, un altro anno da trascorrere in quel modo. No. Non c’era più tempo, si era arrivati a un bivio: il cambiamento o la distruzione.
Troppe paure adesso, troppe sofferenze, e troppe sconfitte, era tempo di rialzarsi, o farsi annientare da sé stessi.
Qualche giorno prima aveva fatto un sogno orribile: erano lui e Andrea, il suo migliore amico, in pineta. Erano davanti a una casa con porte e finestre sbarrate da diverse assi di legno inchiodate. Era notte. Insieme, erano saliti sul balcone e con un piede di porco spuntato chissà da dove, avevano tolto le assi di legno da una delle finestre. Era venuto verso di loro un vecchietto grigio e raggrinzito come una mummia, che reggeva in una mano un piattino con dentro una candela accesa. L’interno della casa era tetro, buio, freddo, e il vecchio si era avvicinato a loro strusciando i piedi per terra, senza rumori. Non ricordava se lo avesse fatto anche Andrea ( anche pensava di sì ), ma lui alla vista di quel vecchio si era fatto il segno della croce tre volte velocemente, e d’improvviso la figura grigia era scattata via quasi come un serpente, con passi ondulati, all’interno della casa, scomparendo nel buio. Sempre con quella candela in mano.
Poi c’era stato quell’altro sogno fatto solo il giorno prima, quello dove lui era dentro la sua Opel, sotto alle case popolari, ed era come impazzito, un’altra persona, un’altra identità, si era parcheggiato sotto casa di una ragazza molto più piccola di lui, aspettando che uscisse, poi quando lei era uscita aveva provato ad investirla con la macchina, ma lei era riuscita a scappare.
Ora prendeva un caffè a casa sua. Una grossa macchia si era seccata sul tavolo e la guardò, poi spostò lo sguardo sulle sue braccia piene di tatuaggi. Braccia e mani. Sua nonna, con la quale aveva un rapporto speciale, non lo aveva più cagato di striscio, nemmeno un messaggio, dopo essersi ” rovinato in quel modo”.
Sì, cominciava a pensarlo anche lui, che si era rovinato in tutti i modi. anni di serate in locali underground per l’Italia, ( ma la maggior parte delle volte a Roma), con il suo gruppo hardcore metal, con Andrea alla chitarra e Riccardo alla batteria. Lui alla voce. Loro erano stati la sua vita, la famiglia che gli era mancata, perché scioltasi o forse mai formatasi veramente, in quella fredda, vuota, casa.
Erano stati loro, le cover, le prove in saletta al Palazzetto, la Demo che avevano inciso e i loro sogni. E poi le nottate in compagnia di Ragazzette che lui, con aria gradassa, chiamava: le sue Groupie ( che poi non era tanto lontano dalla verità ). In compagnia assidua di Crack, cocaina, meth. Sempre più regolarmente, fino a diventare, dopo dieci anni a farlo ormai tutti i giorni, la sua distruzione.
La botta finale era stata sicuramente la malattia di Andrea: la sclerosi. Andrea era cambiato, era un’altra persona, Riccardo se n’era andato dal gruppo e si era trasferito a Palermo, e lui sembrava l’unico ad esser rimasto il solito Marco, con i soliti sogni, con la solita infantilità. No, lui non voleva cambiare, lo diceva anche in una sua canzone: ” now we’re growing up, we’re movin on, but because it’s not enough, and i wont hear what you say!!!”
Sì, che sballo che provava ogni volta che la cantava, a volte così fatto di cocaina da avere crampi all’addome per quanto sforzava il diaframma. Che sballo quando era con loro, ma adesso loro non c’erano più.
Aveva comunque rivisto molte volte Andrea, la malattia lo aveva debilitato sempre di più, camminava a stento, ormai per lui erano solo risonanze. Gli diceva sempre che era come stare per tutta la notte sotto una cassa di un amplificatore sparato al massimo. Le risonanze lo indebolivano sempre di più, e in più il suo consumo di erba e ashish era aumentato a livelli esponenziali. Certo, non aveva i problemi che aveva lui con la droga, ma senza fumare non sapeva proprio starci Andrea, impazziva, ed entrambi avevano notato che quando fumava, soprattutto erba, riusciva a camminare visibilmente meglio.
Voleva bere in quel momento che era da solo a casa. Voleva cercare di resistere alla droga, ma era dura, e l’angoscia che aveva addosso da quando si era svegliato quella mattina non lo aiutava per niente.
Ci pensò un po’. Quel caffè e quella sigaretta a stomaco vuoto, appena sveglio, lo avevano stimolato come facevano regolarmente. Andò in bagno, portò con sé la droga…..
 

Che farà?

  • Gli arriva una chiamata. (67%)
    67
  • Se la farà. (33%)
    33
  • Resisterà. (0%)
    0
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31 Commenti

  1. Che Marco abbia sognato nei panni del Killer mi pare una bella opzione. Secondo me Marco non c’entra od almeno non c’entra coscientemente (ma quando ti fai può succedere di tutto).
    La cosa del bastone nel culo che sventra mi ha fatto schifo… ma direi che così entriamo dritti nel giallo 🙂

    La sua Opel sarà stata rubata oppure l’ha prestata a qualcuno (che l’ha prestata a…) che poi era l’assassino?

    Ciao 🙂

  2. Ciao Liuk,
    molto interessante l’inizio della storia, soprattutto mi piace il fatto che quel che racconti pare venire da esperienze reali (almeno per la parte pratica – salette prova, concerti, diaframma- della cosa, non certo per gli eccessi); ho scritto anch’io un giallo che gira intorno a un gruppo musicale e mi fa piacere leggerne uno scritto da altro autore. ti segnalo solo un refuso, nella strofa di canzone che riporti: …”and i wont hear what you say!!!” WONT. inteso come volere o come non sentirò? I testi sono tuoi?
    Aspetto il secondo capitolo e ti auguro una buona giornata.
    Alla prossima!

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