Sono il buio, io

Sei a un passo da me

Sei a un passo da me.

Gridi, io non mi smuovo. Ho fatto la pelle dura di serpente con questa vita e non ho paura di niente. Non ho paura di te. Mi irrigidisco nelle spalle, i muscoli contratti ad aspettare il colpo. Ho imparato che così fa meno male. I tuoi occhi famelici e bastardi lo vedo che mi guardano e non sopportano la mia resa. Vorresti lottare, sei un animale. Le mie gambe di bambino tremano, ma io non cedo. Ti fisso negli occhi e non smetto più. Il colpo arriva, preciso e forte, lo sento contorcermi la cartilagine del naso. Non faccio un fiato, io abituato ad incassare il colpo. Non ci stai, a questa mia impassibile autodifesa. Gli occhi tuoi sono tizzoni ardenti, tu nocchiero che mi manda dritto all’inferno. È estate, c’è un ventilatore acceso accanto a noi che non smette di tagliare l’aria. Lo guardi e non ho tempo di formulare un pensiero, tu mi hai già ucciso. Sul muro della mia camera una costellazione rosso sangue. Sbatti la porta, ti chiudi alle spalle me e tutto il male che mi hai fatto, tutto lo schifo che sei e non hai coraggio di guardare. Il legno marcio che ti sei tirato dietro con forza fa un rumore assordante che si propaga per tutta la stanza. Tutte le cose intorno a me tremano. Io sono di pietra, non mi muovo d’un passo. Serro la mascella con uno scatto involontario che non riconosco mio, non ho azionato io il comando. La paura gela il sentimento, a volte, e io perdo completamente il controllo di me stesso. La mia testa viene bombardata da una miriade di pensieri che si accatastano gli uni sugli altri in pochissimo tempo. Mi porto le mani tra i capelli e abbasso il capo, divento un riccio. Mi metto sull’attenti più in fretta che posso, quando un rumore improvviso mi sorprende e mi fa saltare dal letto, credevo fossi tornato a darmi il resto che di soliti dici che merito. Quando scarico la paura a terra e la sento che mi esce dalle punte dei piedi, mi rendo conto che è soltanto caduto un quadro che stava attaccato alla parete della mia lurida camera. Ingoio un bolo di saliva e risentimento e prego Dio che tu non abbia sentito nulla, non ho le forze per proteggermi da un’altra ondata famelica del tuo male. Sto immobile, ho le braccia a penzoloni lungo il corpo e i pugni serrati, stretti. Dentro ci ho chiuse tutte le mie fragilità per proteggerle da te. Mi alzo, faccio per raccogliere il quadro che è caduto quando mi accorgo che sulla parete, accanto alla costellazione dipinta sul muro c’è una strana crepa. Ha la forma di una M, come l’iniziale del mio nome. Me ne sto come un pesce lesso a fissarla, mi sembra che ci sia qualcosa dietro. Vorrei infilarci il dito, la mia eccessiva curiosità non ha limiti. Poi la tua voce rauca e possente distrugge me, la mia curiosità e ogni cosa. Dallo spavento che provo quasi stavo per cadere a terra.

“Maila, scendi! È pronta la cena!”

Odio mio padre, per una serie di svariati motivi. Forse perché non ha mai imparato a fare il genitore, forse perché non ha saputo mai darmi amore. Solo pugni in faccia e lividi sul cuore. Credo che il motivo più forte che mi spinga a odiarlo sia il fatto che lui non accetti me, la mia vita e tutto quello che comporta. Mi chiamo Malik, ho ventitré anni e una carrellata di sogni sulle spalle, sono un ragazzo transgender e so bene cosa voglio dalla vita. So soprattutto quello che non voglio, ovvero essere chiamato al femminile e con il mio deadname. Mio padre si ostina a rimanere impiantato con le radici nel passato e non si smuove di un passo.  Rimetto il quadro al suo posto, mi stringo il cuore tra le spalle e mi incammino al piano di sotto. Scendo ogni gradino con una pesantezza che non riesco neppure a descrivere, sento le ossa fare un rumore di cose rotte, a pezzi. Quando finiscono i gradini da scendere mi ritrovo davanti la tavola apparecchiata per tre, con cura. Al centro una bottiglia di vino vuota riempita con dei fiori. Mi siedo al mio posto, mio padre è difronte a me che già sta mangiando in silenzio. La sedia di mia madre è vuota da anni eppure, mio padre non smette di mettere un posto a tavola anche per lei. Chino la testa sul mio piatto e afferro il cucchiaio, lo affondo nella brodaglia collosa e faccio per portarlo alla bocca quando le parole di mio padre mi risuonano nella testa.

“Non devi vederla più, quella lì.”

“Cosa stai dicendo?”

“Che non devi vederla più, te lo impedisco. Queste cose dentro casa mia non le voglio, non esiste. Le donne stanno con gli uomini, è così che va il mondo.”

“Appunto, io sono un uomo, Abeille una donna. Non vedo cosa ci sia di strano.”

“Finisci la cena e vattene in camera tua.”

“Non mi impedirai di amarla.”

Non sono riuscito neanche a finire la frase che mi è arrivato un ceffone a mano aperta. Il cucchiaio che tenevo in mano è volato sul pavimento, nel silenzio di questa casa violenta si sente solo il suo tintinnio metallico e il mio respiro affannato. Mi alzo in piedi, sto a pochi centimetri dal volto di quella bestia che è mio padre.

Cosa decide di fare Malik per evitare la furia di suo padre?

  • Resta immobile (10%)
    10
  • Chiama la polizia (27%)
    27
  • Scappa al piano di sopra e si chiude nella sua camera (63%)
    63
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