IL CASO FONTE.

Dove eravamo rimasti?

il prossimo capitolo sarà Il punto di vista di Maurizio (50%)

CHANGE

Le sedie di plastica blu sulle quali era seduto da più di otto ore cominciavano ad essere una specie di tortura medioevale.
Per qualche ora, grazie ad una manciata di xanax, per la precisione quattro, presi con avidità e con il disperato bisogno di dormire, quelle sedie attaccate l’una con l’altra erano diventate un comodo giaciglio sul quale riposare, ma ora era di nuovo vigile, e le sue natiche e la schiena gli urlavano pietà.
Antonio sedeva vicino a lui, pressappoco dalle stesse ore, eppure non mostrava segni di cedimento. La postura eretta e composta, le mani poggiate sulle cosce, lo sguardo preoccupato.
Nella sala d’aspetto dov’erano seduti, c’era la macchinetta del caffè poggiata sotto una finestrella, dove poteva scorgere i capelli biondi radi dello sbirro seduto alla stanza di fianco, alla reception, intento a scrivere qualcosa su un registro.
Marco sentì le porte della centrale aprirsi, e la voce roca e profonda di uno di quei due strani detective rimbombare in tutto l’edificio.
<< Dov’è il cantante? >>, domandò il detective, a nessuno in particolare, anche perché non si fermò alla reception a domandare dove fosse, ma lo disse mentre si recava precisamente dov’era lui. Quasi fosse una domanda di rito, sebbene già sapesse esattamente dove fosse Marco.
Antonio si rizzò ancora di più sulla schiena, la sua espressione divenne ancora più allarmata.
Quello strano sbirro venuto da fuori, gli fu addosso subito. Minaccioso, gli prese la mano destra e ne esaminò il dorso tatuato. Un teschio nero. Il vecchio aveva confermato di aver visto il tizio sconosciuto bussare alla porta del suo chalet, in cerca delle gemelle, sul dorso della mano destra aveva lo stesso, identico, tatuaggio.
<< Io e te dobbiamo fare due chiacchiere, rock star! >> Il suo alito sapeva di super alcolici, il suo sguardo metteva i brividi.
Antonio si alzò in piedi, e tentò di frapporsi tra Marco e il detective. << Senta, abbiamo ripetuto tutto quanto almeno una decina di volte! Sia a voi sia ai poliziotti! Siamo entrambi stremati e provati, cosa c’è ancora? >>, disse.
<< Non preoccuparti, adesso me lo ripeterete, in separata sede, tutti e due! >> gli sbraitò di contro il detective. Era quello dei due che gli stava più antipatico. Non dava del lei a nessuno, e sembrava stesse sempre incazzato nero con il mondo, sempre fomentato dall’alcool.
L’unica cosa che pensò a quel punto, fu di fare come gli diceva. Quello era solo uno che pensava unicamente al lavoro, era solo uno talmente stressato dal proprio lavoro, e da quello che aveva visto lì dentro, nel cementificio alla cava, da diventarne parte.
Era parte dell’intero incubo anche lui.
La voce di Marco si spezzò di nuovo dalla disperazione, dall’angoscia, dal pianto. << Che cosa vuole adesso? Perché fa così? >>
<< Portatelo nella sala interrogatori, e anche lui, in quell’altra! >> rispose il Detective, ignorando la domanda di Marco.
Un poliziotto alto e magrissimo lo riaccompagnò lì dentro, in quella sala spoglia con lo specchio sulla parete e al centro il grosso tavolo freddo, di ferro. Se avesse saputo prima qual’era la domanda che il detective voleva fargli, si sarebbe risparmiato di rientrare lì dentro. Anche se non sapeva ancora la verità che si annidava in fondo, nel profondo, nella risposta che lui gli avrebbe dato.
Così, quando fu di nuovo seduto su quel tavolo, e quel detective tarchiato, biondo, con il petto largo come una botte e le braccia  grosse come tronchetti di legno, gli domandò chi fosse il tizio con il tatuaggio sulla mano, che bussava alle gemelle, Marco poté solamente rispondergli, in parte sollevato, in parte sorpreso: << Una sera, alla fine di un piccolo concerto che facemmo proprio qui, a Fonte, mentre eravamo sotto uno stand a bere birra e parlare con dei ragazzi che apprezzavano la nostra musica, si avvicinò un tipo. Era tutto gasato, aveva gli occhi strabuzzati, si vedeva che era fatto, ma chi di noi non lo era quella sera? Mi fece vedere il dorso della sua mano. Tutto contento mi disse : ” Guarda Mà, come te! ” Lì per lì mi sono sentito così idolatrato che gli ho solo risposto: ” Grande! Sei un Grande! ” Poi qualcuno mi ha chiamato, gli ho detto : ” Aspetta, ora torno ”, e nel caos generale non l’ho più rivisto. Volevo parlargli, ringraziarlo più personalmente capisce? Ma quando sono tornato lì non c’era più. Aspetti però! Ora che ci penso bene, mi ricordo che poco dopo, sono rientrato al palazzetto per farmi una striscia, e mi sono collegato un attimo ad istagram… avevo ricevuto una richiesta da un tizio strano. Non gli diedi importanza però, ero troppo distratto in quel momento. Vediamo, uhm…Suicide Seasons si chiama l’account! Aveva solo foto fittizie, di teschi, di cimiteri, e una…una che ritraeva un teschio, identico a quello che ho io.. e che aveva lui…sulla mano destra.>>
Marco sperò di essere stato utile.
<<Dobbiamo rintracciare questo account>> disse il Detective…

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28 Commenti

  1. La storia e avvincente, ti faccio i complimenti.
    Ti faccio anche una esortazione a cercare dibrendere piur appetibile per il kettors il tuo raccvonto. Non mi perderò in consigli nliosi, non ne sarei neanche veramente capace però una piccola ricerca sul web potrà aiutarti a migliorare l’uso della punteggiatura Riuscirai cosi ad impreziosire lonscritto e ti garantisconchecsarai

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