Tesori dal cassonetto

Ieri sposi

Tullio fermò il Doblò davanti ai cassonetti, attirato da uno stipo a colonna buttato lì di traverso. La vernice era scrostata e mancavano due cassetti su cinque, ma fabbricarne di nuovi non sarebbe stato un problema per lui. Oppure avrebbe cercato dei cesti di vimini delle dimensioni giuste, per aggiungere un tocco originale. Una volta finito, si sarebbe venduto bene, sui mercatini. A meno che non decidesse di offrirlo in regalo a Lucia per l’appartamento nuovo: sarebbe stata anche una valida scusa per andarla a trovare.

Caricò l’oggetto nel retro del furgone e lo ancorò con una cinghia. Prima di ripartire, però, decise di ispezionare gli altri affari posati a lato del cassonetto. Aveva notato un grande quadro: a occhio, doveva misurare almeno un metro per un metro e mezzo. Se non era troppo rovinato, poteva rivelarsi una piccola manna: c’era sempre gente in cerca di tele da appendere al muro. Sperava solo che non fosse troppo brutto, anche se aveva già visto croste terrificanti vendersi al prezzo d’opera d’arte.

«Oh!»

Era una foto. Una coppia sorridente in abiti nuziali, abbracciata su una panchina davanti a una villa maestosa; a Tullio non sembrava di conoscere il posto. Seduti con le gambe dell’una su quelle dell’altro, l’ampio abito disteso a ricoprirle di spuma alla vaniglia, i due sembravano guardarsi negli occhi pur fissando l’obiettivo. Un sorriso sincrono che sprizzava amore. Doveva aver sprizzato fino a evaporare, pensò Tullio, visto il posto in cui giaceva ora quel sorriso.

Non era un romanticone: detestava i film melensi e aveva sempre preferito le cene in cui vedeva bene nel piatto a quelle a lume di candela. Eppure provava un fastidio tra lo sterno e l’ombelico, davanti alla triste fine di un bel ricordo: avrebbe meritato una sorte migliore. Ma in che modo? Nessuno si sarebbe messo in casa il ritratto dell’amore – defunto – di altri. Avrebbe forse potuto recuperare la cornice, ma si sarebbe sentito quasi come un tombarolo, o uno di quei ladri che rubano gli arredi in Chiesa.

Lo girò con cautela e lo adagiò col dorso contro il cassonetto, per osservarlo bene. Forse, se avesse avuto dimestichezza con la moda o con le cerimonie, avrebbe potuto dedurre l’epoca in cui la foto era stata scattata, dalla forma dell’abito di lei o dal colletto della giacca di lui. Ma non ci capiva nulla. Non s’era sposato: alla Gianna le formalità non erano mai piaciute e per lui non faceva nessuna differenza. E avevano avuto ragione: cosa sarebbe cambiato se fossero stati sposati? Lei sarebbe stata ancora viva? Lui e Lucia avrebbero sofferto di meno? Solo uno scemo avrebbe potuto crederci.

Di una cosa era sicuro, però: che non avrebbe mai buttato via un così bel ricordo. Era convinto che le scelte non vadano rinnegate, nemmeno quelle sbagliate.

Andrea. Lo sposo aveva la faccia da Andrea, e lei… Sharon o un altro di quei nomi che andavano tanto di moda negli anni Ottanta, che tutti ci chiamavano le figlie e lui e la Gianna avevano fatto la figura dei demodé a scegliere Lucia per la loro.

Andrea e Sharon dovevano essersi conosciuti a scuola – primo amore o giù di lì – avevano avuto fretta di diplomarsi e trovare un lavoro per potersi sposare. Innamorati pazzi, si vedeva dalla foto. E poi? Il mutuo, le rate della macchina, i problemi al lavoro, lo stress, il mal di schiena, i figli che non arrivavano o arrivati troppo presto. Le divergenze nell’educarli, la relazione sghemba. Le liti, le recriminazioni, i rancori. O semplicemente erano cresciuti e cambiati. O uno era cambiato e l’altro no. E l’amalgama s’era spezzato.

Tullio non si chiese se fosse stata una separazione serena: aveva la risposta davanti agli occhi. Chi dei due aveva buttato il quadro? Forse l’avevano fatto di comune accordo, durante il trasloco, ché tenerlo non interessava a nessuno dei due.

Il suono del telefono lo riscosse dalle sue elucubrazioni.

«Tullio, dove sei? Sono tre volte che ti suono al campanello, ma non rispondi. Sei andato al bar senza aspettarmi?»

«No, Sergio, scusa, ho fatto tardi a causa di… un cassonetto, mi conosci. Aspettami, tra dieci minuti sono lì.»

Quanto tempo era rimasto a fantasticare sulla foto di due estranei? Invecchiando diventi sempre più scemo, la Gianna ti sfotterebbe per bene, se fosse qui.

Doveva smetterla di affezionarsi agli scarti degli altri. Risalì sul furgone e accese il motore. Fece inversione con cautela: vicino ai cassonetti bastava un attimo per imbattersi in pezzi di metallo o di vetro e rimetterci una gomma. Aveva appena inserito la prima quando nel retrovisore vide una donna avvicinarsi al quadro. Doveva abitare vicino, perché era in ciabatte e senza cappotto. Era la stessa della foto, con qualche anno e qualche chilo in più, i capelli legati in una coda storta invece dell’acconciatura complicata da sposa; ma era lei, nessun dubbio. Mentre la guardava prendere il quadro tra le braccia e tornare lenta sui suoi passi, provò l’impulso d’andare a chiederle se si chiamasse Sharon, ma scosse la testa e partì ridendo.

Nel prossimo capitolo, raccontiamo la storia di:

  • una gabbia (50%)
    50
  • una zuppiera (33%)
    33
  • una lampada (17%)
    17
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29 Commenti

  1. Ciao, B.
    Io opto per il progetto, parrebbe che qualcosa in cantiere già ci sia…
    Smuovere la terra dura non è facile, io che nell’orto ci vado di quando in quando ne so qualcosa. Mi piace l’idea di rappresentare la sensazione di avere accanto una persona cara come un arto fantasma, per come lo fai scritto mi hai fatto tornare alla mente Lecter che parla al senatore in aeroporto, ma è stato un flash minuscolo 🙂.
    Lo sai che mi piace il tuo stile, che te lo dico a fare? ( per restare in ambito cinematografico).

    Brava, B. Come sempre

    Alls prossima!

  2. Ciao, B.
    Non so perché ma in questo momento il giardino ispira parecchio anche me…
    Quello che mi piace dei tuoi scritti è che contengono sempre un messaggio: fanno riflettere sulle cose della vita. Anche a me è capitato di rompere oggetti appartenuti a mia madre e la cosa mi ha lasciato un gran senso di perdita, quando si dice: “il valore sentimentale”. Avessi conosciuto la tecnica Kintsugi, magari, li avrei riparati mettendo a tacere coscienza e nostalgia.
    Non ho nulla da aggiungere o da eccepire, sono contenta che tu sia tornata a scrivere e aspetto il nuovo episodio.

    Alla prossima!

    • Dici che lo mandiamo a zappare, Tullio? 😉
      Io ho fatto un po’ come il mio personaggio: una volta, non so più dove ho letto di questo modo di rendere un oggetto rotto più prezioso di quando era nuovo e ne sono rimasta incantata. Sarà perché odio buttare le cose…
      (Sì, la colpa è solo tua se ho ripreso in mano questa storia, te lo confermo XD)

  3. Vada per il giardino, che è più concreto di un altrove non precisato e può riservare più sorprese del furgone.
    La tua è una raccolta di episodi molto particolare (mi chiedo se siano collegati da una trama vera e propria o solo da un filo conduttore) e scritta molto bene. Mi piace la sensibilità che emerge dal testo e mi intriga la tua capacità di creare delle storie attorno a oggetti minimi. Leggerò sicuramente oltre.

  4. Zuppiera
    Questa tua storia mi ricorda una fiction tv “Il restauratore”, mi piace l’idea che qualcosa di nessun valore per uno sia di grande valore per qualcun altro. Il tuo Tullio deve proseguire il giro dei cassonetti e farci vedere cosa troverà!
    Ci sono!

  5. Zuppiera
    Questa tua storia mi ricorda una fiction tv “Il restauratore”, mi piace l’idea che qualcosa di nessun valore per uno sia di grande valore per qualcun altro. Il tuo Tullio deve proseguire il giro dei cassonnetti e farci vedere cosa troverà!
    Ci sono!

  6. Zuppiera
    Questa tua storia mi ricorda una fiction tv “Il restauratore”, mi piace l’idea che qualcosa di nessun valore per uno sia di grande valore per qualcun altro. Il tuo Tullio deve proseguire il giro dei casonnetti e farci vedere cosa troverà!
    Ci sono!

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