Tesori dal cassonetto

Dove eravamo rimasti?

Nel prossimo capitolo, raccontiamo la storia di: una gabbia (50%)

Le galline

Dopo aver versato l’ennesima, superflua, goccia d’olio sui cardini dello sportello superiore della gabbia, Tullio verificò che questo s’aprisse senza cigolare. Non voleva che uno stridore metallico spargesse il panico tra le future occupanti dei luoghi.

Fece due passi indietro per osservarla nel suo insieme: niente male. Gli ci erano volute settimane per ridare vita ai resti di una vecchia stia, ripulirli, riparare le usure, creare dal nulla un rifugio in legno, – sembra un vero chalet, pensò con una punta d’orgoglio – integrarlo alla struttura metallica in modo naturale. Un po’ gli dispiaceva di doversene separare, ma allo stesso tempo la cosa lo riempiva di soddisfazione: erano anni che teneva in garage quel rudere metallico. Non ricordava dove l’avesse recuperato, ma non aveva mai voluto buttarlo, convinto che prima o poi gli avrebbe trovato un’utilità.

E il momento era arrivato grazie alla nuova moda di mettersi un po’ di campagna in casa: le piante aromatiche sul balcone, l’orticello, le galline in cortile per avere le uova fresche e dei becchi affamati di bucce e resti di cibo.

Quando Gianni gli aveva chiesto quasi per scherzo «Tullio, ma tu me la sapresti fare una gabbia che a mia moglie gli è venuta la bizza delle galline in giardino?», aveva colto la palla al balzo e non l’aveva più mollata fino a trasformarla in un progetto concreto. «Basta che non mi costa un patrimonio» era stata la sola raccomandazione e l’aveva rispettata.

Era un po’ scettico, di solito, davanti alle svariate mode ecologiche, o « green » come si chiamavano ora, che spuntavano, proliferavano o sfumavano in fretta qui e là, ma quella delle galline gli era simpatica. Anzi, occupandosi della gabbia per Gianni, aveva cominciato ad adocchiare uno spazio, sul retro, perfetto per recinto e casetta. Le uova fresche a colazione sarebbero state un lusso da signore. E un modo per viaggiare nel tempo.

Il pollaio dei nonni era stato un luogo magico per lui, quand’era bambino. Per anni aveva potuto visitarlo solo accompagnato da un adulto, la nonna per lo più. Ancora adesso ricordava senza sforzi la sensazione irripetibile assaporata il giorno in cui aveva avuto infine il diritto di entrarci da solo: un misto di orgoglio e inquietudine. Quel leggero timore di fare qualcosa di sbagliato e perdere un diritto, agognato tanto a lungo, gli era rimasto anche quando, più tardi, era diventato lui l’incaricato ufficiale ad andare a raccogliere le uova deposte, ogni mattina.

Amava lo scalpitio disordinato delle galline quando lo sentivano arrivare e accorrevano eccitate all’apertura della porta per correre fuori a becchettare. Si divertiva a contare le uova, stilava una classifica delle chiocce più prolifiche e di quelle che producevano le uova più grosse. Amava il caldo solletico delle piume quando doveva spinger via dal nido una ritardataria per recuperare il bottino. Pulire il pavimento di legno e le nicchie era la parte del lavoro che gli piaceva di meno, ma lo aveva sempre fatto con perizia, preoccupato di non deludere la fiducia dei nonni. Almeno fino a quando le esigenze dell’adolescenza lo avevano spinto verso altri interessi e distolto dalla passione per la vita rurale.

Era tornato a occuparsi delle galline dei nonni e del poco terreno coltivato rimasto loro, anni dopo, quando la vecchiaia li aveva alleggeriti nelle forze e nell’autonomia. Lo aveva fatto ogni mattina, insieme a Lucia, prima di accompagnarla a scuola. La bambina ne era felice: nemmeno alzarsi all’alba per sbrigare il tutto senza tardare in classe le pesava.

«Io, papà e le galline»: ci aveva anche scritto un tema, in terza o quarta elementare, Tullio non lo ricordava più. Era facile allora, vederla felice, parlare con lei, passare il tempo assieme. Non c’erano silenzi stridenti, né recriminazioni.

Non era certo che avere delle galline in giardino l’avrebbe aiutato a imparare a parlare di nuovo con sua figlia, ma almeno le avrebbe strappato un sorriso, raccontandoglielo. Forse sarebbe venuta a pranzo più spesso la domenica, per vederle.

In ogni caso, avrebbe fatto piacere a lui, occuparsi delle galline, come gli avevano insegnato i nonni, senza movimenti bruschi «ché i polli sono animali delicati, può bastare uno spavento e ci restano secchi, sai ?»

Uscì sul retro : tra la capanna degli attrezzi e l’angolo del compost, un recinto ci sarebbe stato perfettamente: doveva trovare un po’ di rete metallica, delle assi ne aveva, come i pallet per il pavimento. Sì, era deciso: si sarebbe costruito un piccolo pollaio, meno lussuoso di quello appena terminato, ma funzionale.

*

Gianni fischiò ammirato, entrando nell’atelier.

«Ammappete ! È una reggia, che hai costruito, non sarà un po’ troppo per delle galline?»

Tullio si schernì con una mano, ma il complimento lo riempiva di fierezza. Nascose l’imbarazzo in una smorfia.

«La reggia di Versailles, ma sei fortunato che te lo faccio pagare come un monolocale degli anni Sessanta. Sei venuto con il rimorchio come t’avevo detto? In macchina tua non c’entra.»

Per il prossimo capitolo, scegliamo non un oggetto ma il materiale:

  • ceramica (50%)
    50
  • metallo (0%)
    0
  • legno (50%)
    50
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18 Commenti

  1. Zuppiera
    Questa tua storia mi ricorda una fiction tv “Il restauratore”, mi piace l’idea che qualcosa di nessun valore per uno sia di grande valore per qualcun altro. Il tuo Tullio deve proseguire il giro dei cassonetti e farci vedere cosa troverà!
    Ci sono!

  2. Zuppiera
    Questa tua storia mi ricorda una fiction tv “Il restauratore”, mi piace l’idea che qualcosa di nessun valore per uno sia di grande valore per qualcun altro. Il tuo Tullio deve proseguire il giro dei cassonnetti e farci vedere cosa troverà!
    Ci sono!

  3. Zuppiera
    Questa tua storia mi ricorda una fiction tv “Il restauratore”, mi piace l’idea che qualcosa di nessun valore per uno sia di grande valore per qualcun altro. Il tuo Tullio deve proseguire il giro dei casonnetti e farci vedere cosa troverà!
    Ci sono!

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