Tesori dal cassonetto

Dove eravamo rimasti?

Non cosa, ma dove? nel giardino (100%)

La sindrome dell’arto fantasma

Non ricordava che zappare fosse così faticoso, forse perché era molto più giovane l’ultima volta che lo aveva fatto. S’era immaginato che sarebbe stata una passeggiata, date le dimensioni ridotte del terreno: “zappo un paio d’ore e poi semino” era stato il suo progetto. Invece, ci aveva messo quasi quattro ore a rivoltare e smuovere quella terra lasciata incolta da tanti anni. E ora che aveva finito, era troppo stanco anche solo per pensare ai semi: se ne sarebbe occupato il giorno dopo.

«No, non me ne dimenticherò, Gianna, sarà la prima cosa che farò domani mattina dopo il caffè, promesso.»

Scosse la testa, come faceva ogni volta che parlava con la moglie come se fosse presente: non stava dando di matto, sapeva che non era lì con lui, ma gli sembrava di sentirne ancora l’essenza in qualche sorta, sapeva cosa avrebbe pensato o detto, consigliato o rimproverato. Supponeva che fosse un po’ come la sindrome dell’arto fantasma per gli amputati, che sentono dolore o prurito alla gamba o al braccio che non possiedono più: dopo aver vissuto quasi trent’anni con una persona, condividendo idee, progetti, rabbie e paure, la sua morte non basta a estirpartela dalla testa e dal modo di ragionare. Di ogni cosa conosceva esattamente l’opinione che ne avrebbe avuta la Gianna e non poteva non tenerne conto.

Era anche, o soprattutto, per lei che aveva deciso di sistemare quel prato sul retro che per tanto tempo aveva usato solo come deposito di cianfrusaglie e attrezzi. Non se ne era mai preso cura, limitandosi a tagliare l’erba, o piuttosto le erbacce, quando diventavano così alte da essere ingestibili.

Ma qualche giorno prima, mentre sistemava un mazzo di peonie nel vaso di Amalfi e ammirava l’effetto cromatico, all’improvviso si era detto che sarebbe stato bello avere dei fiori anche in giardino, non solo in casa, coltivarli e curarli da lui, dal seme all’appassimento.

Aveva “sentito” dietro di sé, mentre si spaccava la schiena sulla zappa, l’ombra della moglie, scuotere la testa, con le mani strette sui fianchi in quella postura così familiare.

«Quando ti dicevo dai che facciamo un bel giardino con i fiori e le piante, magari anche un pezzetto d’orto. Poi ci mettiamo un’altalena per Lucia e un tavolo con le sedie per mangiare fuori quando fa bello… rispondevi sempre di no. Bastava andare dai nonni, per il giardino, dicevi, non avevi il tempo di occupartene qui… Quante volte mi hai detto di no? E ora, rudere acciaccato, ti viene in mente di creare il Giardino dell’Eden.»

Tullio sorrise: no, non voleva creare un’oasi paradisiaca, si sarebbe accontentato di qualche fiore e magari una pergola. E il tavolo con le sedie: per l’altalena era troppo tardi, ma non per un angolino per il pranzo. Sapeva dove recuperare pallet e tavole d’agglomerato, non sarebbe stato complicato fabbricare il tutto. Non più di quanto lo fosse stato costruire il piccolo pollaio. Sì, era deciso a rimettere a nuovo tutto, lì sul retro. 

Era troppo stanco per chinarsi a seminare, ma non poteva ancora mettersi in panciolle: doveva prima dare da mangiare alle galline. Andò all’armadietto e prese il sacco del mangime, vi tuffò il recipiente dosatore e andò con quello dentro al recinto: i volatili affamati gli corsero incontro chiocciando impazienti e infilandoglisi tra le gambe. Tullio dovette farsi largo tra i becchi per servire il pasto.

«Fortuna che siete solo sei, signore, fate una bailamme che sembrate almeno il doppio.»

Rise di sé stesso: “bailamme”, da dove era mai uscita quella parola d’altri tempi? Era tra le espressioni preferite di suo nonno. Non l’aveva più sentita pronunciare da… da quanto? Occuparsi di polli sembrava averlo trasportato in una sorta di viaggio nel tempo. Non gli dispiaceva: era un tempo fatto di momenti felici.

Avrebbe voluto ricordarli con Lucia, parlarne con lei, ma quando l’aveva chiamata un paio di settimane prima per raccontarle del pollaio e invitarla a casa, aveva ricevuto la solita risposta: «Sono un po’ presa in questi giorni, Papà, ti telefono appena ho un attimo libero.» Non lo aveva ancora fatto.

E non lo farà. Questa volta non aveva bisogno di immaginare il commento della Gianna: sapeva benissimo da sé che sarebbe toccato ancora a lui chiamare la figlia per avere sue notizie o anche solo sentirne la voce. Inutile sperare che fosse la ragazza ad aver nostalgia di lui. E puoi biasimarla? Scosse la testa: no, non poteva, ma sperava comunque di riuscire a farsi perdonare prima che fosse troppo tardi.

Uscì dal recinto nella noncuranza delle galline, ormai concentrate solo sul pasto e s’incamminò verso casa: la schiena gli faceva davvero male e desiderava solo una doccia calda e una siesta.

«Ma domani mattina presto semino e poi mi metto a cercare i materiali per tavolo e sedie. Sono sicuro di poter fare un bel lavoro. Così poi, magari, potrei chiamare Sergio e gli altri a giocare qui, ogni tanto, invece di andare sempre al bar.»

A Gianna sarebbe piaciuto quel cambiamento, lo sapeva: era come se ne vedesse il sorriso soddisfatto.

E adesso:

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29 Commenti

  1. Ciao, B.
    Io opto per il progetto, parrebbe che qualcosa in cantiere già ci sia…
    Smuovere la terra dura non è facile, io che nell’orto ci vado di quando in quando ne so qualcosa. Mi piace l’idea di rappresentare la sensazione di avere accanto una persona cara come un arto fantasma, per come lo fai scritto mi hai fatto tornare alla mente Lecter che parla al senatore in aeroporto, ma è stato un flash minuscolo 🙂.
    Lo sai che mi piace il tuo stile, che te lo dico a fare? ( per restare in ambito cinematografico).

    Brava, B. Come sempre

    Alls prossima!

  2. Ciao, B.
    Non so perché ma in questo momento il giardino ispira parecchio anche me…
    Quello che mi piace dei tuoi scritti è che contengono sempre un messaggio: fanno riflettere sulle cose della vita. Anche a me è capitato di rompere oggetti appartenuti a mia madre e la cosa mi ha lasciato un gran senso di perdita, quando si dice: “il valore sentimentale”. Avessi conosciuto la tecnica Kintsugi, magari, li avrei riparati mettendo a tacere coscienza e nostalgia.
    Non ho nulla da aggiungere o da eccepire, sono contenta che tu sia tornata a scrivere e aspetto il nuovo episodio.

    Alla prossima!

    • Dici che lo mandiamo a zappare, Tullio? 😉
      Io ho fatto un po’ come il mio personaggio: una volta, non so più dove ho letto di questo modo di rendere un oggetto rotto più prezioso di quando era nuovo e ne sono rimasta incantata. Sarà perché odio buttare le cose…
      (Sì, la colpa è solo tua se ho ripreso in mano questa storia, te lo confermo XD)

  3. Vada per il giardino, che è più concreto di un altrove non precisato e può riservare più sorprese del furgone.
    La tua è una raccolta di episodi molto particolare (mi chiedo se siano collegati da una trama vera e propria o solo da un filo conduttore) e scritta molto bene. Mi piace la sensibilità che emerge dal testo e mi intriga la tua capacità di creare delle storie attorno a oggetti minimi. Leggerò sicuramente oltre.

  4. Zuppiera
    Questa tua storia mi ricorda una fiction tv “Il restauratore”, mi piace l’idea che qualcosa di nessun valore per uno sia di grande valore per qualcun altro. Il tuo Tullio deve proseguire il giro dei cassonetti e farci vedere cosa troverà!
    Ci sono!

  5. Zuppiera
    Questa tua storia mi ricorda una fiction tv “Il restauratore”, mi piace l’idea che qualcosa di nessun valore per uno sia di grande valore per qualcun altro. Il tuo Tullio deve proseguire il giro dei cassonnetti e farci vedere cosa troverà!
    Ci sono!

  6. Zuppiera
    Questa tua storia mi ricorda una fiction tv “Il restauratore”, mi piace l’idea che qualcosa di nessun valore per uno sia di grande valore per qualcun altro. Il tuo Tullio deve proseguire il giro dei casonnetti e farci vedere cosa troverà!
    Ci sono!

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