LE CREATURE DELL’OLTRE-MONDO | CAPITOLO 3 |

Dove eravamo rimasti?

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Adesso era solo. 
Il letto era vuoto, una nuvola densa e gonfia di pulviscolo luminoso andava via via disperdendosi nella stanza. 
E così era questa la verità? Sua madre era stata una potente strega che per amore rinunciò all’ordine delle Kai? Jonas si sentiva così confuso e perso, ma aveva ancora Saurin al suo fianco. La belva non lo avrebbe mai abbandonato.
Poggiato sullo specchio c’era il lungo e nodoso bastone d’allenamento: l’Abétu. Jonas lo prese, insieme ad una faretra di seta poggiata a terra. Il ragazzo la raccolse, vi infilò dentro l’Abètu e la indossò.
Scese nel salone al pian terreno, dove i mobili erano pieni di pozioni, e prese l’ampolla blu identica a quella che aveva portato a Skarlatta poco prima. Su un vecchio mobiletto di fianco al camino c’era un fagotto. Lo aprì, all’interno c’erano una manciata di gallette di farro rinsecchite. Prese anche quelle, poi raggiunse Saurin fuori dall’abitazione.
Era stato lì per settimane, allenandosi insieme a quelle venti streghe; faticando, piangendo, ma anche ridendo, scherzando, ascoltando le loro diavolerie e amando…
Judit… Lui provava qualcosa per lei, qualcosa di strano e insolito, ma lei invece lo aveva ricambiato derubandolo del suo medaglione d’oro la sera prima dell’undicesima rotazione. Lo aveva fregato in maniera subdola e meschina…
Skarlatta prima di scomparire gli aveva detto di passare per Tower, che lì avrebbe incontrato qualcuno e allora avrebbe saputo cosa fare, ma Jonas non aveva idea di come arrivarci.
A scuola di trascrizione aveva studiato a grosse linee la geografia dell’Est. Tower si trovava ai piedi della montagna delle Ere, perciò avrebbe dovuto attraversare il versante Nord della foresta, ma come si sarebbe orientato? 
Poi ricordò.
Segui i venti.
La stagione dei venti difatti era alle porte. L’incisione scritta sul medaglione diceva di seguire i venti e lì sulla montagna delle ere durante la stagione i venti soffiavano verso l’Oivesth.
Verso la sua destinazione, verso il suo destino.

« Andiamo cucciolone. » 
Saurin scodinzolò, Jonas vi montò sopra e si guardò intorno. Oltre alla capanna di Skarlatta, lì non c’era più niente, solo alberi di noce e mandorle, querce, abeti e pini.
Le loro foglie, i loro rami, erano sollazzati da un leggero venticello che tirava alle sue spalle. Jonas poteva sentirlo: era tiepido e piacevole. Ma a stagione inoltrata quei venti erano estremamente aggressivi e freddi. Si narrava di alberi o case letteralmente spazzate via. Gli venne da domandarsi come avrebbe affrontato la dura stagione alle porte, visto che ora era da solo e sperduto chissà dove nella foresta. 
« Andiamo per di qua cucciolone! » Il ragazzo puntò il dito davanti a loro e diede un paio di colpetti di tacco sui fianchi di Saurin, che cominciò ad avanzare.
Quando furono nel fitto umido della foresta, divenne impossibile sentire il vento. Le cime verdi e folte inoltre filtravano i raggi del globo, facendo calare un buio tetro intorno a loro. Saurin e Jonas continuarono così senza un punto di riferimento, cercando di avanzare dritti senza deviazioni, inoltrandosi sempre più nell’immensa foresta delle fate.
Il canto di pappagalli e colibrì li accompagnò durante quasi tutto il giorno, mentre il globo rosso scendeva nel cielo e tutt’intorno calava la sera. Jonas non sapeva in che punto si trovassero, né se stessero procedendo per la via giusta. Passarono molti tempi e alla fine il ragazzo si sentì stremato, con le natiche che andavano a fuoco per il troppo tempo seduto sulla schiena di Saurin, che invece non sembrava per nulla stanco o affaticato.

In prossimità di un gigantesco abete decise di fermarsi a mangiare qualcosa. Era ormai sera e non aveva idea di dove accamparsi per la notte. Smontò e si sedette ai piedi del sempreverde secolare. Estrasse le gallette, erano una decina. Ne diede cinque a Saurin e l’altra metà le tenne per sé.
« Forse dovevamo rimanere a casa di Skarlatta. Lì eravamo al sicuro… » disse al Jorm-Tuk, che aveva praticamente ingoiato le gallette e ora lo guardava pieno di aspettativa per averne delle altre. Calavano le tenebre, e con loro il freddo e l’umidità che ti entrava nelle ossa e non ti abbandonava più. Dalle impenetrabili e foltissime cime degli alberi arrivavano una miriade di cinguettii e altri rumori sconosciuti. 
« Ho tanto freddo… » Jonas tremava come una foglia. Saurin era sdraiato accanto a lui a riposarsi. Il respiro della bestia leggendaria era così pesante, il torace che si espandeva notevolmente quando inspirava. Dal muso e dalle fauci fuoriuscivano delle nuvolette di vapore. Inoltre quelle due membrane… Jonas le notò mentre la sua mente era completamente concentrata sul freddo e l’umidità che probabilmente lo avrebbero ucciso quella notte. Quelle membrane crescevano sempre di più, presto Saurin avrebbe potuto volare..
Si accucciò sul ventre peloso di Saurin, cercando di prendere un po’ del calore emanato dal corpo della bestia, e il freddo pungente della notte diminuì…

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24 Commenti

  1. *Jonas non riuscì a credere ai suoi occhi, non solo le case erano scomparse, ma quella di Skarlatta, che era l’unica rimasta, sembrava più vecchia e fatiscente di com’era prima. Quando, con il cuore in gola, lui e Saurin raggiunsero quella che ora sembrava una catapecchia, Jonas provò un brivido freddo lungo la schiena, tuttavia entrò.*

    L’interno era pure peggio…………

  2. Tre capitoli in uno: non faccio in tempo a votare e commentare!

    Non so cosa sia successo ma sono di nuovo saltati i titoli e le opzioni. Provo a votare: nella foresta e chissà se prende il voto. Sono indeciso se per l’ultimo capitolo della terza parte sia meglio un breve cambio del punto di vista o meno.

    Un consiglio: vai a capo quando cambia il soggetto che parla: aiuta la leggibilità.

    Ciao 🙂
    PS: i Ratok continuano a starmi simpatici 🙂

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