Amnèsia

Risveglio.

Due iridi color dell’oceano.
Questa fu l’immagine che le comparve in mente nello stesso istante in cui un movimento appena percettibile dell’indice fece gioire le persone attorno a lei: due occhi azzurri, uno sguardo la cui intensità era in grado di valicare le barriere del pensiero e infiltrarsi nell’animo umano come uno spillone arroventato nel burro. La fissavano, scrutavano le sue paure e debolezze, forse, persino, la giudicavano. Se fossero inquisitori, messaggeri di sventura o semplicemente indifferenti spettatori, non riusciva a capirlo. Sapeva solo che erano lì insieme con lei.
Fuori la pioggia tamburellava sul vetro della finestra lasciando presagire la potenza dell’inverno imminente; i rami degli alberi che circondavano l’ospedale di Bellevue danzavano al ritmo dettato dal vento superbo che spazzava le strade e scompigliava i capelli dei passanti che si alzavano il bavero dei cappotti o si affrettavano a rientrare nelle loro abitazioni.

Emma mosse la mano con uno sforzo che quasi le strappò via la poca energia che albergava nel suo corpo. Percepì delle lacrime e una calda voce che la invitava a non sforzarsi. Riuscì a mettere a fuoco l’ambiente attorno a lei e le facce che la osservavano, grate del suo risveglio dal coma: chi erano quegli sconosciuti? Stringevano la mano di un vecchio uomo avvolto in un camice bianco, si abbracciavano tra loro e le accarezzavano mani e capelli, guance e braccia. Sconosciuti conosciuti, forse, in una vita passata, lontana da lei quanto le due sponde dell’oceano Atlantico. Una voce recondita, intima e al contempo algida, si formò nella sua mente, un suono arroventato dall’angoscia: “Mamma”. Erano i suoi familiari, quelle persone davanti a lei?
Emma batté le palpebre e s’inumidì le labbra arse e screpolate, cercò di emettere qualche suono, di modulare una parola ma la gola si ribellava, gracchiava e spargeva spine e polvere nella sua trachea. Le mancarono le forze, le palpebre si fecero pesanti e la stanza calò nell’oscurità immota.

Si risvegliò che era sera, quanto tempo dopo non seppe dirlo. La stanza era illuminata dal semplice lampadario che pendeva dal soffitto. Un uomo sonnecchiava seduto su una delle due poltrone che adornavano la stanza; la donna leggeva una rivista. Tossì, cercando di attirare l’attenzione di quelle persone. Chiese dell’acqua, domandò dove si trovasse, chi fossero e, nuovamente, che le dessero da bere.

«Non ci riconosci? Siamo mamma e papà.»

Li fissò, i ricordi sembravano tracce di pneumatici lasciate sulla sabbia, quasi cancellate dal vento ma ancora presenti: le s’infiltravano nella mente lacerandole il cervello.

«Lui non è mio padre… Dov’è Lizzy?», riuscì a dire.

I due adulti si guardarono a vicenda, sgomenti.

«Chi è Lizzy, tesoro?», le domandò la madre con un fil di voce celando un singhiozzo nel cuore; un velo opaco di paura calò sugli occhi del patrigno.

Emma rifletté, cercò di pescare quel ricordo nel lago torbido che era la sua memoria, ma non riuscì a recuperarlo: la lenza si ruppe, gettando nel profondo silenzio l’amo e l’esca.

«Forse l’ho conosciuta in un sogno.»

Si guardò le mani, sembravano appendici aliene che a malapena riusciva a dominare. Notò un taglio ricucito che le correva dal polso lungo tutto l’avambraccio, uno squarcio rattoppato. L’ansia le pervase le membra, sollevò la manica dell’altro braccio e scoprì la cicatrice gemella, un po’ meno regolare dell’altra, un po’ più lunga. Iniziò a piangere, ora che un momento di bassa marea aveva lasciato scoperto e visibile un ricordo che le faceva male. Quelle immagini si presentavano nella sua mente rischiarate da improvvisi lampi che, per pochi istanti, sbrecciavano l’oscurità: come diapositive che scorrevano vedeva le pillole, la lametta, il sangue; oh, quanto sangue: rosso, vivo, fluido, caldo… poi il nulla, il vagare nella grigia, fredda, vasta terra dell’oblio, dove polvere e ruggine logorano l’esistenza. Scoppiò in lacrime e prontamente i suoi familiari la abbracciarono, cercando di trasmetterle quel calore di cui aveva grande bisogno.

Si spensero le luci con uno schiocco secco, facendo calare nella stanza un sipario di tenebra. Soltanto uno sghembo raggio di luna filtrava dalla finestra, insinuandosi nello spiraglio lasciato dalle tende. Illuminò le facce dei suoi familiari rendendole grottesche, buffe maschere di cera che iniziavano a sciogliersi a causa del calore che emanava il loro stesso corpo.

«Vado a vedere cos’è successo.»

L’uomo uscì dalla stanza; dieci minuti dopo, preoccupata per il ritardo del compagno, la donna decise di raggiungerlo.

«Torno subito!», le bisbigliò, baciandole la fronte.

Emma seguì con lo sguardo la madre uscire dalla stanza, poi, voltatasi, la vide.

Un’ombra diafana era comparsa ai piedi del letto, fermandole per un attimo il battito del cuore. Gli occhi della ragazza, azzurri come l’oceano, la fissavano.

«Lizzy… Elisabetta?»

La figura ai piedi del letto, quasi piangendo, alzò il braccio e indicò silenziosa la porta, prima di sparire all’accensione delle luci.

Chi entra in stanza?

  • Un amico. (23%)
    23
  • Il parroco. (15%)
    15
  • Il patrigno. (62%)
    62
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17 Commenti

  1. Bravissimo! Mi è piaciuto moltissimo questo incipit; pensavo che tutte quelle descrizioni non le avrei troppo “gradite”, ma devo dire che, invece, le hai utilizzate nel modo migliore possibile, rendendo l’atmosfera di questo horror ancora più macabra, e lasciandomi spiazzata (in senso MOLTO positivo)! Ciao!

  2. Abbastanza inquietante devo dire, hai una grande capacità descrittiva e questo contribuisce a creare un’atmosfera tesa e concreta! Molto belle poi le metafore utilizzate, chiare e precise, così come i dettagli, che permettono di visualizzare con facilità la scena davanti ai propri occhi. Voto anch’io per il patrigno!

  3. Ciao,
    prima di tutto ti faccio i miei complimenti. Scrivi molto bene. Più che uno scrittore permettimi di definirti un”proiettore” perché non ho letto ma visto chiaramente tutto quello che hai scritto.
    Come te, anche io ho una passione per i film horror (penso di averli visti tutti) e le serie tv.
    Senza dubbio ti seguirò e sono sicura che la tua storia sarà un successo.
    Alla prossima

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