Un mondo che si scioglie

L’inizio

Erano le 8 del mattino. Me lo ricordo bene quel giorno, avevo accompagnato mio zio Victor in stazione e stavamo aspettando il treno, quando accadde….

Ma torniamo all’inizio. Il mio nome è Steve e sono un ragazzo di 20 anni esattamente come gli altri. Questo è quello che avrei voluto dire, se non avessi accompagnato mio zio e non fossi stato testimone io stesso di qualcosa di straordinario. Ho sempre vissuto con mia nonna, dopo esser rimasto orfano a 8 anni di entrambi i genitori per un incidente stradale e ogni tanto ricevevamo la visita da parte dello zio Victor, il primogenito di mia nonna e fratello di mia madre. Lo zio Victor non era colto, a malapena sapeva leggere e scrivere, ma gli piaceva tanto inventare delle storie e spesso passavamo le serate a casa ascoltando più le sue storie che la televisione. 

Anche quel giorno era andata a così. Lo zio aveva trascorso una settimana di vacanza da noi e adesso era venuto il momento che tornasse a casa, nel suo piccolo paese contadino. La sera, io e la nonna lo avevamo aiutato a preparare la valigia (la nonna aveva aggiunto qualche spuntino per il viaggio) e quella mattina mi ero offerto di accompagnarlo in stazione. 

Alle 8 in punto eravamo già in stazione ad aspettare l’arrivo del treno. Fu a quel punto che lo zio, forse per ammazzare l’attesa, forse perché ispirato da un cartellone pubblicitario di un ometto grassoccio ben vestito che stava facendo soldi a palate, iniziò a raccontare un’altra delle sue storie. 

«Assomiglia proprio al vecchio Gordson.» disse, poi scosse la testa in segno di rimprovero e aggiunse con un sospiro «Quel povero diavolo. Era un signorotto simpatico, sui 40 anni, né troppo bello né troppo brutto per sposarsi. L’unico grande difetto, se così vogliamo chiamarlo, era che amava il denaro. Tutti amano il denaro, anch’io lo amo che sono un povero diavolo come il signor Gordson, perché senza denaro non si può mangiare, ma lui, il signor Gordson, lo amava a tal punto da esserne ossessionato. Avrebbe venduto volentieri sua madre per denaro, se solo sua madre non fosse morta prima del tempo, fregandolo. Viveva in un paesino popolato da persone buone e oneste, ma soprattutto povere e che erano costrette a lavorare il doppio per tirare a campare. Il signor Gordson era uno di quei tipi importanti, un imprenditore di una catena industriale di detersivi, che aveva fatto abbastanza successo da permettersi tutte le cose lussuose che la povera gente del paesino si limitava a sognare. Peccato che quello che aveva ottenuto non fosse abbastanza per lui. Voleva di più. Non gli bastava più avere una fama, un nome importante, tanti soldi da usare come fazzoletti. Lui, se avesse potuto, avrebbe risucchiato a sé i soldi di tutto il mondo. Così, decise di fare qualcosa di straordinario. Annoiato dalla produzione e dalla vendita dei normali detersivi, fece impiantare nel punto più profondo della terra, un nucleo. Non so di che cosa fosse fatto, forse qualcosa di radioattivo, ma so che aveva la forma di una pastiglia e proprio come quando si prende la medicina sbagliata, la terra iniziò a dare di matto….» 

Lo zio continuava a parlare ed io lo ascoltavo rapito, quando accadde qualcosa di strano: man mano che procedeva la storia, davanti ai miei occhi si proiettarono delle immagini. Vidi una macchina crollare giù, un fiume di sangue, sentii delle urla femminili, ma non riuscii a capire cosa dicessero. Improvvisamente un lungo fischio si sostituì alle urla. Gettai lo sguardo a mio zio per vedere se anche a lui stava accadendo la stessa cosa, ma lo trovai immobile. Era una sagoma, con lo sguardo vacuo e la bocca aperta. Preoccupato, pensai si fosse sentito male e mi guardai attorno in cerca di aiuto, ma presto mi accorsi che tutti erano immobili. 

Persino il fazzoletto accartocciato era rimasto sospeso tra il cestino dell’immondizia e la mano della sua proprietaria. Il tempo si era fermato. C’era una donna in cima alle scale sospesa nel vuoto e un ometto, esile e mingherlino con il volto nascosto dentro una calza, immobile poco più avanti con una borsetta femminile sottobraccio. Aveva l’aria di essere di fretta. Altre statue che parlavano al telefono e che non sembravano minimamente accorgersi di cosa stesse accadendo. 

Mi guardai attorno nella speranza di capire cosa stesse succedendo, tutto era fermo, immobile. Tutto, tranne me. Nauseato da quella visione e stordito dal lungo fischio che ancora mi perforava i timpani, chiusi gli occhi cercando di ripetere a me stesso che fosse solo un sogno e che, una volta riaperti gli occhi, mi sarei ritrovato accanto allo zio nel pieno della sua storia, come se niente fosse successo. 

Ma così non fu. 

Il fischio cessò all’improvviso, poco prima che io riaprii gli occhi, sostituendosi al silenzio assoluto. Quel che vidi, mi raggelò il sangue nelle vene: lo zio, le persone immobili come statue e la stazione intera erano scomparsi, lasciando al loro posto un grande prato giallo.

E ora?

 

Cosa succederà a Steve?

  • Si chiede perché il prato è giallo (0%)
    0
  • Prova a chiamare casa (33%)
    33
  • Cerca di capire dove si trova (67%)
    67
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32 Commenti

  1. Ciao Giulia 🙂 sarò onesto con te: penso su abbia scritto una bella storia. C’è azione, suspense, bei personaggi che funzionano nei loro ruoli. Credo che molte persone si siano lasciate scoraggiare da qualche errore di punteggiatura qua e là,il che francamente è un peccato. Si vede che sul finale ti sei scoraggiata perché le persone non hanno giocato con te. Io però ci credo ancora e non vedo l’ora di leggere il finale. A presto.

  2. So che non c’entra niente con la storia, ma volevo fare i miei auguri di Buona Pasqua a voi che seguite il mio racconto.
    Anche se non rispondo ai vostri commenti, volevo farvi sapere che li leggo sempre e vi ringrazio per i consigli che mi date. Sono qui per farvi divertire, ma anche per imparare e migliorare.
    Ciao 😀

  3. Ciao 🙂 credo che come prima cosa debba cercare di capire dove si trovi!
    Sei riuscita a creare una bella atmosfera di mistero (con un pizzico di fantascienza, per via del tempo che si è fermato, secondo me!). Sei stata penalizzata da alcune ripetizioni e assonanze leggermente fastidiose (nella prima parte) che avresti potuto evitare usando dei sinonimi o costruendo meglio il periodo, però tutto sommato il capitolo è scritto bene!
    Aspetto il seguito!

  4. Voto che provi a chiamare casa: non so quanto potrebbe rivelarsi utile, ma Steve mi sembra il tipo che prima di fare l’eroe, cercherebbe conforto nella sua famiglia…
    Idea per nulla banale, molta fantasia e elementi comico-grotteschi che tanto mi piacciono: non vedo l’ora di leggere i prossimi capitoli! Se posso farti un appunto, ho trovato il primo terzo un po’ difficile da seguire, a volte per via delle ripetizioni, e volte perché – almeno secondo me – hai unito in una frase azioni che nella storia succedono in periodi diversi (ad esempio: “Ho sempre vissuto con mia nonna, dopo esser rimasto orfano a 8 anni di entrambi i genitori per un incidente stradale e ogni tanto ricevevamo la visita da parte dello zio Victo”). Ma chissà, questa è solo la mia impressione. Mi è piaciuta molto anche la storia dentro la storia 😉 A presto! 🙂

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