ZONA DI CONTAGIO

Dove eravamo rimasti?

Un virus proveniente da dove? Da una multinazionale farmaceutica (100%)

JUST LIKE THE LIVING DEAD

come la morte vivente, ho un gusto per qualcosa, non lo voglio, ne ho solo bisogno, e non posso credere che sentirsi vivo sia così difficile
di a tutti i miei amici che io ho detto addio, denti stretti, occhi svolazzanti, non posso continuare così
                                             the comedown

Tu Annachiara mia hai sbroccato, hai sbroccato di brutto. Ecco, ecco i risultati di tutto questo digiuno e questa depressione. Alla fine è successo, e tu hai sbroccato totalmente

Eppure nonostante quel pensiero, al quale cercò di aggrapparsi con tutte le forze, ciò che i suoi occhi vedevano sembrava essere più reale, quantomeno molto più concreto di quei mesi da incubo che erano volati via in un soffio, e ai quali lei aveva assistito passivamente come uno spettatore inerme al quale viene imposta una pellicola nera e macabra proveniente direttamente dall’inferno che sfila inesorabile davanti ai suoi occhi.
Ben più spietata di quella grottesca pellicola lunga cinque mesi, era la visione del volto di Maria Bianchi, la ragazzina autistica di undici anni con uno spiccatissimo talento per i disegni a cera e una notevole predisposizione per la pianola, che ora stava di fronte a lei con le guancette paffute rigate da lacrime di sangue; sangue che fuoriusciva da ogni cavità del suo volto.
Il medico di base della famiglia Bianchi aveva asserito che la bambina fosse affetta da sindrome di asperger, una patologia che non influiva sullo sviluppo cognitivo, e in teoria nemmeno sul linguaggio, anche se Maria a stento si relazionava con i compagni di classe e con gli adulti. Il primo anno come insegnante di matematica nella scuola media, ad Annachiara Bocci erano state assegnate la seconda e la terza classe. Quando la giovane e al tempo felice insegnante era entrata per la prima volta nell’aula di seconda, alla prima ora, aveva trovato l’intera classe ammutolita e sbalordita, che osservava Maria smontare e rimontare alla perfezione l’enorme castello di lego lungo quasi un metro che l’ex preside aveva donato alla scuola prima di partire per il lungo viaggio chiamato pensione. Maria piangeva, Maria aveva qualcosa che non andava, non stava bene forse? Riprenditi brutta scema! E pensa a lei!  Così Annachiara aveva tirato su col naso, e con gli occhi ancora gonfi per il pianto si era subito protesa verso la bambina, inginocchiandosi davanti a lei e poggiandole entrambe le mani sulle piccole spalle.
«Che cos’hai tesoro?» Solo vedendola bene da vicino, nella testa di Annachiara scattò subito l’allarme che ci fosse qualcosa di grave, di sbagliato, e che avrebbe dovuto chiamare subito qualcuno; mentre in un altro recesso della mente continuavano a rimbombare i tonfi e il rumore di sedie sbattute in terra, che non provenivano solo dalla sua classe, la terza, ma provenivano da tutta la scuola.
Prima che Annachiara potesse fare qualsiasi cosa, sentì una fitta terribile alla coscia destra, come qualcosa di piatto e seghettato che le sprofondava nella carne. Urlò. Quando abbassò lo sguardo verso l’origine del dolore che le stava inondando tutta la gamba, realizzò che Maria le aveva affondato in denti nella coscia.
«Fermati! Che cosa fai!» La giovane insegnante afferrò istintivamente i boccoli biondi di Maria, e con un altro urlo e un’altra terribile ondata di dolore le rovesciò violentemente la testa all’indietro, nel tentativo di staccarla dalla sua coscia. Ci riuscì. In preda al panico più primitivo scaraventò Maria contro il lavandino di ceramica. Nel rovesciarle la testa, un secondo prima che questa emettesse un suono sordo e gelante infrangendosi sulla ceramica, Annachiara provò l’orrore extra di vedere un pezzo di carne, della sua carne, nella bocca di Maria.
L’insegnante non la soccorse nemmeno, scappò via immediatamente, lasciando la bambina riversa a terra, con la testolina fracassata e i denti insanguinati ancora serrati sul pezzo di coscia. Gli occhi rossi della bambina erano ancora aperti, fissi nel vuoto. 
è solo la tua mente, sei impazzita, perciò non chiamare i colleghi o il preside… 
oh mio Dio, ma è morta! ho visto la sua testa rompersi addosso al lavandino, ho sentito il rumore del cranio che si apriva in mille pezzi, ho visto il sangue spiaccicato sui suoi capelli e sul lavandino 
Ma Annachiara si sforzò di pensare ancora che fosse tutto un sogno, fino a quando, una volta uscita dal bagno, si ritrovò davanti l’intera classe di terza ad aspettarla. Tutti con gli occhi rossi e il sangue ovunque. Fu lì che sbraitò il nome del preside, e poi quello del collega Alberto,di scienze motorie, che aveva smesso di provarci con lei quando aveva cominciato a notare le costole di Annachiara un po’ troppo in vista e il suo giro vita più stretto del solito. I bambini avevano tutti il medesimo sguardo. Vuoto, venato, rosso. Alla sua sinistra, la porta della seconda si schiantò addosso al muro, aprendosi nel centro e liberando nell’aria mille schegge. Alberto l’aveva sfondata con un calcio, e ora fissava Annalisa con i suoi occhi insanguinati.

Che fa la nostra povera insegnante?

  • Lo stesso di sopra, solo che Annachiara non uccide Maria. Scappa, rimettendoci un altro pezzo di gamba, stavolta al polpaccio. (50%)
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  • Ritorna in bagno, Maria è di nuovo in piedi e la sta aspettando. Annachiara le sfonda il cranio contro il muro. (0%)
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  • L'unica cosa possibile, ritorna in bagno, e per fuggire si butta dalla finestrella al terzo piano. (50%)
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7 Commenti

    • Ciao e grazie di essere passato e di aver apprezzato. Sì ma non preoccuparti la storia l’ho cominciata ieri, solo che ho scritto tre capitoli uno dopo l’altro per inquadrare da subito i tre protagonisti e perché non sono riuscito ad aspettare e a contenere il flusso di idee. Spero di non deluderti andando avanti! Al prossimo! 😀

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