ZONA DI CONTAGIO

Dove eravamo rimasti?

Che fa la nostra povera insegnante? L'unica cosa possibile, ritorna in bagno, e per fuggire si butta dalla finestrella al terzo piano. (50%)

FUGA DI CASA

«Mamma?» fu l’unico, debole, angosciato sussurro che Matteo fece, prima che sua Madre gli si scagliasse contro con una furia cieca, brandendo il gigantesco posacenere di vetro intriso di sangue e capelli appiccicati.
Nell’attimo che guardò sua madre negli occhi, la certezza che quella in realtà non fosse lei fu talmente abbacinante che Matteo sentì come una morsa fredda, paralizzante, che gli impedì di muovere i muscoli delle gambe. La signora Sonia D’arquino, una donna che aveva da poco superato gli enta, mora e nel complesso ancora attraente, non aveva mai avuto quello sguardo.
E non parlo del sangue che fuoriusciva inesorabile e interminabile da ogni orifizio della sua testa, bensì di quell’alone di vacuità, di estraneo, che le sue pupille avevano.
A Matteo venne in mente la cataratta che il vecchio cane di famiglia aveva all’occhio sinistro, completamente sbiadito come l’occhio di un pesce morto. Gli occhi di sua madre, in mezzo a tutti quei capillari scoppiati e quegli ematomi estesi, erano esattamente così: morti.
Fu un attimo.

In quell’istante Matteo ebbe la fugace visione del ghigno scoperto di sua madre, che mostrava i suoi denti, così perfetti e curati da anni di visite dentistiche, ( e in passato, quando ancora non aveva preso il cognome di suo marito, anche di apparecchi fissi e mobili ), totalmente coperti da sangue proveniente chissà dove, ma probabilmente dalle gengive che non erano state mai così gonfie e tagliuzzate. Un istante prima che sua madre gli potesse piombare addosso ed abbattergli il posacenere sulla testa, Matteo, osiamo dire: miracolosamente, fece un passo di lato, sulla destra, quanto bastasse perché la mamma carambolasse addosso alla tenda, finendovi impigliata dentro.
Il ragazzino corse verso la porta, ma non volle scappare via, la sua mente ancora non si arrendeva al fatto che quella non fosse più sua madre. La guardò mentre si toglieva il telo della tenda di dosso, e con una mano si sfilava il piccolo paletto di ferro vuoto che reggeva il telo, e che ora spuntava di qualche centimetro dalla sua spalla, non tanto distante dal cuore.
La signora D’arquino emise dei rantoli quasi canini, poi senza nessuna espressione sul volto sfilò il paletto.
«Mamma! Ti sei fatta male?» Matteo le si avvicinò, allarmato alla vista del sangue che si espandeva velocemente su tutta la camicetta bianca della donna; camicetta sempre sbottonata all’altezza del seno di tue o tre bottoni, come piaceva a suo marito, soprattutto quando era ubriaco e di buon umore.
Poi lei si girò verso suo figlio, e all’improvviso il suo sguardo era tornato quello di sempre: triste, quasi sconsolato.
Gli sorrise. «Vieni qui amore mio» gli disse.
Matteo ebbe tutto d’un tratto il sollievo che sua madre stesse di nuovo bene, e le si avvicinò con le lacrime agli occhi.
Appena le fu abbastanza vicino, lei gli si scagliò contro emettendo un ringhio furioso. Matteo se la trovò addosso, con le mani sulla propria faccia. Senti le unghie di sua madre artigliargli la testa e sprofondare nella carne, solcandogli le guance.
«Mamma fermati!» urlò, mentre il dolore divampava in tutta la sua faccia. A quel punto lei lo strinse e lo fissò per un istante. Matteo sentì le guance umide e strette nella morsa.
queste unghie sono lunghe, sono unghie di bestia
Poi Sonia spalancò la bocca e la avvicinò alla faccia di suo figlio, proprio sul naso.
anche questi denti rossi sono lunghi e di bestia
Matteo ebbe uno scatto improvviso totalmente fuori da ogni raziocinio e del quale nei giorni e nei mesi successivi si sarebbe letteralmente angosciato, e sferrò un violento calcio che si abbatté precisamente e casualmente sull’inguine della madre.
All’impatto sentì quella parte piatta che si trovava tra le gambe di lei aderire al collo del piede, poi un dolore accecante gli inondò tutto il piede.
La madre urlò di nuovo. Questa volta fu un urlo più violento, più bestiale, e carico di dolore.
La donna mollò la presa e si accasciò urlando sul pavimento.
Matteo a quel punto corse verso l’uscita di casa totalmente sconvolto.
Quando uscì fuori, il viale davanti casa che sfilava per un chilometro fino all’incrocio con la ” Filippo Turati ”, che conduceva al centro del paese, era disseminato di cadaveri con gli occhi letteralmente scoppiati in un’esplosione di sangue e materia oculare che inondava i loro volti arcigni e fissi in un totale supplizio. Matteo scacciò quella visione tremenda, scostando subito il capo e lo sguardo di lato appena vide che uno di quei corpi emetteva ancora flebili singhiozzi che gli gonfiavano il petto crivellato.
aspetta, perché c’erano dei fori fumanti su quel petto? pensò in un recesso della mente, mentre fuggiva correndo più che poteva verso lo svincolo che portava al centro del paese.
Quasi istantaneamente ebbe la risposta.
quelli sono fori di proiettile, e non un proiettile di pistola, ma di qualcosa di più grosso e potente che ne spara una raffica, di proiettili
Si sentì chiamare da sua madre.
Si girò, lei era sull’uscio di casa, che piangeva sangue…

Sua madre lo insegue, uno strano soldato con una maschera e un'uniforme nera le spara, e poi che fa?

  • è indifferente e se ne va (0%)
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  • porta in salvo Matteo (100%)
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7 Commenti

    • Ciao e grazie di essere passato e di aver apprezzato. Sì ma non preoccuparti la storia l’ho cominciata ieri, solo che ho scritto tre capitoli uno dopo l’altro per inquadrare da subito i tre protagonisti e perché non sono riuscito ad aspettare e a contenere il flusso di idee. Spero di non deluderti andando avanti! Al prossimo! 😀

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