KNIGHT’S ARMY

JOSIE

Era una tranquilla giornata metà aprile. Il sole faceva capolino tra le nubi, andando a riscaldare dolcemente il viso di Josie, che stava a guardare il paesaggio dalla finestra, accoccolata sul davanzale. Josie era una ragazza di quasi vent’anni. Indossava spesso dei jeans a zampa di elevante, che abbinava ad una maglietta della sua serie tv preferita. Sopra la maglietta le piaceva mettersi un golfino di lana, di quelli rosa che sembrano quasi scoloriti e con dei peluche che davano a chiunque li vedesse una sensazione di calore ed eleganza. Le piaceva mettersi sul davanzale ad osservare ora il paesaggio ora le goccioline di condensa o di pioggia che scivolavano sul vetro della finestra. Si accoccolava con la schiena sulla parete, cingendosi le ginocchia con le braccia. La faceva rilassare. I suoi occhi castano chiaro scrutavano l’esterno, come per rischiarare le vie della piccola Stevenage, ridente cittadina poco fuori Londra. I suoi capelli, tra un biondo cenere ed un castano chiaro, erano tagliati con un caschetto francese, che la faceva sembrare la classica brava ragazza, ligia, studiosa, educata, forse anche un pochino timida. Ma Josie non era solo questo. Josie era molto di più. Le piaceva da matti esplorare edifici abbandonati nei sobborghi di Londra con il suo gruppetto di amiche. Aveva una fervida immaginazione, ma era anche molto realista. La classica ragazza che non si preclude niente, ma che ha la testa sulle spalle. 

Suonò la sveglia del cellulare. Mancava mezz’ora al suo appuntamento col dottor Watercase, uno psicologo ossuto, che la faceva sdraiare su un lettino da psicanalisi cercando di capire le origini della sua emicrania. Ci andava da quando le fitte si erano fatte più frequenti e più insistenti. Per l’esattezza da due anni, ovvero da quando aveva iniziato l’Università al King’s College. Josie, infatti, non era nata a Stevenage, ma ad Edimburgo. Dopo la notizia delle nuove fitte di emicrania la sua famiglia le aveva permesso di continuare gli studi lontano da casa solamente a condizione che si facesse seguire da uno psicologo, in modo tale che potesse prescriverle, qualora ne avesse avuto bisogno, dei medicinali. A Josie non andava tanto a genio questa situazione, ma che alternative aveva? Non aveva intenzione di tornare ad Edimburgo, quindi accettò il compromesso.

Andò a prepararsi per uscire. Si mise un piumino viola, calzò le sue amate Hogan bianche, prese le chiavi del motorino e uscì di casa, chiudendosi la porta alle spalle. Mise in moto e si avviò verso Londra, percorrendo il westside della sua cittadina. Le piaceva andare in motorino. Si sentiva potente, irraggiungibile, come se tutto quello che le pesava le restasse alle spalle. Come se potesse seminare tutte le sue preoccupazioni. Sferzava l’aria con la sua vespa azzurra, primo regalo che si era concessa con mesi e mesi di paga come commessa al bar dell’università. Ne andava fiera, ma i suoi non lo sapevano.Avrebbero potuto non condividere la scelta. Aveva tappezzato il lato sinistro del motorino di adesivi delle sue serie televisive e dei suoi libri preferiti. Mentre si addentrava nei vicoli della sua cittadina diretta a Londra Josie si immaginava che ogni macchina che era dietro di lei la seguisse, carica di tutti suoi daimones, e si immaginava di doverli seminare. Ormai conosceva le strade di quella zona come le sue tasche. Josie aveva sempre avuto una memoria fotografica fuori dal comune. Era come se visualizzasse una pianta della zona mentre sfrecciava tra le auto in direzione della capitale. Le capitava ogni tanto. Josie pensava fosse il suo sesto senso. Svoltò in un vicolo e notò che una mercedes nera con i finestrini oscurati e un signore con un berretto alla guida aveva svoltato dietro di lei. Strano, pensò Josie. Non era un vicolo particolarmente noto. Di solito lo utilizzava proprio per evitare il traffico e arrivare prima a destinazione. Lo studio del dottor Watercase era a pochi isolati da lì. Non c’era da preoccuparsi, si disse Josie. Diede gas e svoltò nel primo vicolo che trovò, diretta nuovamente alla strada principale. Sarebbe stata più trafficata, ma sicuramente meglio che stare da sola in un vicolo dei suburbs londinesi con una mercedes nera che ti tallonava. La macchina svoltò nel vicolo. Josie iniziava a insospettirsi. “Non è niente – si disse – autosuggestione! Sarà che le AirPods stanno suonando “till I collapse” di Eminem. Tranquilla, Josie”. Diede gas. La macchina non accelerò. Josie svoltò sulla strada principale, sgommando leggermente. Amava sgommare, ma lo fece più per la fretta che per altro. Anche la mercedes svoltò nella strada principale, ma restò imbottigliata nel traffico. Diede gas e superò una ventina di macchine. Era fatta. Arrivata dal dottore parcheggiò sul marciapiede. tirò un sospiro di sollievo e, dopo essersi tolta il casco e averlo riposto nel bagaglietto, suonò il citofono. Era un giorno come un altro, ma Josie non sapeva che da lì a poche ore la sua vita sarebbe cambiata radicalmente.

Cosa succederà a Josie dopo la seduta col Dottor Watercase?

  • Tornerà a casa e avrà un attacco di emicrania (0%)
    0
  • Verrà rapita dall'uomo col berretto nella mercedes (33%)
    33
  • Tornerà a casa e troverà una lettera (67%)
    67
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8 Commenti

  1. Mi piace la piega che sta prendendo la storia, anche se mi è sembrato un po’ strano sia che la lettera di ammissione, più che un invito, sembri un ordine, sia che la protagonista, pur manifestando perplessità, sia fin da subito propensa ad andarci, mentre forse sarebbe stato più credibile mostrarla scettica fino alla mattina successiva. Ero indeciso tra le capsule e l’aeroporto ma alla fine ho votato per quest’ultimo, a presto!

  2. Voto per la cosa meno strana, ovvero l’autista che la accompagna in aeroporto. Questa “ammissione” sembra una cosa a metà strada tra un rapimento e la consegna della lettera di Hogwarts (mi aspettavo un gufo, o quantomeno un drone per amor di verosimiglianza).
    Occhio ai tempi verbali: il “passato nel passato” si rende con il trapassato prossimo.

    • Ti ringrazio per le critiche costruttive. Beh, stiamo parlando dell’ammissione ad un’università segreta, e avendo gli utenti votato per la lettera mi sono in effetti ispirato, in minima parte, alla lettera di Hogwarts. A dire la verità io avevo pensato il seguito della storia basandolo sul rapimento. Mi sembrava più suggestivo. Tuttavia il popolo sovrano ha deciso diversamente e ho dovuto riscrivere l’episodio. L’idea del drone effettivamente è molto suggestiva! Spero ti piacerà il seguito!

  3. Gran bell’incipit, mi è piaciuto molto! Ho solo una domanda, dettata dalla mia ignoranza: per curare un’emicrania non ci si dovrebbe rivolgere a uno psichiatra piuttosto che a uno psicologo? Anche perché si fa riferimento al fatto di prescrivere dei medicinali e non sono sicuro che uno psicologo, che non è un medico, possa farlo. Comunque voto per la lettera, a presto!

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