PICCOLO VIANDANTE

VERRÒ A PRENDERTI

i’ll come back to you

Un bambino di sei anni osservava lo schiumare delle onde del Tirreno lungo la costa, in una spiaggia deserta di Ladispoli.
Tra le mani stringeva un elefantino di peluche azzurro, talmente logoro che aveva l’aria di aver fatto due guerre mondiali, e di esserne uscito vivo.
Provato, ma vivo.
Lo stringeva al petto, sorridendo alle onde che si arricciavano sulla costa, davanti ai suoi piedi, per poi ritrarsi velocemente come se il mare le stesse risucchiando. Quella mattina del 10 Luglio del 1996, il mare era talmente limpido e pulito che per buoni tre metri dalla riva vi si poteva vedere distintamente il fondale. Il sole incombeva sulla massa d’acqua come una mano luminosa, che ne pennellava la superficie con una leggera patina dorata, increspata dal lento movimento delle onde. Proteso verso l’acqua, con il cuore che sussultava dall’emozione, il bambino sentiva il sorriso di sua madre proiettato su di lui.
Ma lui non poteva vederla, nemmeno se si fosse girato.
Quel peluche era rattoppato e senza un occhio, ma per lui era bellissimo così com’era. Glielo aveva regalato sua madre, l’anno prima, al suo quinto compleanno.

Era la prima volta che tornava al mare da quando lei lo aveva lasciato da solo in macchina, in quel posto grigio e affollato, pieno di macchine appiccicate l’una con l’altra, avvolte come in una nube nello strombettare dei clacson e nelle imprecazioni dei conducenti. Erano ancora a Roma, in quel periodo; sarebbero tornati in vacanza a Ladispoli solo un paio di settimane dopo.
Invece era tornato lì da solo, dopo un numero imprecisato di giorni passati a camminare nel tempo, solo per trovare in quello spazio un posto lontano da tutti.
Ma, a dire la verità, non è che sua madre lo avesse lasciato da solo. Il semaforo davanti a loro, all’incrocio con la Filippo Turati era verde. Dalla Filippo Turati, sulla destra, era sbucato un camion. Michele ne ricordava i colori accesi, rosso e bianco, della vernice mezza scrostata in più punti sulla fiancata e sul cassone. Ebbe una fugace visione del conducente, un omone pelato con i baffi, rilassato sullo schienale, lo stomaco prominente. Si sarebbe detto, qualche tempo più tardi, che quell’uomo era ubriaco, e che non si era fermato al rosso. C’era stato un boato enorme, un accartocciarsi stridente di lamiere che si fondevano l’una con l’altra, e poi un violento colpo in faccia, come se il mondo intero gli avesse dato un pugno. Infine c’era stato il buio, inizialmente parziale – punteggiato da fuggevoli sprazzi di realtà confusa e appannata – dopodiché totale. Delle persone in tuta arancione e bianca avevano tirato sua madre fuori dalla macchina, lui ricordava di averli visti prenderla da sotto le ascelle, e tirarla via dall’abitacolo con fatica, uno di loro continuava a dire agli altri di far piano, attenti alle gambe, è incastrata tra il volante e il sedile. Michele sedeva dietro, anche questo ricordava; da sotto le lamiere del cofano, conficcato nella fiancata del camion, si era levata nell’aria una nube nera, densissima. Lui l’aveva vista da dietro il parabrezza mezzo disintegrato, poi, prima che ci fosse il buio, aveva sentito due mani sotto le ascelle e il fiato alla menta di un uomo che gli aveva sussurrato con una voce calda, bassa, rassicurante, spostandosi con la lingua la mentina da un lato all’altro della bocca: « Non temere piccolo, andiamo subito in ospedale.»
Era pian piano scivolato in una calma ovattata, ristoratrice, buia.

Una grigia mattina di Luglio, un uomo si svegliò in mezzo a un prato ai piedi di una montagna.
Davanti a lui, attraverso l’erba carica degli odori pungenti dell’estate, intrisi dell’umidità di un’aria incerta, foriera di tempesta, si snodava un sentiero di terra battuta e sassi. Il sentiero saliva il pendio della montagna, snodandosi in più punti in prossimità di un fitto bosco di pini, dentro il quale una delle biforcazioni scompariva per poi sbucare sulla vetta in un tratto brullo a cielo aperto, dove un paesaggio vastissimo, coperto da una crescente foschia, si estendeva all’orizzonte fino a diventare una vaga linea di congiunzione tra cielo e terra.
Il cielo non era dei migliori, sembrava incupirsi sempre di più, come se esigesse di voler culminare in una tempesta senza precedenti. Nuvole spesse e grigie si protendevano minacciose sopra la valle, disposte intorno al sole come sentinelle guardinghe. Il cinguettio nervoso delle pernici e dei fringuelli si accordava perfettamente con quel clima, intonati avvertimenti dell’imminente tempesta, distribuiti qua e là nel cielo con la sapiente, metodica, casualità della natura.
L’uomo si incamminò lungo la ripida salita.
Dopo un tempo indefinito, si ritrovò in una foresta irradiata da un mosaico di luce tra le fronde degli alberi. Davanti a lui c’era una statuetta di argilla, alta poco più di un metro, posta alla base di un gigantesco albero secolare. Raffigurava un bambino con un peluche in mano.
« Tieni duro piccolo, sto venendo a prenderti » disse l’uomo.

Quella statua di argilla condurrà l'uomo sulla spiaggia

  • Quella statua di argilla condurrà l'uomo di fronte a una prova, che se superata lo condurrà da suo figlio (29%)
    29
  • Il figlio c'è, ma non si ricorda del padre, e scappa (14%)
    14
  • Ma il figlio non c'è più sulla spiaggia (57%)
    57
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35 Commenti

  1. Ciao Sky walker.
    A parte i troppi aggettivi, trovo la storia interessante e, come dice Lorenzo, onirica. Pare tutto frutto del sogno agitato di un uomo disperato e la cosa risulta piacevole, nonostante non abbia un filo logico (ma i sogni non ce l’hanno).
    Voto per un personaggio nuovo, mi piacciono i personaggi e i tuoi sono interessanti.
    Ci rivediamo al nuovo episodio.

    Alla prossima!

    • Ciao Keziarica.
      Sì, essendo una dimensione onirica, ho voluto descrivere eventi, personaggi, che non rientrano assolutamente nella razionalità della realtà che conosciamo.
      Per gli aggettivi, sì, esattamente, ne ho messi molti, soprattutto nel primo capitolo. Questo perché l’incipit lo scrissi, di getto, ” A sentimento “, pensando a una vicenda dura, triste ( un incidente d’auto in cui sono coinvolti una madre e il suo bambino) , un’ idea che mi rattristava e destabilizzava.
      Poi, nei seguenti capitoli quindi, ho deciso di seguire la linea emotiva del primo.

  2. Il nero.
    Sky, ho letto affascinata il tuo fantasy. Non saprei davvero in che categoria collocarlo perché non ho mai letto nulla di simile. È una storia fiabesca che non è una fiaba perché troppo reale, che non è un racconto normale perché è fantasy.
    Aspetto il prossimo capitolo e se vorrai aspetto te nella mia storia.
    A presto!

    • Ciao, Trix, so sempre io, quello dell’altra storia, quella de Federico il mutante di tor bella 🤣 Su questa piattaforma ho diversi profili, poiché purtroppo non si possono pubblicare più storie in contemporanea con un solo profilo, e io invento storie di continuo, e quando mi vengono in mente devo scriverle.
      Sì, non ho assolutamente saputo dare una categoria esatta a questo racconto, e non so dargliela tutt’ora.
      Ma l’importante è che piaccia, che appassioni, che poi è lo scopo principale di ogni storia. Lo scopo di una storia, in sé per sé, è scavare nel sentimento, di qualsiasi genere esso possa essere.
      Sì, leggerò il tuo racconto e ti dirò cosa ne penso.

      • Ah ecco! Ho letto quella e questa storia una dopo l’altra e, in effetti, notavo qualche somiglianza nello stile. Ora mi è tutto chiaro!
        Sì, il genere non è assolutamente importante, però credo che tu con questa storia ne abbia inventato uno nuovo 😛

        A presto!

  3. Più che un racconto fantasy questo mi sembra sempre più un racconto surreale/onirico, il che la trovo una cosa positiva che mi sta piacendo! All’inizio non mi convinceva molto l’idea del combattimento, però devo dire che rimane ben scritto e in ogni caso occupa solo una breve parte del capitolo, mentre il resto mi è piaciuto molto come sempre. Voto per un altro personaggio, visto che sia l’uomo nero sia i fratelli erano impegnati nello scontro!

    • Sì, in effetti, questo è. È stata un’idea buttata giù sul momento, e sin da subito è stato difficile da gestire, in un contesto, appunto, fantasy. Di solito ho già delle idee abbastanza delineate quando scrivo un racconto, ma qui ragazzi ho bisogno proprio del vostro aiuto 😄… Grazie per essere passato, al prossimo capitolo!

  4. In questo capitolo sembra di stare realmente nella dimensione onirica. Molto ben scritto!
    Scelgo il nuovo personaggio perché in base a come sono andati gli eventi mi sembra più logico anche se in questa realtà non c’è realmente una logica, giusto?

  5. Le scene narrate sono chiare e ben descritte, anche se ancora non ho capito bene che cosa stia succedendo, ma suppongo si scoprirà in seguito. Mi piace molto anche l’ambientazione realistica, specialmente quella del mare, che contrasta molto bene con le scene propriamente fantasy. Voto per il bambino che non si trova!

  6. Devo dire che questo non sembra proprio l’incipit di un racconto fantasy, se non forse nel finale, ma per me questa è una cosa positiva visto che apprezzo chi affronta i generi in maniera non convenzionale. Poi è interessante, ben scritto e pieno di immagini vivide e chiare, come per esempio quella dei soccorritori, per cui non posso fare altro che seguirti. Voto per il figlio che non c’è più!

  7. Quindi il bambino è figlio del tizio che cammina sul sentiero, eh? Questo primo capitolo mi pare intrigante, soprattutto perché genera tanti interrogativi nel lettore. Io dico che l’uomo arriva sulla spiaggia, ma non trova il bambino.

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